ETICA e MORALE

Garlasco, assolto Alberto Stasi. La prima intervista: "Non ha vinto nessuno"


Da www.affaritaliani.it LA CRONACA - Il Gup di Vigevano Stefano Vitelli ha assolto Alberto Stasi dall'accusa di aver ucciso la fidanzata Chiara Poggi assassinata nella sua casa di Garlasco in provincia di Pavia. Assolto secondo l'articolo 530 comma 2 del codice penale, che tradotto vuol dire che c'è l'assoluzione, ma non è "piena". Semplicemente  il giudice non aveva prove sufficienti per condannarlo. E quindi mantiene i dubbi sulla sua colpevolezza, pur non avendo elementi "forti" a suo carico. "Lo sapevo, esco da un incubo", è stato il commento immediato di Alberto in lacrime. Amaro il commento di Rita Poggi, mamma di Chiara: "Una sentenza che non rende giustizia".Ci sono volute ventiquattro udienze, due anni e mezzo di indagini, decine di perizie per arrivare al verdetto sul delitto di Garlasco. E il risultato è una sconfitta per l'accusa e forse per tutti. Assolto in base a quella che una volta veniva definita 'insufficienza delle prove'. Quello che è sempre mancato in questi due anni. Le prove. E senza prove l'accusa non può andare da nessuna parte. Non può accusare. Le impronte sui pedali della bicicletta di Alberto, il presunto dna della vittima sugli stessi pedali. E' la prova schiacciante, secondo l'accusa, secondo i pm Rosa Muscio e Claudio Michelucci. Indagini su indagini, Ris di Parma, laboratori, analisi. E niente. Si ricomincia daccapo.Una vicenda con pochi personaggi. Troppo pochi, non è venuto fuori mai nessun altro nome, nemmeno un altro indagato. A parte le cugine Kappa (le due gemelle cugine di Chiara), presto uscite dalla scena del delitto. La trama apparentemente banale per quello che si è rivelato un intrigo degno della penna di George Simemon. Un intrigo non risolto. Si ricominica tutto daccapo. Chiara rimane senza assassino.Ma torniamo indietro per ricostruire il delitto. Siamo in un paese sonnacchioso, sprofondato in pianura, è il 13 agosto 2007, poca gente in giro, qualche anziano in bicicletta che cerca un po' di aria fresca in un tempo immobile. Alle 13 e 49 un ragazzo di 24 anni, Alberto Stasi, chiama il 118 per chiedere i soccorsi. "Ho trovato una persona uccisa in via Pascoli, correte", dice, e anche sul tono della voce di questa chiamata, "preoccupato", "neutro", "glaciale", sarà costruita l'accusa contro di lui. "Una persona": così Alberto definisce la fidanzata Chiara Poggi, di due anni più grande, uccisa a casa, in via Pascoli. Alberto e Chiara, fidanzati da 4 anni.Lui, studente in Economia alla Bocconi, occhialetti alla Harry Potter, biondino, viso bianco latte, atteggiamento sin dall'inizio un po' freddo. Lei, da poco laureata, stagista a Milano, pochi numeri nella rubrica del telefono, una ragazza "senza nuvole", è la sintesi di un inquirente. Qualche minuto dopo, Alberto è nella caserma dai carabinieri del paese. Risponde per ore, sino alla mattina successiva, a tutte le domande: nessuna esitazione nel racconto, che ripeterà sempre, senza una sbavatura, come un mantra. "Mentre Chiara veniva uccisa, lavoravo alla tesi a casa mia. Ho provato a chiamarla più volte, ma lei non rispondeva. Allora sono andato in via Pascoli, ho aperto la porta e l'ho trovata in un lago di sangue".LA SCENA DEL DELITTO E L'ARRIVO DEI RIS - Villa Poggi è al civico 8, la seconda a destra di una stradina senza uscita. La porta non è stata forzata. Basta aprirla per scorgere il sangue. Il palmo della mano della vittima ha tracciato il percorso fino alla porta che nasconde le scale che portano alla tavernetta. E' su quei gradini che Chiara viene finita, in pochi passi c'è tutto il racconto dell'omicidio, le tracce di chi la guarda dritto negli occhi quando lei apre la porta, prima di essere colpita alle spalle. Arrivano i Ris, provano a leggere la trama nascosta dietro segni invisibili. Sette giorni dopo, Alberto Stasi viene indagato per omicidio volontario, i carabinieri sequestrano la sua bicicletta e il pc, frugano in ogni angolo della casa. Rosa Muscio, il pm: schiva, mai una mezza parola ai giornalisti, spesso a sorpresa sceglie curve investigative sorprendenti. Il 24 settembre, la prima, la piu' rischiosa: ordina l'arresto del biondino. La prova schiacciante sarebbe la presenza di dna della vittima sui pedali della bicicletta in sella a cui Alberto sarebbe fuggito. Quattro giorni dopo, il gip Giulia Pravon scarcera Stasi, non ci sono prove sulla sua colpevolezza, solo suggestioni accusatorie. "Fine di un incubo", commenta lui, che non ha ceduto alle emozioni neanche in cella. Muscio continua a indagare, il 9 ottobre chiude l'inchiesta e il 3 novembre chiede il rinvio a giudizio.
LA SCENA DEL DELITTOLA GALLERYIl 9 aprile i pm Rosa Muscio e Claudio Michelucci chiedono la condanna a 30 anni per Stasi. "Colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio - dicono - ha ucciso per una lite avvenuta la sera precedente". "Non ci sono arma, movente, solo indizi discordanti, ho paura di una giustizia penale che costruisce prima i colpevoli e poi le prove", ribatte Giarda. Il 30 aprile il gup si ritira in camera di consiglio e ne esce con una decisione a sorpresa: niente sentenza, ma un'ordinanza con cui dispone 4 nuove perizie sui punti oscuri dell'inchiesta, partendo dal presupposto che le indagini sono state "lacunose". Stefano Vitelli, il giudice: giovane, scrupoloso, ottimi rapporti con la stampa, "non faccio il passacarte", puntualizza, e infatti fa riaprire l'inchiesta chiamando alla sua corte numerosi esperti. Il 25 ottobre riparte il processo, con la sensazione che la scienza non abbia reso più limpido l'intrigo, anche se la perizia informatica conferma la versione di Alberto. Ha lavorato davvero alla tesi dalle 9 e 36 alle 13 e 20. Poi, tutto come da copione: i pm richiedono 30 anni, anche se a sorpresa Muscio cambia l'ora della morte, posticipandola; Giarda e l'avvocato Giuseppe Colli invocano l'assoluzione. La parte civile chiede 10 milioni per risarcire il dolore senza fine dei Poggi.ERRORI SENZA FINE - Il cadavere da riesumare perchè a nessuno, carabinieri e pm, era venuto in mente di prendere le impronte digitali della povera Chiara. La centralina dell'antifurto sequestrata quando ormai era troppo tardi perchè i dati interessanti erano scomparsi. Il telefono cellulare di Alberto Stasi, l'unico indagato, mai sequestrato. Impronte degli inquirenti sulla scena del delitto, persino - si dice - lo scivolone di un carabiniere sul sangue della vittima. E ancora, un gatto lasciato scorazzare tra le stanze di villa Poggi e il tacco del pm Rosa Muscio stampato sul pavimento. Ma gli errori nelle indagini non sono finiti. C'è anche una bicicletta nera ignorata nonostante un testimone ne abbia parlato poche ore prima coi giornalisti, poi coi carabinieri per ribadirlo ancora in aula durante il processo.
Chiara PoggiErrori, dimenticanze, "lacune", sintetizza il giudice dell'udienza preliminare Stefano Vitelli. Ma l'errore più grossolano, quello che pesa di più sulla credibilità delle indagini, è dei carabinieri che, curiosando nel computer portatile del 'biondino', involontariamente cancellarono le tracce di salvataggi che oggi, ritrovate, risultano essenziali per confermare l'alibi di Alberto. Nessuno sa spiegarsi come sia potuto accadere che, dopo i funerali di Chiara, le impronte della ragazza mancavano all'appello. Si racconta, ed è arrivata solo qualche conferma ufficiosa, che per rimediare, esperti medico-legali, accompagnati dai carabinieri, abbiano riesumato nottetempo la salma e riparato alla "dimenticanza" in tutta fretta. Con molta meno solerzia si andò invece nell' officina del padre di Alberto Stasi a sequestrare l'impianto d'allarme. Non era difficile immaginare che Alberto potesse essere andato lì a nascondere l'arma e gli abiti sporchi di sangue, a ripulire la bicicletta. Ma l'accertamento è stato fatto solo a ottobre, quando era inutile perchè la centralina teneva in memoria solo i dati dei trenta giorni precedenti.E ancora. Nemmeno è stato fatto nessun controllo scientifico a casa di Alberto. Sì, sono stati portati via oggetti, indumenti, scarpe, computer. Ma nessuno ha mai effettuato ricerche minuziose nelle stanze, nel giardino. Eppure Alberto è sempre stato il solo indagato. La casa di Chiara è piena solo di tracce di "estranei". Quattro del capitano Gennaro Cassese, che guida la compagnia di Vigevano, una è del colonnello Giancarlo Sangiuliano, comandante provinciale di Pavia. Sono gli stessi Ris in una delle prime relazioni a scrivere che il divano del salotto è stato spostato con pochi riguardi per la scena del crimine e parlano di "tracce di suola a carro armato" riconducibili alle "calzature militari". La verità, alla fine di questo processo, è che hanno perso tutti. I carabinieri con i loro errori, il Ris di Parma, i pm,  i genitori di Chiara, la difesa. Sì, anche la difesa. Perchè dopo quasi 900 giorni di "inseguimento" ad Alberto Stasi, non è lui l'assassino. Non c'è un colpevole. Chi è stato? L'orologio dell'inchiesta è azzerato. Chiara, per quello che si sa oggi, è stata uccisa da un fantasma.