
Aveva una camminata incerta, lenta, quasi che volesse essere lei stessa a muovere i passi su quel prato, invece quella piccola donna al mondo da qualche anno mostrava un piglio già deciso, una falcata da parata, alzava le gambe tanto da piegare le ginocchia, un braccio chiuso ad angolo col pugno appoggiato ad un fianco e le sopracciglia corrugate. Tanto spedita che da dietro si potevano vedere i riccioli ondeggiare ad ogni impronta depositata al suolo.
Sapeva quel che avrebbe fatto, almeno lo intuiva, e cercava una giustificazione per la scelta di dar retta alle parole ancora spurie di quella piccola donna, di aver accettato di lasciarla affrontare quell'inferno.
"E' il mio sangue, è la mia carne, la mia genesi, la mia unica fine, devo perdonare, devo volare, dammi fiducia, non angoscia..." si era sentita dire, da quegli occhi azzurri pareva filtrare il cielo terso che da anni sognava, la speranza del mare calmo che adagia lievi onde sulla battigia. Ora sembrava che nulla avesse detto, che potesse essere solo frutto di uno strano sogno, un'allucinazione.
Mentre procedeva senza rallentare, come il battito di quel piccolo cuore, iniziavano a sfrecciare i primi lampi fendenti l'aria, il colore del cielo si faceva amaranto, il sole sembrava amalgamarsi con l'oscurità senza alcuna sfumatura, un colore indefinito, come l'odore acre della terra. Solo al suo fianco resisteva una luce fioca.
Ormai accasciato, in ginocchio, impotente di fronte al dolore provato, colpito dai lapilli delle fiamme che dense scorrevano lungo quello che un tempo era il fiume più bello che avesse mai visto, fonte di beatitudine e luogo di pace. Nemmeno ricordava come tutto ebbe inizio, solo avvertiva l'angoscia di quel viaggio interrotto, dell'impossibilità della concretizzazione. Per anni aveva tenuto tutto sotto controllo, era bastato a se stesso e agli altri. Le spalle larghe di un dì adesso si squarciavano di fronte ai colpi della terra che gli stava piovendo addosso.
Si fermò. Di colpo i riccioli fecero un ultimo balzo. Un sospiro più profondo, non lento, ma profondo, a scacciare tutte d'un fiato le paure che stava, invero, imparando, e che avrebbe dovuto conoscere in un arco di
tempo molto più lungo:
"BASTAAAAAAA!" "BASTAAAAAA!" , "SMETTILA, SEI MIO PADREEE!", "SONO TUA FIGLIA!"
Il suono della voce riportò tutto ad una dimensione terribilmente reale. L'urlo acuto strozzato dalle lacrime era proprio quello di una bambina.
Non la vedeva ormai più, ma intuì e si gettò in ginocchio, con le mani sul viso, più per la vergogna di farsi vedere che non per la paura di cosa avessero potuto intuire i propri occhi. Poi ad un tratto il cielo azzurro prese a mangiarsi la cappa rosso fuoco che conteneva quello strano microcosmo. La luce con una ricorsività inebriante continuava a rigenearsi e i colori divennero così veri, senza filtri che il calore asciugava le lacrime.
La scena era ormai sgombra da qualsivoglia oggetto incolore. Solo una collina verde, con delle margherite gialle e bianche.
L'uomo in ginocchio, sentiva solo un dolore, ma non proveniva dai lividi rimasti sul proprio corpo tumefatto, stavolta no. Il dolore veniva dal cuore: mai l'aveva sentito battere tanto forte, sì tanto che poteva sentire i pensieri fondersi col sangue e armoniosamente attrarre il proprio corpo verso quello della bambina, che gli stava ora innanzi.
Quegli occhi azzurri, quei riccioli, una sopracciglia alzata come un severo scrutatore, come una madre che rimprovera al proprio figlio una biricchinata.
Tutto d'un tratto capì, fissò la scena da lontano, e intuì i discorsi di quella saggia bambina, vide i due corpi fondersi , svanire in un enorme elica rossa e azzurra, il sangue dell'uomo tornava ad unirsi a quello di colei che l'aveva generato, di colei che aveva a sua volta generato, e si fondeva con i suoi occhi azzurri, per vedere ciò che non aveva mai voluto vedere.