Per aspera ad astra

alpinismo , mountain bike e avventura

Creato da fritzwitt il 09/04/2009

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Un giorno d'ottobre sullo "spigolo Abram"

Post n°1 pubblicato il 09 Aprile 2009 da fritzwitt

Come sai accarezzavo da un po’ il progetto di farmi una scalata in montagna. Mi sono rivolta al mio amico “storico”, ma questi, in crisi esistenziale, mi ha menato il can per l'aia per dieci giorni. Nel frattempo vedevo avanzare la stagione e diminuire le percentuali di aver bel tempo di domenica ...

Così, quando venerdì sera, dopo tutta una settimana di contatti e progetti elaborati assieme a lui sulla salita di questa domenica, mi ha tirato “il bidone”... ho visto "rosso". Ho chiamato così "l'amico a pagamento" - la guida alpina di Genova che vive in Val Badia - e ci siamo accordati per fare un’ascensione su un monte là vicino.

Sveglia ore 4.45, partenza ore 5.15, casa di Enrico - la guida - ore 8.25, parcheggio di fronte allo “spigolo Abram” ore 9.15, attacco della parete ore 9.45.

Giornata splendida con sole tiepido. Ci incominciamo ad alzare, con alle calcagna una cordata di austriaci. Un parapendio vola alto nel cielo blu genziana. Alle nostre spalle la val di Fassa, coperta da un velo di vapore lattigginoso - come un piumone-,che si stiracchia , quasi indugiasse a svegliarsi. La Marmolada è incappucciata da un manto di un candore superbo: sembra che tutto quanto si dica sullo scioglimento dei ghiacciai non sia possibile...

Raggiungiamo un pulpito aereo prima che la parete si drizzi. Stelle alpine rinsecchite si camuffano tra ciuffi d'erba pensili. Che strano, non ho mai pensato che una stella alpina morta si " mummificasse", o meglio che fosse come l'erba che si tramuta in paglia! Ora la roccia è verticale, anzi aggitta in fuori... accidenti è impressionante. Enrico sale lentamente, la corda si srotola... non ho il senso del tempo, i ritmi ora sono imposti dalle nostre capacità, dalla forza d'animo e fisica.

Mentre faccio sicura alla guida, guardo in basso: sono completamente nel vuoto, le gambe fisse contro la parete. Centocinquanta metri più in basso delle moto rombano sù per i tornanti del passo Sella, sopra di noi un tetto di roccia sembra chiudere ogni possibilità di prosecuzione.

In realtà poi, una fila di chiodi in rapida successione, a cui stanno appesi dei cordini,   indica che verso destra si può uscire sullo spigolo della montagna. La tensione si allenta. Acci che fatica trascinarsi da un chiodo ad un altro! Proseguiamo con i due austriaci sempre dietro. Non sanno nè l'italiano ( ovvio) , nè l'inglese, ma sono gentili e per nulla presupponenti. Le ore passano, non mangiamo nulla, per non sprecare tempo;l'itinerario non è ora così evidente e non vogliamo farci sorprendere dall’ oscurità.

Sciolgo in bocca una pastiglia di Enervit, poi un'altra, anche perchè quando stiamo all’ombra sul versante nord dello spigolo fa proprio freddo.

Decido di mettermi il berretto di pile, tolgo lo zaino, estraggo il berretto, dimentico la tasca aperta, faccio un movimento, vedo con la coda dell'occhio qualcosa schizzare fuori dallo zaino... acci ,le riconosco, sono le chiavi dell'auto! Porca miseria!!! Il mio cervello elabora una lunga teoria di ipotesi e piani di emergenza in qualche nano secondo... Per fortuna Enrico aveva sbagliato direzione ed eravamo in una parte della parete più "appoggiata" : le chiavi sono finite su un terrazzino 5 metri più in basso... Menomale , ringrazio Dio per la seconda volta quel giorno ( la prima era stata quando scendendo veloce verso la val Badia dal Falzarego, in un tratto dove il termometro mostrava meno due, l'auto è sbandata e sono riuscito a raddizzarla mentre mi vedevo già sparato pericolosamente contro il muro ). Recupero le chiavi. Il paesaggio è grandioso: pareti maestose, come immense arcate ogivali di cattedrali gotiche, si alzano cupe e impressionanti...

Gli austriaci viaggiano ora assieme a noi. Recuperiamo il filo dello spigolo: che bello di nuovo la luce, il sole... Non ho più freddo ma sento un po' di stanchezza...  e che dolore ai piedi! Le scarpette d'arrampicata sono veramente uno strumento di tortura moderno. Il sole incomincia ad abbassarsi verso occidente; ho l'immagine del becco giallo di un corvo che plana vicino a noi.

Raggiungiamo la "cengia dei camosci", siamo arrivati. Ci stringiamo reciprocamente le mani con gli austriaci salutandoci con un "berg heil". Ora, in un tramonto luminoso in cui progressivamente si accendono tutte le tonalità del blu che mutano inesorabili nell’oscurità della notte, percorriamo il sentiero che segue l'intaglio del monte, la "cengia dei camosci", appunto, che sale e scende continuamente a centinaia di metri dai ghiaioni sottostanti. In certi tratti il fascino imponente, la grandiosità e la potenza dell'immagine sono stupefacenti! Mi sento veramente "un nulla" in mezzo ai titani...

Con i piedi stretti da fitte costanti e dolorose, nel buio che avanza, perdiamo continuamente quota, entriamo nel bosco e alle 17.15 raggiungiamo finalmente la macchina... Mi rendo così conto che in quella benedetta tasca dello zaino c'era anche il telefono... mondo cane!La mia manovra maldestra  ha avuto un suo prezzo… Poi breve sosta al bar per un pompelmo che ho trangugiato in una frazione di secondo... ero proprio disidratato. Porto a casa Enrico, e raggiungo,in un viaggio non stop con sofferenza, alle 21.45 il garage di casa mia.

 

 
 
 
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