Creato da: headroom il 23/06/2005
Sovrastrutture di un'idea (la continua isteresi del pensiero)

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Post n°52 pubblicato il 02 Gennaio 2006 da headroom
Foto di headroom

Si era svegliato senza pretese quella mattina, sabato 31 dicembre diceva il calendario.
Si sentiva però strano, in un ambiente ovattato, impalpabile, in cui le distanze sembravano distorte. Un'occhiata al cellulare, niente di particolare.Non che non lo sapesse, ma la fiducia nei grandi eventi inattesi l'affascinava sempre e comunque non gli costava nulla. Oramai, visto ch'era sveglio, tanto valeva la pena facesse pure qualcosa da sveglio. Colazione!
Pensò ad un pasto da 11:30 e pensò al fatto che quel panettone sulla spianatoia di cucina costituiva un grosso pericolo per i buoni propositi già troppe volte rimandati alle settimane seguenti. Uniti che furono dunque i due pensieri, per colazione bevve un mate di coca e 3 fette di panettone, con l'uvetta, con i canditi, con un mare di burro, insommma, il più pattone e canonico panettone di natale che i fornitori regalano appunto a natale, ma tanto valeva la pena toglierlo subito di mezzo.
Si mise a sedere comodo sulla chaise longue, con la schiena poggiata sulla sponda destra, una gamba distesa sulla base e l'altra libera di ciondolare su di un puff li nei pressi. Iniziò a leggere un libro sulla cerimonia del tè, ma non riusciva a tenere il pensiero coerentemente adeso all'esercizio della lettura, gli balenavano per la mente immagini delle donne della propria vita impegnate in quotidiane faccende, se le immaginava ormai libere da qualsiasi vincolo di pensiero con lui, felici senza di lui, tristi senza di lui, in un mondo senza più la sua presenza, teoricamente ciò che aveva sempre ritenuto fosse la cosa migliore, praticamente un gran rodere di culo!
Vabbè pensò, inutile leggere oltre, tanto un buco centrale nel pavimento per il bollitore non lo farò mai. Alzò il volume dello stereo, Miles Davis (Kind of blue) anche "fully remastered" contribuisce sempre ad allargare le strade della mente permettendo al suo unico neurone di scorazzare libero nelle praterie oniriche del pensiero. Puntualmente, una per una, iniziarono ad avvicendarsi in se le preoccupazioni e i rimpianti di sempre, quelle un po' più giovani, quelle nuovissime. Queste "forche caudine della propria coscienza" generavano dolore, ma allo stesso tempo prendevano forma con contorni ben definiti rasserenandolo. "Eccheccavolo" disse al gatto "combattere contro un mostro che si può vedere è diverso, posso quantomeno mollare qualche fendente pure io, eppoi una volta riusciti ad identificare l'evento, se ne trova e rimuove pure la causa".
Ovviamente il gatto, che non avendo altro da fare che dormire, continuò a dormire, o forse faceva finta per evitare di generare falsi equivoci e dover subire interminabili e sfiancanti racconti per le volte a seguire.
Si accese un truccosigaro, finito il primo, subito un altro, per mettere bene fuori fuoco ogni distrazione oggettivamente reale e spostarsi quindi quasi completamente nella dimensione che ormai da onirica era divenuta quasi reale (l'avevano avvisato che quei truccosigari erano forti ma lui non volle crederlo). La battaglia si protraeva a colpi di elenchi di necessità  essenziali, di sensi di colpa, di ricordi di momenti di imbarazzante silenzio. Non sembrava esservi un sopravvissuto, a volte i colpi erano vorticosamente veloci, a volte lunghe riflessioni quasi confidenziali, scorrettezze mai però, "A questo corpo ci teniamo entrambi" disse ad alta voce sempre tentando di coinvolgere il gatto che ora guardava dalla finestra i passerotti sul tetto coperto di neve.Ad un tratto capì che stava sbagliando qualcosa, non poteva continuare a combattere con i propri errori, era come contraddire se stesso, doveva cambiare strategia. Cominciò allora a cercar di capire la debolezza delle proprie convinzioni che l'aveva portato a deludere così spesso le aspettative degli altri. "Degli altri?" sobbalzò il gatto, che subito dopo al grido di "lo sapevo che eri tu" fu raggiunto da una scarpa casual numero 44. Ma al gatto ci avrebbe pensato poi...
Il punto focale del suo agire era ormai come un nervo scoperto, pulsante, ed era li davanti, mai così nitido come ora. Dunque poteva essere una persona tanto falsa da poter agire in funzione della ricerca di approvazione? e l'istinto di sopravvivenza? e il sano egoismo? Eppure facendo qualche rapido confronto si rese conto che era andata così, che quella cazzo di rosa rossa nonostante Saint-Exupéry (a 14 anni sembrava l'avesse capito), continuava a tenerla in una campana di vetro per proteggerla. Quindi sempre in cerca di conferme, senza accorgersi del viaggio che si stava compiendo, senza curarsi dei propri passi, senza sinergie che potessero far evolvere alcuna situazione ulteriore, lentamente, come aveva sempre fatto con le persone alle quali teneva di più, verso il degrado e la tanto odiata ripetitività, senza più estro o fantasia, solo difese e lotte contro dei mulini a vento.
Preso atto del proprio stato, decise che avrebbe in primis ridotto le quantità di trucco nei sigari, poi si alzò dalla chaise longue e si diresse nell'unico posto in cui il passaggio fra bene e male poteva concretizzarsi, nel T_con_zero dei propri dubbi, nell'unico posto dove un "suo momento" era veramente "suo", dove si poteva prendere una pausa spazio-temporale da tutto e tutti, in quel luogo, non osavano disturbarlo: il cesso.
Entrò, si sedette, uno sguardo alla propria laurea (in bagno, sì in bagno) e il pensiero alle proprie ansie. Le volle tutte con se, non ne poteva mancare una, e quando il risultato fu raggiunto compì quello che riteneva il gesto più nobile in quel momento.
Cacare nell'anno corrente tutte le proprie ansie e preoccupazioni e portarsi in quello nuovo soltanto le speranze e i sogni ancor da realizzare. Alienare quindi il dolore, condurlo lontano da se, permettere al nervo di rientrare nella propria sede, permettendo a se stesso di ricominciare a sbagliare come ogni anno. Finito che fu, tornato alla chaise-longue, il gatto alzò un millimetro la testa dalla zampa, socchiuse gli occhi e lo guardò: "con te facciamo i conti dopo..."

 
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