Lo so, era ottimistico pensarlo, ma la serata addolcita da Sangiovese Superiore vinificato in purezza (dio quanto lo adoro, questo sincero Ombroso 2004) mi aveva disegnato davanti agli occhi prospettive illimitate. Il bello è che si trattava soltanto di verbi transitivi e intransitivi, quindi niente di particolarmente difficile, ma nemmeno Giusti, che ho sempre ritenuto il migliore, e, al di là di questo, un ragazzo sveglio, ha dato segni di vita, se ne è rimasto a fissare le imposte con sguardo bovino per tutte le due ore. Del resto come dargli torto,nel frattempo è arrivata la primavera. Lo capisco adesso, figurarsi quanto lo capirei se avessi la sua età e tutte le ragazzine dell’Istituto avessero deciso, con scelta antidemocratica, di traslare all’abbigliamento estivo, sventolando di conseguenza, nei venti minuti di intervallo, tutta la maliziosa purezza dei loro anni giovani e le carni fragranti davanti ai nostri occhi sgomenti. Meno male che il destino mi ha riservato uno scarso gradimento per le quindicenni, non potrei immaginare come avrebbe risposto il mio sistema immunitario se fosse stato diversamente. Comunque non ne ho fatto un dramma. Come al solito mi sono riuscito a trascinare, ormai non si tratta di altro, alla fine della mia giornata di passione. Ho trovato sollievo soltanto una volta che il crick definitivo ha fatto spalancare la porta di casa.
Il pomeriggio ha disegnato sui vetri una guarnizione di goccioline volatili. Non mi dispiace questo clima, mi ha sempre predisposto positivamente nei confronti della fatica e della sofferenza. No, non vi preoccupate, non parlo di compiti da correggere o di programmazioni didattiche da completare. Parlo di altro. Parlo di Vita. O meglio, parlo di impossibilità di vivere che cerco di guarire, lenire, tamponare, con questa tortura autoinflitta che mi fa sprofondare a piedi pari dentro l’abisso ogni giorno di più. Oggi poi i fantasmi non mi danno tregua e ormai le vie di fuga non sono tante come in passato.
Ho la sventura di avere affinato i miei gusti e la mia resistenza all’alcol, quindi in questo momento una sbornia potrebbe costarmi anche 40 o 50 euro, ma non sarebbe un problema, la mia banca mi appoggia, ha steso sulle mie irrealistiche ambizioni di prolungare lo stile di vita che conducevo quando ero sulle spalle dei miei genitori un morbido tappeto di grande comprensione, soprattutto quando gli verso gli interessi del 7% con puntualità. Ma bere non risolve mai molto. C’è sempre il risveglio.
Avessimo un’altra vita oltre questa, mi dico, una vita in cui sperimentare, essere arditi, guarire le nostre paure, forse sarei un vincente. Ma non in questa. In questa mi sento un niente. Sento di avere tradito quello che sognavo, sento di avere imboccato tante strade senza averne conclusa una e, peggio, di avere fallito per codardia. Ora posso soltanto trasudare in questa insonnia perenne, scacciare con le mani gli incubi che ormai si sono fatti tangibili, che insisto a tentare di domare con la sola forza delle mie mani. Non so cosa possa essermi utile, arrivato a questo punto. Forse soltanto un miracolo potrebbe guarirmi. Ma non succederà, quindi dovrò rassegnarmi. È soprattutto la malinconia ad uccidermi. È il ricordo del me stesso che ero a vent’anni a tormentarmi, con tutte le sue domande. A volte sono costretto a tapparmi le orecchie con le mani per non sentirlo. Perché i miei sogni non si sono avverati? Mi chiede. Perché il mondo non si è inchinato ai miei piedi? Mi domanda. Eppure era tutto scritto, così doveva essere. Perché non è successo? Perché? Fa la sua voce sottile. Povero ragazzino colmo di sicurezza, mi fa tanta pena. Come potrei spiegargli di muri da abbattere e di meccanismi della vita che digrignano le persone da millenni prima della sua apparizione su questo mondo? Come potrei? E poi sarebbe inutile, lo so, l’unico risultato sarebbe quello di vedere offuscarsi il suo sguardo febbrile.
"Perché è sempre così triste, prof?” mi ha chiesto un giorno Sonia, una delle ragazzine più sveglie che ho a scuola, terza G.
“Come fai a dire che sono triste, Sonia?”
“Glielo si legge negli occhi, prof.”
“E tu come fai a saperlo?”
“Si vede, prof, non c’è bisogno di saperlo.”
“…”
“Allora?”
“Non lo so, Sonia.”
“Cosa vuol dire ‘non lo so’?”
“Significa non lo so.”
“È una stupidaggine, prof, come fa ad essere infelice senza sapere il perché?”
“Sonia, scusami se te lo dico, ma tu sei soltanto una ragazzina, tu la vita degli adulti non la conosci per niente. Ci sono un sacco di problemi che tu non potresti nemmeno immaginare, e quindi se io…”
“Quello che so è che c’è sempre un motivo, per tutto.”
“Sarebbe bello. Ti
posso garantire che a volte non c’è una motivazione al mondo.”
“Ne è sicuro, prof?”
“Fidati di me.”
“Sa cosa le dico? A vedere lei mi passa la voglia di crescere. Lo dico sul serio, quando la guardo mi viene da pensare: se io mai dovessi diventare così, un giorno, mi sparerei….”
“Non posso che darti ragione.”
“Sì?”
“Già.”
“E allora perché non fa qualcosa?”
“Tipo?”
“Fare qualcosa. O spararsi, o vivere.”
“Al momento non riesco a fare nessuna delle due.”
“Bene.”
“Cosa vuoi che ti dica?”
“Lei è un caso perso, prof” mi ha risposto prendendo il suo pesante zaino e issandoselo sulle spalle. “Un caso perso” ha ribadito. Poi si è girata e se ne è andata.
Non sono riuscito a ribattere.
Inviato da: jeffb0
il 21/05/2008 alle 17:49
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il 21/05/2008 alle 15:42
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il 20/05/2008 alle 12:01
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il 20/05/2008 alle 11:34
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il 17/03/2008 alle 16:45