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Le ecoBALLE di Bertolaso

Post n°149 pubblicato il 23 Giugno 2009 da lelfodellago

Secondo Silvio e i suoi la difficile situazione dell'emergenza rifiuti in Campania è stata brillantemente risolta, ecco invece ad stanno ancora le cose.

Tratto da antimafiaduemila.com

di Pietro Orsatti su Terra - 23 giugno 2009

L’inchiesta Un milione di metri cubi di rifiuti. Abbandonati e senza controllo nella discarica di Ferrandelle, dove il percolato cola nei canali dell’acqua destinata a irrigare immensi campi di grano e rifornire i tre caseifici della zona.
La terra dei fuochi è in piena attività. Un vulcano in eruzione. Ribolle di puzza, liquami, immondizia e fiamme. L’emergenza rifiuti in Campania, e in particolare nella provincia di Caserta feudo dei Casalesi, è scomparsa e risolta solo nei Tg nazionali e nei proclami dei commissari e degli accondiscendenti emissari di governo. Non serve leggere rapporti, perizie e lanci di agenzia per accorgersene. Non serve fare anticamera dall’assessore di turno e meno che mai chiedere “permesso” alle forze dell’ordine. Basta andarci, nella terra dei fuochi, per scoprire questo ennesimo, raccapricciante e pericolosissimo inganno messo in piedi dal Titanic mediatico che fa capo all’attuale maggioranza di governo e in particolare al premier e al suo braccio armato Bertolaso. Basta salire in auto e fare una manciata di chilometri dall’uscita della Domiziana cercando di dimenticare cosa si rischi a prendersela con gli affari dei Casalesi.
A Casal di Principe è morto lo Stato per suicidio. Se qualcuno vi dice il contrario o è spaventato a morte o è un complice. Peppe è uno che lavora nel sociale, si batte da anni contro la camorra e il degrado. Ed è spietato nel suo giudizio: «Prima, quando ci battevamo contro la “monnezza” smaltita irregolarmente dalla camorra ci dicevano “bravi, andate avanti così”, oggi che ci battiamo contro la “monnezza” smaltita sempre irregolarmente, ma dallo Stato, ci danno dei camorristi».
Che vuoi dire? «Vatti a vedere che cos’è Ferrandelle». E andiamo a vedere. Ferrandelle è il più grande sito di smaltimento (provvisorio, si diceva) dell’era Bertolaso bis, quella della rinascita del governo Berlusconi terzo. Sta in un’area posta a metà strada fra Santa Maria la Fossa e Casal di Principe. In un’azienda agricola confiscata a Sandokan, Francesco Schiavone, il boss che più di altri capì anticipatamente che la “monnezza” è oro. Un milione di metri cubi di rifiuti, ecco cosa conterrebbe questo sito “di interesse strategico nazionale” (di conseguenza vincolato a segreto di Stato per non avere rompiscatole che vadano a ficcare il naso). E ad aprile scorso il blocco per raggiunti limiti.
Discarica immensa, a cielo aperto, parzialmente abbandonata. Se c’è una vigilanza all’ingresso principale, di lato si arriva quasi a toccarle le montagne di rifiuti e non risulta alcun controllo neppure a distanza. Ci si rende conto immediatamente che sono saltate, se mai sono state attuate, tutte le norme di sicurezza e di contenimento degli inquinanti. Il percolato cola nei canali di scolo mischiandosi con l’acqua (se è possibile chiamare acqua il liquame maleodorante che scorre in quei fossi) che andrà a irrigare gli immensi campi di grano della zona. Le coperture sono saltate. Molte delle piscine (fatte di teli impermeabilizzanti) hanno ceduto e i rifiuti sono a contatto direttamente con il terreno. Come del resto anche nel sito limitrofo, a ridosso di una base militare praticamente in disuso, dove si lavora per preparare le strutture non per ricevere i rifiuti ma per consentire lo svuotamento di Ferrandelle, ormai collassata. Ma anche in questo sito già ci sono rifiuti smaltiti irregolarmente senza alcuna barriera di contenimento del percolato. «Andatevene che arrivano i militari». Anche se siamo per strada, non in zona militare. Perché anche questo è un sito militarizzato, anche se di soldati non se ne vedono.

La situazione diventa paradossale davanti l’ingresso principale di Ferrandelle. Dall’altra parte della strada una serie di capannoni e di aree di stoccaggio di ecoballe. In uno di questi, allagato, le ecoballe galleggiano. Lo stesso spettacolo al quale si assiste nell’area limitrofa all’aperto, senza neppure la provvisoria copertura garantita dalle tettoie. I teli a terra sono posizionati in modo che il percolato (che si riforma inevitabilmente a contatto dell’acqua) defluisca all’esterno del sito. Anche questo posizionato a pochi metri da terreni coltivati e dai tre caseifici presenti nell’area.
Il mostro è lì sotto gli occhi di tutti, ma nessuno vede. Pomeriggio di festa, Casal di Principe. Il sabato di giugno da queste parti sembra essere destinato ai matrimoni. Fa un certo effetto vedere la sposa con il suo vestito avanzare verso l’ingresso della chiesa con sullo sfondo cumuli di immondizia e un branco di cani randagi ansimanti per il caldo. Fa effetto a noi, non agli invitati con il vestito della festa. Potere dell’abitudine. Perché vivere “co a munnezza” per strada ormai è consuetudine. Altro che raccolta differenziata ed emergenza rientrata. Qui, la “monnezza” da schifo è diventata panorama. “Monnezza” e ville di boss piccoli e grandi, pacchiani monumenti alla camorra più mafiosa, nella sua declinazione tecnica tradizionale.
Identità, capacità di differrenziare attività lecite e illecite, controllo uniforme e militare dell’intero territorio. E infiltrazione, a ogni livello, di amministrazioni, organi tecnici ed elettivi e di interi comparti economici. Altro che mafietta tamarra e gratuitamente violenta.
I Casalesi assomigliano, e tanto, a Cosa nostra. E il bello è che lo sanno talmente tanto bene da imitarne anche i comportamenti “accomodanti” dei clan siciliani. «Siete proprio sicuri che quel pazzo sanguinario di Setola sia stato preso senza il consenso, anche se passivo, delle famiglie?». È uno dei tanti investigatori a parlare, anonimamente. Uno di quelli senza giubba blu che danno la caccia a boss latitanti da decenni. Ride e accende una sigaretta. «Anche qui, come in Sicilia per Provenzano, dovrete seguire “un sacchetto di mutande” per prenderli?». La risata è più eloquente di una risposta. «Speriamo non ci vogliano trent’anni per seguirlo sto sacchetto». Una mezz’ora dopo l’ultimo lancio di riso sul sagrato di una chiesa, si alza una colonna di fumo a poche centinaia di metri.

All’incrocio di due vie, in mezzo alle case basse protette da muri da fortino spagnolo, in un pezzo di terreno incolto una discarica “estemporanea” (identica alle altre centinaia presenti sul territorio) ha preso fuoco. Incendio spontaneo coatto con tanto di aiutino in forma di benzina. Sotto gli occhi di una piccola folla tre uomini, uno anziano con un secchio gli altri più giovani con pompe da giardino, bagnano il perimetro per impedire che il fuoco si allarghi fuori dalla discarica. Amianto, frigoriferi, copertoni, spazzatura “semplice”, barattoli di vernice: tutto brucia velocemente e il fumo avvolge tutto, denso, irrespirabile. «Avete già chiamato i pompieri?», chiediamo all’uomo con il secchio. «No». «E perché no?» Con uno sguardo che scioglierebbe anche un carrozziere: «Perché no». Ma i pompieri, comunque, qualcuno li ha chiamati lo stesso. E appena arriva

 
 
 
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