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INTERNET E STUPRO

Post n°189 pubblicato il 03 Settembre 2010 da educatrice2


21enne  stuprata dal «bravo studente» conosciuto in rete
L'ha corteggiata per un mese
tra pc e telefonino.

Doveva essere un appuntamento al buio col principe azzurro conosciuto sul web. Invece c'è stato solo il buio: ed è finita con una Cenerentola stuprata da due mentre un terzo filmava la scena. Loro per fortuna arrestati tutti e tre la mattina dopo, incastrati proprio dalla Rete: tutti italiani, uno minorenne. Lei sotto choc, chissà per quanto. Storia tutta lombarda, tra la Brianza e Pavia. E dire che lei di quel ragazzo si fidava ciecamente, per quanto non lo avesse mai visto se non in una foto scattata col cellulare e poi inviata come mms. E del resto anche le (tante) parole che lei gli aveva detto per un mese, così come lui a lei, se le erano sempre scambiate sul telefonino. O sulla tastiera del pc.

Eppure quell'universitario pavese di 23 anni, dalla voce profonda e così sicuro di sé, e quella studentessa brianzola di due anni più giovane, bionda, minuta, molto carina, erano diventati grandi amici quasi subito dopo il loro primo incontro in chat-line. Perché è lì che si erano conosciuti, in un social network. Come ipnotizzati avevano trascorso tutto il mese d'agosto davanti al computer, anche dodici ore di fila a chattare senza sosta. Lui che da Pavia si divertiva a corteggiarla riempiendola di complimenti. Lei che dalla sua piccola Varedo, un paesino tra Monza e Seveso, giorno dopo giorno si era accorta di non poter più stare senza la frequentazione virtuale di quel giovane così galante, spiritoso, gentile.

Pronta a dargli informazioni riservate come il numero di telefono e l'indirizzo di casa, a raccontagli tutto sulla sua famiglia e sulla scuola e a inviargli le foto di quando lei era una bambina. «Mi fidavo di lui così tanto - ha poi raccontato in lacrime ai carabinieri di Desio - che gli avevo confidato perfino tanti aspetti della mia intimità, di cui non avevo mai parlato neppure coi miei genitori o con la mia migliore amica». E alla fine, l'altra sera, aveva accettato di vederlo.

Lui si è presentato sotto casa sua con altri due amici, anche loro studenti: 18 e 17 anni, di Lodi e Pavia. Lei lì per lì non l'aveva presa bene: «Sono stata ingenua - ammette ora - e solo adesso mi accorgo che di lui non sapevo quasi niente. Avevamo parlato tanto ma era un perfetto sconosciuto». Con la scusa di andare a bere qualcosa in amicizia, i tre alla fine sono riusciti a vincere la titubanza della ragazza e a farla salire in macchina. Dove appena chiusa la portiera si è ritrovata in trappola: partiti a tutta velocità l'hanno portata alla periferia di Varedo, l'hanno zittita quando piangendo li ha implorati di riaccompagnarla a casa, quindi l'hanno tirata fuori dall'auto. Poi in due l'hanno violentata, mentre il terzo complice filmava la scena col cellulare, forse con l'intenzione di metterla su Internet o di inviarla agli amici. Infine hanno abbandonato la ragazza su uno sterrato e se ne sono tornati da dov'erano venuti: rincasando tranquilli, come dopo una serata tra amici.

Forse si erano convinti che lei non avrebbe raccontato nulla a nessuno. Ma non è stato così. Poche ore dopo, accompagnata dai genitori, la giovane si è presentata alla stazione dei carabinieri di Varedo e, piangendo, ha raccontato tutto quello che le era successo. Il maresciallo ha raccolto con delicatezza la sua deposizione. E ai militari è bastato risalire ai tabulati telefonici per scoprire l'identità dei violentatori. Quando ieri mattina i carabinieri si sono presentati nelle loro case i tre hanno provato a far quelli che cadevano dalle nuvole. Ma poi le prove sono risultate schiaccianti. I militari hanno sequestrato i computer dei ragazzi e ora sottoporranno ad analisi i contenuti delle comunicazioni via chat che si sono scambiati per tutto il mese di agosto. La ragazza è stata ricoverata nella clinica Mangiagalli di Milano. I medici hanno confermato la violenza. Profondamente turbata, sarà affidata alle cure di un team di psicologi.

 

 
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INTELLIGENZA

Post n°188 pubblicato il 03 Giugno 2010 da educatrice2

INTELLIGENZA? L' intelligenza sembra essere stata espunta dalla letteratura poliziesca, che pure proprio all' deve la sua nascita e la sua fortuna. Auguste Dupin, patriarca di tutti i detectives, era soprattutto intelligente, non era anzi che intelligenza. Sapeva osservare, nulla gli sfuggiva: ma cio' che affascinava il lettore era la sua capacita' di stringere in un solo fascio di luce gli ambigui dettagli o indizi raccolti e con quello snidare dal buio la verita'. Quando E. A. Poe scriveva, le suggestioni dell'Illuminismo erano tramontate da un pezzo e del resto lui stesso - vita e opere - e' tradizionalmente sistemato tra gli autori romantici. Tenebroso piu' di chiunque, poeta dell'invisibile, dell'indicibile, suscitatore di immagini sinistramente irrazionali, egli fu tuttavia l'inventore della formula: fitto mistero / applicazione dell'intelligenza / luce finale. Puro Voltaire. E' possibile, probabile, che il pubblico ci vedesse nient'altro che una geniale trovata, un gioco nuovo e stimolante. Ma il gioco fu ripreso da innumerevoli seguaci e divenne il romanzo poliziesco. E' dunque lecito pensare che per oltre un secolo, fino, diciamo, al televisivo tenente Colombo, una vasta massa di lettori in tutto il mondo si sia divertita a guardare l'intelligenza in azione. Variamente caratterizzata mediante la pipa di Holms, i baffi di Poirot, le vestaglie di Phile Vance & Co., l'intelligenza restava comunque la primadonna del giallo. Era ammirata, allo stesso titolo della bellezza, della ricchezza, del potere. Spesso anzi ricchezza, bellezza e potere la contrastavano, la sviavano, ma l'ultima parola spettava trionfalmente a lei, sempre. <Ora che siete qui riuniti vi diro' che quando la signora Robertson non ha risposto alla seconda telefonata io ho collegato la scomparsa del falso vaso cinese con la fotografia strappata del colonnello...>. Delizia della deduzione. Volutta' del ragionamento. E tutto questo si vendeva a milioni di copie in tempi di mostruosa irrazionalita', di buio intellettuale assoluto. Leggendo il molto intelligente saggio di Francois Furet <Il passato di un'illusione> (Mondadori), si stenta a ricordare che mentre erano di scena Mussolini, Hitler, Stalin, ci fosse in un angolo neppure troppo defilato la poltrona di vimini di miss Marple. Ma a quello che era forse un estremo, umile omaggio all'intelligenza, alla forza vincente della razionalita', restavano pochi anni di vita. Il moderno scopritore della verita' criminale e' ammirato per ben altre doti. Per sconfiggere il serial-killer occorre una robusta preparazione in psichiatria unita a un notevole coraggio fisico; contro il traffico di droga e' indispensabile mettere in campo superiori capacita' mimetiche (l'infiltrato), assoluta padronanza del volante (gl'inseguimenti) e dell'uso di armi letali, mani, piedi, zucca nipponizzata, nonche' spranghe, seghe elettriche, mitra, bazooka ecc.; trattandosi di un avvocato o pubblico ministero, si esige da lui somma competenza legale e un'astuzia tortuosa, spregiudicata, cinica. E tutte le operazioni di ricerca e comparazione un tempo svolte dal cervello dell'investigatore passeggiando per i boulevard o nel chiuso del suo studio, sono in sostanza delegate al computer e alla banca-dati. L'intelligenza e' pur sempre necessaria, ma di per se' non attrae, non <diverte>, la si da' per scontata, come la circolazione sanguigna. Nessun lettore sta piu' li' col fiato sospeso a goderne le giravolte, i palpiti, le sorprese. E nessun indagatore e' piu' presentato come intelligentissimo, gli aggettivi che lo definiscono sono altri, duro, trasgressivo, diabolico, spietato, ambizioso, ovvero disilluso, idealista, comprensivo, umano. Ai margini di questa evoluzione forse irreversibile, si puo' osservare che l'intelligenza non sembra piu' molto quotata neppure nella vita quotidiana. Si sente sempre meno dire di qualcuno che e' intelligente: sara' preparato, sveglio, deciso, creativo, bravissimo, un fenomeno, un fuoriclasse, e cosi' via. Ma di <intelligenti> e basta ne circolano ormai pochi, nel linguaggio corrente. Bisognera' prima o poi andarseli a cercare nelle campagne, durante i week-end, seduti all'osteria faccia a faccia coi loro vecchi, fraterni compagni, gl'ignoranti.

 
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SCUOLA, EDUCAZIONE AL FEMMINILE

Post n°187 pubblicato il 20 Maggio 2010 da educatrice2

Sono sempre di meno gli insegnanti maschi

 

 

Dire «signor maestro» in qualche modo è un lusso; comunque, un'eccezione: sono donne il 99,54% di insegnanti alle Materne, il 95,18% alle Elementari. E se il rapporto (numerico) tra i sessi scende al 74,78% di professoresse alle Medie e al 58,59% alle Superiori, non inverte certo la tendenza nei decenni consolidata di una scuola che, nella docenza, parla sempre al femminile. Ottimamente. Per la nota affidabilità e per la nota supremazia (numerica!) delle donne rispetto agli uomini. Bene o benino, per non dire male, se si considerano appena un po' più a fondo le cause sociali, prevalentemente italiche, del fenomeno, che risente ancora oggi di una vecchia, datata e penalizzante mentalità. Insegnare è mestiere da donna, dicevano con presunzione gli antichi, intesi come poche generazioni passate. Da donna perché si lavora meno (niente di più falso), da donna perché ci sono meno stress competitivi (niente di più assurdo), da donna perché come stipendio aggiunto va bene anche uno stipendio basso (niente di più triste). E allora, una volta per tutte, il tabù andrebbe sfatato; anche con i dati alla mano apparentemente validi alla conferma delle datate teorie. Se le donne insegnanti sono in netta maggioranza, lo stesso non avviene per le altre tipologie lavorative all'interno della scuola. Dunque, è prevalenza anche nei titoli di studio e nelle aspirazioni professionali. Se le donne insegnanti sono in maggioranza significa ancora che tra i 730.000 docenti attualmente di ruolo sono arrivate prima rispetto ai maschi. Nei concorsi, nelle graduatorie, nel conteggio dei servizi. E se le donne, che in genere rappresentano la percentuale più alta come incidenza di disoccupazione, hanno conquistato in massa il territorio scolastico, evidentemente sono stati gli uomini ad abbandonarlo, magari alla ricerca di più gratificanti (in ogni senso) mestieri, risolti a volte in illusioni e altre volte in disillusioni. C'è però in agguato, come rimanenza di fine stagione «maschilista», la negativa considerazione del ruolo nell'«altra» società da uomini; anche qui un bluff di conveniente banalità. Se per insegnare occorre una laurea (adesso anche alle Elementari, e alle Materne), l'idea del mestiere «facile» diventa tanto assurda quanto ingrata: perché non riconosce un impegno di base, che è premessa alla carriera. Quale? Appunto qui risiede l'altra causa – collegata alla prima – di italico significato statistico non esaltante per l'universo-scuola: hanno un'età tra i 46 e i 55 anni il 48% degli insegnanti (il maschile è solo di prassi); e il 17% risulta addirittura compreso tra i 56 e 65 anni. Pallottoliere alla mano, il 65% della classe docente non è più giovane; per dirla gentilmente. Ed è troppo, per una scuola che vuole rinnovarsi anche in virtù di nuove energie lavorative e di nuove idee produttive. Molti, moltissimi, diciamo quasi tutti gli insegnanti, professionalmente nascono o muoiono come tali: gli avanzamenti sono inesistenti nelle competenze, ridicoli in busta-paga. E l'idea vecchia della moglie «docente-casalinga» a cui è vietata la scalata professionale diventa ancora vincente. Soprattutto se si considera la statistica significatamente «maschilista» della maggioranza di uomini nei ruoli dirigenziali, a dispetto della provenienza dai ruoli della docenza. È l'immagine, insomma, di una società ancora nella fattispecie arretrata, quella che deriva dai dati resi noti dal Ministero dell'Istruzione; riflessi di una scuola che non trova i giusti ritmi del ricambio, a livello di condizione operativa e di mentalità. Oggi molto è cambiato, nelle motivazioni della scelta «al femminile»: è cambiato nell'acquisizione di una coscienza di mestiere da parte delle giovani leve, è cambiato nel rifiuto, delle insegnanti soprattutto, di considerare il loro lavoro come un ripiego o come un appoggio all'attività del marito. Ma le conseguenze di decenni e decenni di speculazione, anche ideologica, pesano ancora – eccome – sull'istituzione nel suo complesso; anche in virtù del vecchio, e per fortuna ormai improponibile baratto tra il poco lavoro e il poco stipendio. Causa della maggior parte dei mali, all'interno dell'istruzione nazionale.

 
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BASTA UN PO' DI CENERE PER BLOCCARE LA VITA!

Post n°186 pubblicato il 20 Aprile 2010 da educatrice2

L'apocalisse è rinviata

 

Da oggi, a quanto sembra, si vola. E se il secondo vulcano islandese non scatenerà nei cieli una nuova tempesta di polveri, anche questa emergenza che sembrava dovesse durare mesi verrà superata.

L’Apocalisse si annuncia e non arriva mai, è sempre rinviata a data da stabilirsi, con grande delusione di alcuni e un po’ di cinico sollievo di altri. Gli aerei si alzeranno nel cielo come sempre; si sosterrà - come già si è cominciato a dire, da parte delle compagnie aeree - che gli enti per la sicurezza avevano esagerato la portata dell’allarme, e che il vero danno è stata semmai la prudenza eccessiva.

Se così sarà, il copione non avrà nulla di nuovo, si tratterà di una semplice replica di quanto è già accaduto nel recente passato; anzi per certi aspetti verrà perfezionato quello che ormai sta diventando il format delle nostre paure. E’ successo con l’influenza suina, a partire dall’aprile di un anno fa: i governi hanno fatto incetta di vaccini che per l’opinione pubblica non erano mai abbastanza, e che sono rimasti nei depositi perché il numero di vittime è risultato molto contenuto e la temuta pandemia non c’è stata. E’ successo poco prima con l’aviaria, annunciata come la peste del nuovo secolo, e anche in questo caso, salvo un drastico calo nel consumo del pollame, non è successo quasi nulla.

E’ successo con la «mucca pazza», che ha tagliato i consumi di bistecche e penalizzato seriamente la nostra fiorentina, ma anche in questo caso il panico è durato poco, per dar luogo all’impressione generalizzata che si fosse esagerato nelle precauzioni, magari in modo interessato. Cessato l’allarme, si cercano le lobby cui imputare loschi maneggi. O si va al cinema: il virus Ebola, che alligna in Africa ed è davvero micidiale, è stato oggetto di quattro film. E’ finito in due romanzi di Ken Follett e in uno di Tom Clancy, ha sedotto un terrorista giapponese come «arma letale», è stato un successone. Da noi non è ancora arrivato, ma non si sa mai.

Un tempo, quando le epidemie finivano - ma quelle erano vere epidemie, peste e colera che falcidiavano i popoli - si celebravano una congrua serie di Te Deum, si ringraziava il cielo e tutti erano molto più contenti. Oggi, dopo il grande timore e la diffusa sensazione di non essere protetti dalle istituzioni, si liquida la fine dell’emergenza con una valanga di critiche alle misure che prima non ci tranquillizzavano e ora ci appaiono eccessive, uno spreco, un danno all’economia o alla nostra tranquillità, forse un provocato allarme. Forse il nostro problema è che sappiamo curare tutto - o quasi - e quindi pensiamo di poter prevenire tutto; abbiamo la profonda convinzione che essere protetti con una copertura totale sia un nostro diritto.

Nello stesso tempo, nutriamo una irragionevole certezza che nessun vulcano - e tantomeno nessun pollo - possano rappresentare per noi un pericolo apprezzabile. Il risultato è che appena scatta l’allarme cadiamo preda del panico, pronti a decidere, subito dopo, che l’allarme era infondato. Che cosa ci ha deluso così profondamente? Da García Márquez in poi, si è imposto un aggettivo buono per tutti gli usi. Quando accade qualcosa di grave - e accade molto spesso - diventa un disastro «annunciato». Lo sapevamo, si poteva evitare, e molto spesso è persino vero. C’è però una sfumatura di soddisfazione se non di macabro trionfo nel volerlo sottolineare. Ma che succede quando qualcosa viene appunto «annunciato» e poi non si verifica? Incerti fra rivolta e oblio, guardiamo oltre, alla prossima Apocalisse. Quella futura, a venire, certissima. Quella che non ci deluderà( m. baudino)


 
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ELEZIONI MINUTO PER MINUTO

Post n°185 pubblicato il 29 Marzo 2010 da educatrice2

dati alla chiusura del primo giorno di voto: 47,08 per cento contro il 55,96 di cinque anni fa. Nel Lazio addirittura -12,4 per cento. Per i sondaggisti, possibili 2 milioni di diserzioni.

Regionali, alle 22 crolla l'affluenza
quasi nove punti in meno del 2005Oggi si può votare dalle 7 fino alle 15: a seguire lo spoglio delle Regionali. Un mini-comizio di Silvio Berlusconi al seggio: "Se molliamo ci troviamo Di Pietro"
 
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