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Guarda e passa

Hic et nunc...nella condizione "senza forma". Prosit.

 

 

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Si sta facendo sempre più tardi.

Post n°55 pubblicato il 25 Marzo 2012 da googlearth2

Le persone sono lontane quando ci stanno accanto, 
figurarsi quando sono lontane davvero.

Ma ciò che inquieta di più e che rode come un tarlo testardo
infilato in una vecchia tavola e impossibile da far tacere 
se non con un veleno che avvelenerebbe anche noi,
è la lettera che non abbiamo mai scritto. “Quella” lettera. 
Quella che tutti noi abbiamo sempre pensato di scrivere,
in certe notti insonni, e che abbiamo sempre rimandato al giorno dopo.

Ho preso il tuo biglietto, sono entrato nel mare 
e l’ho depositato sulla superficie dell’acqua. 
L’onda l’ha avvolto, ed è scomparso dalla vista.
Oddìo, ho pensato per un momento 
con quel batticuoredi quando si assiste ad una partenza 
(le partenze causano sempre un po’ d’ansia, 
e tu sai che in me è sempre eccessiva), finirà contro le rocce. 
E invece no. Ha preso la direzione giusta, 
galleggiando gagliardamente sulla corrente che rinfresca il piccolo golfo. 
Ed è scomparso in un attimo. Ho cercato di sventolare l’asciugamano 
per dirti ciao,ma tu eri già troppo lontana. 
Magari non te ne sei neppure accorta. 

Il passato è più facile da leggere: 
uno si volta all’indietro e, potendo, dà un’occhiata. 
E poi, sia come sia, esso rimane sempre impigliato 
da qualche parte, magari a brandelli. 
A volte bastano soltanto l’olfatto e le papille gustative, 
è notorio: lo sappiamo da certi 
romanzi, anche belli. Oppure un ricordo, 
quale che sia: un oggetto visto nell’infanzia, 
un bottone ritrovato in un cassetto, che so, una persona 
che essendo un’altra te ne ricorda un’altra, 
un vecchio biglietto del tram. 

E ho pensato alla vita, che è surrettizia, e che raramente mostra 
in superficie le sue ragioni, e invece il suo vero percorso 
avviene in profondità, come un fiume carsico. 

Ben più difficile è il silenzio. Esso presuppone pazienza, 
costanza, testardaggine; e soprattutto si confronta con il 
giorno-dopo-giorno della nostra vita, i giorni che ci restano, 
uno dopo l’altro, lunghi davvero nelle piccole ore... 

E niente, sai, davvero niente basta, 
nemmeno le ginestre che fioriscono 
a maggio per chi sa vederle e che io guardavo senza vedere, 
come di solito facciamo tutti, fino a cadere 
nella nostalgia dell’irreversibile…

Perché la pace, nonostante tutto, 
trionfa sempre sull’inquietudine. 

Io ci sono senza che tu abbia bisogno di essere con me.

Le finestre a volte non hanno imposte, 
si aprono su orizzonti ben più larghi di quelli reali.

…quel sale che dalle tempie scende nel palato, 
sa di infanzie perdute, di adolescenze fatte di tedio e di amori inutili, 
e di vite poi vissute come venivano, cioè insensate, perché 
ciò che si vive così come viene è sempre insensato, 
se il senso non sai darglielo tu.

…per questo è stata inventata la grondaia: 
si tratta di non farsi bagnare, altrimenti non ti resta altro che 
scrollarti la pioggia di dosso come fanno i cani. 
Domanda: anche la vita si può scollare di dosso? 

Tu sei la Norma, la Norma che voglio io.

Avremo il sole rare volte e il resto è pioggia che ci bagna, 
perché la pioggia bagna, o mia donna gentile, infradicia le ossa, 
e dalle ossa arriva fino all’anima, come quell’umidità che piano 
piano si infiltra e insinua muffa sulle pareti e canizie degli uomini,
ma guarda, rallegrati: ora non piove. 

A volte ci penso e avrei voglia di parlarne, 
ma poi in un istante la voglia mi passa, 
e così non te ne ho mai parlato. Però, ora, 
anche se di sfuggita, ti vorrei dire non tanto quello che esse sono, 
cosa abbastanza difficile, ma piuttosto quello che non sono. 

Il sangue è così personale da non essere trasmissibile. 
Perché non è fatto solo di globuli bianchi e rossi, 
ma è composto soprattutto di ricordi. 

E avevo l’illusione che questo vasto orizzonte fosse la libertà 
che il filo spinato mi ha vietato, o ha vietato ai miei padri. 

Forse la vera pazzia, è l’ovvietà. 

Come fu bello, e come fu grande la nostra passione. 
Così grande che le cellule del mio corpo ne sono ancora imbevute, 
come una spugna che conserva l’acqua marina che la nutrì. 
Perché dopo, mia cara, è stata solo acqua dolce, 
spesso dolciastra, e che senso ha, mi chiedo, 
vivere ancora senza che nessun sale ravvivi il mio palato?

Come vanno le cose, e cosa le guida: un niente.

E’ stato come se sotto i piedi mi si fosse aperta una voragine fatta di tempo 
e io vi sono sprofondato dentro e ti ho raggiunta, 
perché non ci si può opporre alla fotografia di un giornale spiegazzato 
macchiato d’insalata, ho dato una spolveratina al velo di terriccio 
che ricopriva i tuoi occhi e lì, dove tu sei, sono tornato anche io. 

E allora, pensi, forse è solo un’illusione, una miserabile illusione, 
che tuttavia per un attimo, finché hai suonato quella musica, 
è stata vera davvero. E solo per quella hai vissuto la tua vita 
e ti pare che questo dia senso all’insensatezza, non credi? 

Hai spalancato porte e finestre e, come dici nella lettera, 
la casa non ti è sembrata abitata da fantasmi, 
il sentimento della mia assenza non ti è parso più angosciante, 
ti sei fatta un tè, ti sei infilata un pullover, e hai capito che tutto 
non era così spaventoso come ti era sembrato, 
e che nonostante tutto la vita continua.

Sarà così la vita, chiedesti, comincia in un punto come se fosse un petalo, 
e poi si disperde in tutte le direzioni?

E poi la vita ci richiamava alla realtà, la vita quotidiana 
a volte concede alcune fessure, ma si richiudono subito. 

Non importa, lo farò lo stesso: in fondo anche tu amavi le fessure fra le cose, 
ma poi hai scelto il pieno, e forse hai fatto bene, perché è una forma di salvezza, 
o comunque di accettazione di ciò che tutti siamo.

Arriva sempre il momento in cui capisci che l’illusione successiva dei giorni, 
o la loro musica, è giunta al suo termine. 

Si fissa l’oscurità con gli occhi spalancati e si aspetta che faccia giorno. 

Ma tu, amore mio, ci sarai di nuovo? Avrai fatto come me il tuo viaggio di ritorno 
e tutto starà per incominciare di nuovo, ripartendo dal principio? 

Ma la vita riserva sempre grandi sorprese: 
basta avere la pazienza di aspettare che ce le offra. 

E tu eri felice, nel frattempo. 
Perché le persone possono essere felici, nei loro frattempi.

Tu non sapevi come cominciare, 
a volte ci si sente a disagio, specie se sappiamo 
come andrà a finire e noi sapevamo entrambi 
come sarebbe andata a finire. 

…e per addormentarmi penso che ti scriverei che non sapevo 
che il tempo non aspetta, davvero non lo sapevo, 
non si pensa mai che il tempo è fatto di gocce…

…e quel tempo era così rapido e impaziente, 
ora è lunghissimo da passare in certe ore del pomeriggio, 
soprattutto sul fare dell’inverno, quando se ne va l’equinozio 
e la sera cala a tradimento…

E ti direi anche che ti aspetto, 
anche se non si aspetta chi non può tornare.

A.T.

 
 
 
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"In ogni caos c'è un cosmo, in ogni disordine un ordine segreto." (CGJ)

 

Era una ragazza semplice, di quelle che sognano dietro ai libri e alle poesie, e se la vita è carogna non importa, una ragione buona per sorridere la trovi comunque. Era un tipo così. Ed era carina, questo bisogna dirlo. Non del genere vistoso, quelle che ti giri a guardarle. Più semplice. Ma aveva qualcosa che ti accalappiava, niente da dire, ce l'aveva. Come una specie di limpidezza, di trasparenza. Era quel tipo di donna che quando ce l'hai tra le braccia, sai che lei è lì, proprio tra le tue braccia e da nessuna altra parte. Non so se avete presente. Ma è una cosa rara. E bellissima, nel suo genere.(A.B.)

 

 

- Magari non era affatto la donna della sua vita. Probabilmente era solo una stupidella viziata e vagamente frigida, lo sa?- disse.

- No, non lo era - disse l'uomo. Poi disse che era sicuramente la donna della sua vita.

- E perchè?

- Perchè era cattiva. Era matta, cattiva, e tutta sbagliata. Era vera, se capisce cosa voglio dire. Era una strada piena di curve assurde, e correva in aperta campagna, senza preoccuparsi mai di tornare. Senza nemmeno sapere bene dove stava andando.

Fece una piccola pausa.

- Era una di quelle strade su cui ci si ammazza. -

 

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Quando si ama qualcuno, si ha sempre il tempo per quella persona. E se quella non viene da noi, allora noi l’aspettiamo. In questo modo, aspettare diventa tanto imperativo quanto respirare. Ma a respirare impariamo proprio aspettando. L’attesa ci insegna a convivere con l’assenza, e noi finiamo per affezionarci a un sogno come se fosse vero. Allora, la vita si trasforma in una stazione ed è il vento ad annunciarci l’arrivo del treno, prima ancora del colpo d’occhio. L’amore nell’attesa ci insegna a vedere il futuro, a desiderarlo, a organizzare ogni cosa affinché sia possibile. E’ forse per questo che ho già imparato ad aspettare, rimettendo alla vita tutto quello che non so, o non posso scegliere. Perché è più facile aspettare che desistere. E’ più facile desiderare che dimenticare. E’ più facile sognare che darsi per vinti. E, per chi vive sognando, è molto più facile vivere. (M.R.P.)

 

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“Non c’è uomo […] che differisca più da un altro che da sé stesso nel corso del tempo”

 

La mia mente sentii fendersi come se il mio cervello si fosse spaccato.

Cercai di ricongiungere i due orli ma non riuscivo a farli combaciare.

Il pensiero anteriore al successivo tentavo in ogni modo di allacciare ma la sequenza era un groviglio muto, gomitoli sul pavimento sparsi.

(n.937 E.D.)

 

"La strana intimità di quelle due rotaie. La certezza di non incontrarsi mai. L'ostinazione con cui continuano a corrersi di fianco." A. B.

 

"La gente pensa che la cosa peggiore sia perdere una persona a cui si vuole bene. Beh, si sbaglia. La cosa peggiore è perdere sé stessi mentre si vuole troppo bene a qualcuno, dimenticarsi che anche noi siamo importanti. Per cambiare ci vuole coraggio…per buttare giù certezze e ricostruirne, cancellare abitudini e reinventarne ci vuole forza...ma quando inizi a guardarti allo specchio senza riconoscerti, forse il cambiamento è l'unica via d'uscita degna di considerazione. "

 
 

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