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La bambina e l'altalena

Post n°25 pubblicato il 30 Giugno 2011 da googlearth2

Accompagnarono la bambina all’altalena e la lasciarono sola. Non era uno di quei comuni giochi da giardino, dalla solida armatura di ferro e dalla breve oscillazione pendolare. Aveva due corde altissime che si perdevano nelle nuvole e su di esse si avviluppavano rampicanti fioriti. C’erano sempre fiori che si aprivano e altri che appassivano, sicché le corde sembravano vivere. Il sedile era una tavola d’oro e poiché era alto vi si saliva per quaranta gradini di spuma. Intorno, c’era molto silenzio e un cerchio ininterrotto di uccelli bianchi. La bambina cominciò a salire la scala, gradino dopo gradino, e quando arrivò all’ultimo e afferrò le corde, vi fu una grande vibrazione musicale. Si sedette sulla tavola d’oro, e nel medesimo istante i gradini scomparvero in grandi fiocchi che un vento spinse lontano, mentre gli uccelli scendevano a terra trasformandosi in parole di commiato. La bambina si guardò attorno: l’orizzonte era, come al solito, circolare, e a distanza si vedevano vaghe città che crescevano lentamente e a volte scomparivano: perché il tempo, lassù sull’altalena, aveva un’altra dimensione e i secoli duravano minuti. È un grande mistero inspiegabile. Le altalene sono fatte per dondolare. Piano piano la bambina cominciò a oscillare, un po’ stordita a causa dell’altezza. Era sospesa tra cielo e terra, appena con una tavola d’oro e due corde che nessuno sapeva dove si agganciassero. Lentamente, l’arco si fece più grande, e la bambina contribuiva con quei movimenti che tutti i bambini apprendono, o già sanno, quando salgono su un’altalena. Ora la vertigine dell’altezza era scomparsa, sostituita dalla confusa sensazione di paura e di vittoria che accompagna il corpo proiettato in aria. Quando la bambina era lanciata in alto, vedeva solo il cielo, profondo e azzurro: gridava di allegria e di stupore, anche di paura. Poi, arrivata alla fine della spinta, cadeva dall’alto, descriveva una lunga curva, ed era la terra ad apparire ai suoi occhi, verde e gialla, e nera, e azzurra, perché da lassù si vedeva molto bene il mare. E in quell’andare e venire la tavola d’oro sfavillava, e i capelli della bambina, sciolti e fulvi, erano come una bandiera o una fiaccola. E la bambina rideva perché erano suoi il cielo e la terra, ora l’uno, ora l’altra, e perché era seduta su un’altalena con le corde fiorite, sebbene, come si è detto, alcuni fiori appassissero e si staccassero: cadevano in spirale come se scendessero una lunga scala verso le profondità del suolo. E ogni volta ne cadevano di più, tanto che alla fine le corde restarono nude e lisce. Al tempo stesso, il movimento dell’altalena andò facendosi più breve, finché le corde divennero due colonne rigide, verticali, definitivamente immobili. La bambina téntò ancora di muoverle, fece tutti i gesti necessari: impossibile. Una densa nebbia cominciò a salire dal suolo. Dietro di essa, si nascosero le città, e i campi, e il mare. Non c’era più cielo azzurro, tutto era una spessa e umida nuvola attraversata da mormorii e antiche voci. La bambina tremava di freddo. Non aveva paura, solo freddo. Tese i piedi in cerca dei gradini, e non c’erano gradini. Allora si lasciò scivolare dalla sua tavola d’oro e cadde. Cadde lentamente, come nei sogni, un po’ triste e stanca. Quando arrivò a terra, rimase raggomitolata come un animaletto o il guscio di un frutto. La nebbia cominciò piano piano a dissiparsi, rotolando in volute sfrangiate, attraversate da raggi di sole. E d’improvviso scomparve. La bambina guardò in su. L’altalena era lì, molto più in alto di prima, con la sua tavola d’oro e le corde fiorite. Ma non c’erano scalini. Allora la bambina si sedette e attese. Accanto a lei una rosa si apriva con la pazienza del tempo ritrovato. La bambina accostò il viso al fiore terrestre e così restò, aspettando che venissero a cercarla: perché era bambina e aveva nostalgia di un’altra mano nella sua. (J.S.)


 
 
 
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"In ogni caos c'è un cosmo, in ogni disordine un ordine segreto." (CGJ)

 

Era una ragazza semplice, di quelle che sognano dietro ai libri e alle poesie, e se la vita è carogna non importa, una ragione buona per sorridere la trovi comunque. Era un tipo così. Ed era carina, questo bisogna dirlo. Non del genere vistoso, quelle che ti giri a guardarle. Più semplice. Ma aveva qualcosa che ti accalappiava, niente da dire, ce l'aveva. Come una specie di limpidezza, di trasparenza. Era quel tipo di donna che quando ce l'hai tra le braccia, sai che lei è lì, proprio tra le tue braccia e da nessuna altra parte. Non so se avete presente. Ma è una cosa rara. E bellissima, nel suo genere.(A.B.)

 

 

- Magari non era affatto la donna della sua vita. Probabilmente era solo una stupidella viziata e vagamente frigida, lo sa?- disse.

- No, non lo era - disse l'uomo. Poi disse che era sicuramente la donna della sua vita.

- E perchè?

- Perchè era cattiva. Era matta, cattiva, e tutta sbagliata. Era vera, se capisce cosa voglio dire. Era una strada piena di curve assurde, e correva in aperta campagna, senza preoccuparsi mai di tornare. Senza nemmeno sapere bene dove stava andando.

Fece una piccola pausa.

- Era una di quelle strade su cui ci si ammazza. -

 

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Quando si ama qualcuno, si ha sempre il tempo per quella persona. E se quella non viene da noi, allora noi l’aspettiamo. In questo modo, aspettare diventa tanto imperativo quanto respirare. Ma a respirare impariamo proprio aspettando. L’attesa ci insegna a convivere con l’assenza, e noi finiamo per affezionarci a un sogno come se fosse vero. Allora, la vita si trasforma in una stazione ed è il vento ad annunciarci l’arrivo del treno, prima ancora del colpo d’occhio. L’amore nell’attesa ci insegna a vedere il futuro, a desiderarlo, a organizzare ogni cosa affinché sia possibile. E’ forse per questo che ho già imparato ad aspettare, rimettendo alla vita tutto quello che non so, o non posso scegliere. Perché è più facile aspettare che desistere. E’ più facile desiderare che dimenticare. E’ più facile sognare che darsi per vinti. E, per chi vive sognando, è molto più facile vivere. (M.R.P.)

 

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“Non c’è uomo […] che differisca più da un altro che da sé stesso nel corso del tempo”

 

La mia mente sentii fendersi come se il mio cervello si fosse spaccato.

Cercai di ricongiungere i due orli ma non riuscivo a farli combaciare.

Il pensiero anteriore al successivo tentavo in ogni modo di allacciare ma la sequenza era un groviglio muto, gomitoli sul pavimento sparsi.

(n.937 E.D.)

 

"La strana intimità di quelle due rotaie. La certezza di non incontrarsi mai. L'ostinazione con cui continuano a corrersi di fianco." A. B.

 

"La gente pensa che la cosa peggiore sia perdere una persona a cui si vuole bene. Beh, si sbaglia. La cosa peggiore è perdere sé stessi mentre si vuole troppo bene a qualcuno, dimenticarsi che anche noi siamo importanti. Per cambiare ci vuole coraggio…per buttare giù certezze e ricostruirne, cancellare abitudini e reinventarne ci vuole forza...ma quando inizi a guardarti allo specchio senza riconoscerti, forse il cambiamento è l'unica via d'uscita degna di considerazione. "

 
 

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