Guardò verso il basso e mentre stava per distogliere gli occhi qualcosa attrasse bruscamente la sua attenzione. Dall'azzurro più cupo del fondo saliva verso di lui, lento e fluido, lo squalo. Saliva senza sforzo apparente, un angelo della morte librato verso un appuntamento predestinato.Hooper lo fissò, come ipnotizzato, con l'impulso di fuggire ma incapace di muoversi. L'animale si accostava: ne ammirò i colori: il bruno grigiastro e opaco che si era visto in superficie era scomparso. La parte superiore di quel corpo immenso era di un grigio-ferro molto scuro, con sfumature azzurrine là dove i raggi di sole lo sfioravano. Più sotto il ventre era di un bianco spettrale. Hooper avrebbe voluto sollevare la cinepresa, ma il braccio non ubbidiva. Tra un momento, si disse. Tra un momento. Lo squalo venne ancora più vicino, silenzioso come un'ombra e Hooper si ritrasse. La testa era a un metro dalla gabbia quando lo squalo virò per passare davanti a Hooper: indifferente, quasi a ostentare la propria mole di incalcolabile forza. Prima il muso, poi le mascelle, socchiuse, come sorridenti, irte di molte file di punte triangolari seghettate. E poi l'occhio nero, impenetrabile, apparentemente fisso su di lui. Le fessure branchiali palpitavano: ferite senza sangue nella pelle color acciaio. Un pò esitante, Hooper allungò una mano tra le sbarre e toccò il fianco dello squalo. Lo sentì freddo e duro, non viscido ma liscio come materia plastica. Lascio scorrere le dita su quella carne: le pinne pettorali, quella pelvica, gli spessi, robusti organi copulatori, finché - l'animale pareva non finire mai - la coda, con un breve colpo, lo allontanò. Peter Benchley, 1974
Post N° 54
Guardò verso il basso e mentre stava per distogliere gli occhi qualcosa attrasse bruscamente la sua attenzione. Dall'azzurro più cupo del fondo saliva verso di lui, lento e fluido, lo squalo. Saliva senza sforzo apparente, un angelo della morte librato verso un appuntamento predestinato.Hooper lo fissò, come ipnotizzato, con l'impulso di fuggire ma incapace di muoversi. L'animale si accostava: ne ammirò i colori: il bruno grigiastro e opaco che si era visto in superficie era scomparso. La parte superiore di quel corpo immenso era di un grigio-ferro molto scuro, con sfumature azzurrine là dove i raggi di sole lo sfioravano. Più sotto il ventre era di un bianco spettrale. Hooper avrebbe voluto sollevare la cinepresa, ma il braccio non ubbidiva. Tra un momento, si disse. Tra un momento. Lo squalo venne ancora più vicino, silenzioso come un'ombra e Hooper si ritrasse. La testa era a un metro dalla gabbia quando lo squalo virò per passare davanti a Hooper: indifferente, quasi a ostentare la propria mole di incalcolabile forza. Prima il muso, poi le mascelle, socchiuse, come sorridenti, irte di molte file di punte triangolari seghettate. E poi l'occhio nero, impenetrabile, apparentemente fisso su di lui. Le fessure branchiali palpitavano: ferite senza sangue nella pelle color acciaio. Un pò esitante, Hooper allungò una mano tra le sbarre e toccò il fianco dello squalo. Lo sentì freddo e duro, non viscido ma liscio come materia plastica. Lascio scorrere le dita su quella carne: le pinne pettorali, quella pelvica, gli spessi, robusti organi copulatori, finché - l'animale pareva non finire mai - la coda, con un breve colpo, lo allontanò. Peter Benchley, 1974