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GIOVANI COMUNIST*

Il blog delle/i Giovani Comuniste/i della Calabria

 

 

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INTERVISTA FORUM DI CELESTE COSTANTINO A VENDOLA-PERNA-BORSELLINO

Post n°18 pubblicato il 09 Ottobre 2007 da gccalabria

1) Uno dei problemi del Mezzogiorno è quello di provare a pensare a se stesso in modo nuovo, capace di affermarsi nel contesto nazionale, europeo e mediterraneo. La ragione di questa difficoltà deriva probabilmente da un paradosso: a uno Stato lento e inefficiente corrisponde una criminalità organizzata capace di precorrere i tempi. Un caso paradigmatico è quello delle infrastrutture. Si chiedono con forza nuovi investimenti e spesso si scopre che sono solo le cosche a beneficiarne. Come può lo Stato disinnescare questo meccanismo? Alla luce di questa situazione, siete favorevoli alla proposta di far gestire gli appalti superiori ai 100mila euro alle prefetture?
E ancora, che tipo di infrastrutture immaginate per il Sud?

Vendola: Ci sono infrastrutture che sono alibi per discorsi retorici e propagandistici, e con la loro scusa si sono costruiti in passato cospicui flussi di affarismo. Ma il tema delle infrastrutture per il Sud resta decisivo. Se, da un lato, si tratta di rendere più attrattivo il nostro mercato, più favorevoli le condizioni per chi investe; dall’altro si tratta di ritessere tessuti di comunità, rompere barriere che ghettizzano porzioni di territorio, estendere il diritto alla mobilità. Insomma se dico infrastrutture non penso alle moderne piramidi utili (come il Ponte sullo Stretto) a celebrare i fasti di nuovi faraoni (che spesso non sono mummie ma boss), ma piuttosto a grandi opere che hanno un intrinseco valore ambientale e sociale. Penso, ad esempio, all’obiettivo dell’unità del Mediterraneo che può nascere dal treno ad alta capacità tra Bari e Napoli con una relazione più stretta tra Adriatico e Tirreno: con la prospettiva concreta di spingere per questa via a una riconversione del traffico merci dalla gomma alla rotaia e al mare. O penso alla grande infrastruttura che dovrebbe incardinarsi nelle politiche a protezione dell’acqua e nel riassetto idrogeologico del territorio.
Detto questo, sono favorevole ad attribuire alle Prefetture l’espletamento delle gare d’appalto per importo superiore a 100mila euro, monitorando però i casi di frazionamento strumentale dei lotti di appalto con i quali si potrebbe aggirare questa norma. Credo anche che sia importante ridurre il numero delle stazioni appaltanti e, in questo caso, le Prefetture potrebbero rappresentare un centro appaltante unico per l’intera provincia, purché  si dotino di personale qualificato. 

Perna: Segnalo due questioni. La prima è che è innegabile che le infrastrutture al Sud vivono un notevole gap. Le ferrovie, per esempio, stanno peggio di trent’anni fa: sono state chiuse numerose linee interne e quasi tutto è stato sostituito da bus privati. Aggiungo che ormai in molti casi i clan corrispondono alle imprese edili o sono comunque capaci di insinuarsi nei subappalti. Insomma, la linea di demarcazione tra legalità e illegalità si fa sempre più sottile. Un modo per migliorare la situazione potrebbe essere un maggiore monitoraggio degli appalti, che - lo voglio ricordare – la borghesia mafiosa vince al Sud ma anche al Nord. Ecco perché oggi di mafie si dovrebbe ragionare su scala nazionale. Alla luce di tutto questo, e vengo alla seconda questione, considero una follia affidare tutto alle Prefetture. Intanto perché esiste già una grande lentezza, inefficienza e burocratizzazione della pubblica amministrazione che non farebbe altro che penalizzare ulteriormente la parte sana dell’economia. E poi perché mi sembra che anche i certificati antimafia rilasciati da alcune Prefetture si siano rivelati inutili.

Borsellino: La presenza della mafia non può impedire che si realizzino le infrastrutture utili: le autostrade, il potenziamento dei porti, un’efficiente e veloce rete ferroviaria. Il pericolo di infiltrazioni ha invece rappresentato l’alibi di una classe politica inefficiente e inadeguata, che trova linfa nelle condizioni di arretramento della Sicilia.
Per quanto riguarda la gestione delle gare d’appalto, penso che non si possono sottrarre alle proprie responsabilità le Amministrazioni locali. Bisogna incidere sulle procedure amministrative e rendenderle più trasparenti. Le prefetture possono fare da supporto per le amministrazioni locali e avere funzioni di osservatorio e monitoraggio.

2) Il nodo successivo è quello dell’ambiente. Il Sud ha nelle risorse naturali, storiche e paesaggistiche una grande occasione di crescita ecosostenibile. Com’è possibile parlare ancora di modelli che prevedono centrali a carbone e impianti inquinanti, in cui – per fare un esempio – c’è chi pensa che il futuro di un luogo straordinario come la Val di Noto in Sicilia passa per le trivellazioni delle società petrolifere?

V: L’ho già detto. Non c’è modernizzazione del Sud che non parta dalla cura del territorio, della costa e dei corsi d’acqua, dalla riqualificazione delle periferie, dalla riconversione verso le energie pulite, dalla lotta all’abusivismo, dall’implementazione delle aree protette. In Puglia intendiamo scrollarci di dosso i segni cancerosi di una “crescita” senza qualità e ordine, che ha edificato eco-mostri e cementificato le lame e le gravine, che ha ignorato l’incalzare di frane e alluvioni, che non ha mai neppure misurato i livelli di inquinamento.
Si tratta di immaginare un mondo in cui l’ipoteca energetica, dissolvendosi, libera spazi di democrazia.

P: La situazione è molto grave. Vorrebbero trivellare per il petrolio la maggior parte della Basilicata, si pensa di costruire una centrale a carbone a Saline Ioniche di Reggio Calabria, insomma si riprendono in mano tutti i vecchi modelli inquinanti. Al contrario, tarda ad arrivare nelle regioni del Sud l’energia rinnovabile: un vero paradosso visto che proprio nel Mezzogiorno troviamo tante risorse naturali che permetterebbero la creazione di impianti per lo sfruttamento di queste risorse.

B: La Sicilia ha un patrimonio artistico, monumentale e paesaggistico di cui l’attuale classe politica non si rende colpevolmente conto. La nostra Regione è una delle poche che non ha ancora adottato il Piano energetico. Il presidente della Regione, con i poteri di commissario per l’emergenza rifiuti, ha predisposto un piano che prevede la realizzazione di 4 inceneritori, che dovrebbero bruciare 2.500.000 tonnellate di rifiuti, contro una produzione attuale di circa 1.500.000 e con la raccolta differenziata ferma al 5% circa. Ciò fa presupporre che per l’attuale presidente il destino della Sicilia sta nel divenire la pattumiera d’Italia.

3) Mancano le alternative al Sud, mancano le opportunità. Un dato sempre più allarmante considerando l’ultima ricerca dello Svimez che evidenzia come l’emigrazione interna stia aumentando in maniera vertiginosa. Si calcola che tra il 1994 e il 2000 si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centro Nord circa 850.000 persone. Ma anche nei primi anni del decennio attuale si sono trasferite oltre 100.000 lavoratori all'anno. Come si fa a pensare a un futuro per le regioni del sud se c’è questa costante emorragia delle energie migliori?

V: La politica deve sentire l’ansia dei giovani, interpretare le loro speranze, captare il loro dolore. Oggi un ragazzo è in una condizione di solitudine che ricorda quella dei braccianti agricoli del ‘900. E’ violenta l’immagine di questo nomadismo coatto di un’intera generazione. In Puglia a circa 5mila ragazzi, selezionati in base al curriculum e al reddito familiare, abbiamo offerto la possibilità di specializzarsi nelle migliori università del mondo: firmando un “contratto etico” con la Regione, col quale si impegnano a tornare a lavorare nella nostra terra. È difficile che la politica possa mettersi in sintonia con i sogni di una generazione, condannata all’ergastolo della precarietà. Il nostro progetto prova a interrompere questa catena fatale e a costruire le condizioni per dare coraggio a un pezzo di giovane generazione: la Puglia non vuole perdere i suoi giovani migliori.

P: L’emigrazione di oggi è addirittura peggiore di quella degli anni 50, quando partivano soprattutto contadini e uomini di fatica. Oggi la fuga è di laureati e diplomati specializzati: è il dramma peggiore per il Sud. Il motivo è evidente: le regioni meridionali fanno pochissimo per creare le condizioni affinché possano lavorare i neolaureati dei nostri territori. Ci vorrebbe una riforma profonda dell’economia e una riqualificazione del pubblico soprattutto per quanto riguarda i beni agricoli e le risorse rinnovabili, che sono poi gli elementi strutturali delle nostre regioni.

B: Ciò che fa più male è vedere i giovani, le energie migliori, partire non per libera scelta, ma perché costretti da una terra che non sa offrire loro alcuna speranza. Anche in questo caso vi è una gravissima responsabilità politica, considerato inoltre che la Sicilia dal 2000 e, ancora, fino al 2013 resta nell’obiettivo 1 con la straordinaria e irripetibile opportunità di disporre di cospicue risorse finanziarie, provenienti dall’Ue. Per ammissione dell’attuale Governo della Regione - così come riportato dal Documento di programmazione – si riconosce che ci sono forti ritardi nell’utilizzazione delle risorse e cosa ancor più grave, la maggior parte di queste risorse sono state utilizzate per spese correnti e non per investimenti. Basterebbero queste considerazioni per far riflettere l’attuale Governo della Regione sull’opportunità e la necessità di farsi da parte per il bene della Sicilia.

4) La politica e la classe dirigente del Paese sembrano ogni volta scoprire la criminalità organizzata solo davanti a morti eccellenti o gesti eclatanti. Eppure se non ci fosse connivenza o al più colpevole indifferenza sarebbe evidente a tutti che le cosche investono i soldi in borsa o guidano grandi imprese, trovano i voti e determinano successi elettorali, impongono il personale alle aziende e controllano il territorio. Non pensate che la classe politica debba fare autocritica? C’è un problema di mancanza di investimento dei partiti nazionali sul Sud, di personale politico?

V: I colpi di revolver che hanno ucciso il vicepresidente del Consiglio della Calabria, Francesco Fortugno, hanno frantumato anche quella cortina di silenzio che da qualche anno avvolgeva i temi legati alle mafie.
Questo silenzio ha giovato a una criminalità che è rimasta forte e prepotente. La mafia non è una banda armata e non scompare con la sequenza delle catture e delle pene inflitte. E’ un complesso sistema di potere, sedimentato nella società e radicato nella politica, nella pubblica amministrazione e del sistema d’impresa. Il punto cruciale è l’economia. Negli ultimi anni si è abbassata la soglia di consapevolezza collettiva del pericolo mafioso, si è delegata la lotta a giudici e forze dell’ordine, mentre il problema fondamentale era ed è la bonifica sociale dei territori di mafia, ma anche la modalità di costruire i circuiti degli appalti, le gare, i cantieri, di entrare in un territorio così assetato e affamato di lavoro come il Sud. È evidente che rispetto a questo, anche i partiti devono effettuare una bonifica quando formulano le liste elettorali e dotarsi di un codice di autoregolamentazione.

P: La mafia, che io definisco la nuova borghesia, oggi è soprattutto il prodotto dell’intreccio tra la rendita parassitaria e le risorse esterne che arrivano alle regioni del Sud. Per fare un esempio, in Calabria il 35% delle risorse economiche arrivano dall’esterno, soprattutto dall’Ue. Chi gestisce questi fondi il più delle volte è legato a questa borghesia. Per risolvere in parte questo problema io penso che si dovrebbe riuscire a creare un blocco sociale fuori da queste risorse. Siamo di fronte al problema gramsciano per eccellenza: la costruzione di un blocco sociale, culturale ed economico nuovo capace di contrastare, in questo caso, il neoliberismo.

B: La mafia ha sempre cercato una complicità con la politica, con settori delle istituzioni e nell’economia. E la politica ha la responsabilità di aver fatto da sponda, se non favorito tale complicità. Ormai è la storia, la lettura di fatti di cronaca e migliaia di pagine processuali che testimoniano di questi intrecci. E la politica tutta ha la responsabilità di avere selezionato una classe dirigente, a volte, sottovalutando tutto ciò e, a volte, essendone consapevole. Occorre una nuova classe dirigente, un investimento sul futuro, un forte rinnovamento al quale le forze politiche nazionali non possono più sottrarsi.

5) S’è detto che i movimenti rappresentano o devono rappresentare la linfa vitale per la politica. Al Sud c’è una forte tradizione. C’è stato un importante movimento antimafia ed esistono numerose realtà che combattono per la tutela dell’ambiente. Troppo spesso però è accaduto che la protesta non sia riuscita a diventare forza di trasformazione. Cosa è mancato? Che connessione esiste tra i movimenti del Sud e la manifestazione del 20 ottobre?

V: Quella di Scanzano fu una vera e propria lezione di democrazia per il Governo Berlusconi e tutta la  politica. Vinse un’idea forte di comunità, di un Sud che si riprende la parola e si riappropria del proprio futuro.
La crisi della politica è anche la conseguenza di una nostra incapacità di vedere nel rapporto con i movimenti il terreno fondamentale del lavoro politico della sinistra. Non può esistere infatti una sinistra priva della dimensione partecipativa e di massa. La politica è un esercizio di “anime morte” se non si misura con le domande, le idee e i linguaggi dei movimenti. In questo contesto il 20 ottobre può essere una occasione per la politica di  riconnettersi con la comunità e la vita quotidiana.

P: Questi movimenti, comuni al Sud e in tutto il mondo, sono fatti di quelli che io definisco “i partigiani del XXI secolo”, coloro cioè che si battono contro la brutalità che devasta i territori. E sono talmente forti che, a volte, le vincono pure queste battaglie, penso alla vittoria a Gioa Tauro contro la realizzazione della centrale a carbone e a quella del Ponte sullo Stretto. Il problema di questi movimenti è che il più delle volte, anche a causa del ceto politico, non riescono a tradursi in alternativa.
Se guardo al 20 ottobre, alla difesa del welfare e all’accordo stretto da governo e sindacato, mi verrebbe da dire che è soprattutto una manifestazione di rivendicazione per il Sud.

B: I movimenti sono una ricchezza per il Paese se capaci di coniugare protesta e proposta, come mi auguro possa accadere il 20 ottobre. Ma sono significativi quando riescono a essere di popolo, come è avvenuto con il movimento per la pace a Comiso o come accade, oggi, sul fronte antimafia e come sembra comincia ad avvenire nel mondo imprenditoriale denunciando l’odiosa pratica del pizzo. Ma solo l’impegno quotidiano e la partecipazione dal basso possono produrre processi di reale trasformazione.

6) Nella deriva repressiva imposta da alcuni sindaci di centrosinistra attenti a combattere chi soffre piuttosto che chi sfrutta, quali idee possiamo lanciare da Sud al Paese? Con quale piattaforma dobbiamo presentarci alla manifestazione del 20 ottobre per marcare una differenza vera tra chi pensa di poter tenere insieme lavavetri e writers con mafiosi e bancarottieri?

V: Le ricette muscolari e repressive  servono solo a drogare l’opinione pubblica, disseminano veleni culturali, si accaniscono su “capri espiatori”. Il nemico della sicurezza diventa una specie di fantasma (lo straniero, l’accattone, il graffitaro) e la sicurezza la ginnastica degli acchiappa-fantasmi. Viviamo in un Paese dove ci sono 5 morti sul lavoro ogni giorno, il territorio è sistematicamente violato da incendi o abusivismo edilizio, i narcotrafficanti riciclano nell’economia finanziarizzata, l’evasione fiscale coinvolge le élite dirigenti: e noi? Noi preferiamo le scorciatoie. Ciò che ferisce la sicurezza dei cittadini è innanzi tutto l’insicurezza sociale, la precarietà della vita e del lavoro, la condizione incivile dell’abitare. L’illegalità è un morbo terribile, ma la medicina  è la politica che analizza, valuta e cambia il corso delle cose.

P: Voglio lanciare qui una provocazione. Come è possibile che Giuseppe Scopelliti, sindaco di An di Reggio Calabria, concordi lo spostamento dei rom dai ghetti con le associazioni dei nomadi e non gli sia venuto in mente, nonostante Reggio sia piena di lavavetri, di proporre ordinanze simili a quelle di sindaci di centrosinistra come Cofferati e Domenici? Io penso che tutto ciò abbia a che fare con la cultura del Sud, con il fatto che ci sono alcune regioni più votate di altre all’accoglienza e all’integrazione e altre, soprattutto al Nord, in cui c’è una “maggioranza silenziosa” che una volta votava a destra e oggi sta nel Pd.
L’Italia si sta impregnando di un humus razzista, che difende l’ordine ma non la sicurezza. Perché la sicurezza è un tema di sinistra. Penso, e faccio solo qualche esempio, alla sicurezza alimentare o alla sicurezza sul lavoro. Se non sbaglio sono gli operai a morire no i manager.
 
B: Il Sud e la Sicilia sono tradizionalmente luoghi di accoglienza. Ciò non toglie che tutti abbiamo diritto a sentirci sicuri nelle nostre città, ma credo altresì assai più importante la lotta contro i trafficanti di esseri umani che provengono dai tanti Sud del mondo, così come è fondamentale attivare politiche di cooperazione capaci di contrastare le gravi condizioni socio-economiche in cui vivono milioni di cittadini nel mondo.

7) Il Sud in questo momento rappresenta una geografia della reclusione per la presenza di numerosi Cpt e per i fenomeni di schiavitù nei campi agricoli e il caporalato sempre più diffuso e accettato. Nello stesso tempo però è anche terra di accoglienza e di integrazione, crocevia positivo di popoli e culture. In questo contesto che ruolo immaginate per il futuro del Sud rispetto all’Italia, all’Europa e al Mediterraneo?

V: Un fenomeno come quello migratorio, carico di sofferenza, fatica, ferite morali e materiali, necessita di politiche capaci di dare a tutti dignità, speranza e futuro. È necessaria un’Ue che cessi di rappresentarsi come una fortezza blindata e spaventata e decida di costruire nuovi percorsi d’integrazione nel Mediterraneo.
Ed è necessario battersi per impedire che nascano nuovi Cpt e perché siano chiusi quelli esistenti.
In Puglia abbiamo scelto il Mediterraneo come il nostro destino e la nostra missione, rivitalizzando le politiche di cooperazione e pensando a noi come parte di questo sistema-crocevia. Si tratta di ricalibrare le forme dello sviluppo e della modernizzazione in questa scala vasta, integrando le reti infrastrutturali e guadagnando un livello alto di scambi tra le giovani generazioni. Si tratta di rompere i recinti dell’odio, del fondamentalismo, della guerra. E di fare tutti i passi, concreti e necessari, verso quell’unità del genere umano che ci può salvare da una nuova catastrofe.

P: C’è  un fenomeno che riguarda tutta l’Europa, che ha radici nel XXVII secolo. E’ lì che nascono le prime forme di capitalismo e inizia la criminalizzazione dei poveri. Oggi purtroppo questa situazione permane dimostrando che l’Europa sta fallendo in uno di quei punti positivi che invece l’avrebbero potuta caratterizzare. Prendiamo per esempio la Grecia, nessuno dice che in quel Paese ci sono 15.000 albanesi che in questo momento reggono la gran parte della loro economia. Questo a testimonianza che i migranti rappresentano un elemento forte di sviluppo dei territori. Per quella che è la mia esperienza personale, fatta a Badolato per esempio, i migranti potrebbero andare a ripopolare intere zone del Mezzogiorno che si stanno disabitando. Sarebbe una formidabile occasione di rinascita, per esempio, per tutti i paesi semiabbandonati della Calabria.

B: Mi pare che ormai sia condivisa dai più la necessità del superamento dei Cpt così come erano stati realizzati e che vanno contrastati con decisione quei fenomeni di sfruttamento di manodopera che rendono questi cittadini dei “moderni schiavi “. In questo contesto il Mezzogiorno e la Sicilia, anche per la loro collocazione geografica, possono svolgere un ruolo centrale nel favorire processi di interculturalità e di scambi commerciali con quei Paesi. 
 

* Resp. Nazionale Mezzogiorno G.C.

 
 
 
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