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Contributi scritti: Maria Luciana buseghin
Post n°67 pubblicato il 08 Settembre 2009 da laletterascarletta
L’ACQUA CHE GUARISCE- Maria Luciano Buseghin
Acqua che guarisce, che purifica, che rigenera. Acqua sorgente di vita, acqua viva che dà la vita e introduce all’eternità: acque amniotiche e acque di mari e fiumi in cui si disperdono le ceneri. Acqua di pozzi profondi e di sorgenti preziose nei deserti dell’Antico Testamento o in quello della nostra vita. Acqua fresca, zampillante, argentina, delle fonti e delle cascate nei boschi e nei campi. Acque che sgorgano dalle rocce o attraversano santuari ed edicole, si raccolgono in piscine e vasche, come quella di Betesda del Nuovo Testamento cui si recò anche Gesù, il Salvatore, poi battezzato nelle acque antiche del Giordano. Acque salutari e terapeutiche, che nutrono il corpo e l’anima. Acque che sgorgano e scorrono da millenni negli stessi luoghi divenuti segno della dimensione sacrale proprio per la manifestazione della “forza guaritrice”, riconosciuta in alcuni casi sin dal Paleolitico o rivelatasi nel corso dei tempi, popolati prima da ninfe e da ondine, divinità minori dei boschi e delle acque, poi da figure carismatiche della religione cristiana – soprattutto femminili, sante e beate, ma anche maschili – e dalla loro regina: la Madonna degli Angeli e il suo primo guerriero, Michele Arcangelo, la cui acqua che trasuda dalla grotta in cui ripetutamente apparve è segno di benedizione salutare solo se se ne riconosce l’origine divina. Proprio come nell’Antico Testamento che tutto celebra le meraviglie rigeneratrici dell’acqua. E così anche in Umbria tanti sono i luoghi acquei sacri al divino, di cui stanno a guardia sante, beate e soprattutto Madonne. Nei pressi di Montelovesco, quasi al confine tra i territori di Gubbio e Umbertide, in fondo a una valletta boscosa sorge il piccolo santuario campestre dedicato alla beata Cecilia che qui visse, insieme alla compagna Agatella, eremite del Duecento. Invocata per secoli al fine di ottenere fertilità e fecondità delle donne, buon andamento di gravidanza e puerperio e la salute dei nascituri almeno fino a tutta l’infanzia, specialmente con riguardo al rachitismo, secondo quanto scrive alla fine dell’Ottocento, Zeno Zanetti in La medicina delle nostre donne. Ce lo raccontano anche le visite pastorali dal Seicento all’Ottocento m soprattutto la devozione popolare che da tempo riempie di ex-voto e di richieste di grazie scritte la cancellata all’interno della chiesetta. Strumenti di cura e propiziatori di salute, l’olio benedetto che si può attingere liberamente da un contenitore posto all’ingresso del luogo di culto e l’acqua che si raccoglie alle cosiddette “tazze”: incavi a forma di coppelle scavati nella roccia da una piccola cascata che forma l’acqua della sorgente del torrente Mussino. Giù in fondo alla valletta boscosa, alla fine di uno scosceso sentiero, dopo una sosta obbligata alla grotta dove Cecilia visse e pregò. Vicino alla fonte d’acqua salutare, la vasca in cui la beata si bagnava quotidianamente e dove qualche pellegrino ancora si immerge. Ma un tempo, si sa che i genitori accorrevano con le loro piccole creature malate e le ponevano a dormire in una buca al centro della chiesetta: i bimbi guarivano e i campagnoli lasciavano per carità, lino, lana e altre robbe. Rito di guarigione evidentemente derivato dai rituali oracolari e terapeutici per incubazione in uso nell’antica Grecia in relazione al culto di Asclepio – l’Esculapio dei romani – sin dal IV-V secolo a.C., e di cui troviamo ancora forti tracce.
A Collevalenza, a fianco del Santuario dell’Amore Misericordioso, fondato da Madre Speranza di Gesù, all’inizio degli anni Cinquanta, malati nel corpo e nello spirito fanno il bagno nelle piscine colme di quell’acqua che la Madre trovò facendo scavare un pozzo profondissimo, contro il parere di tutti gli esperti e a dispetto delle pompe - anche di fabbricazione tedesca, pare impossibile - che si rompevano continuamente. Un’acqua che diceva la Venerabile spagnola originaria di Murcia (di cui è in corso la causa di beatificazione), sarebbe servita nel nuovo millennio a curare malattie di fronte a cui la medicina ufficiale sarebbe risultata impotente. E appena fuori dal Santuario e dalla Casa del Pellegrino, lunghe file di persone riempiono bottiglie e damigiane, rigorosamente di vetro come voleva la Madre, per portare l’acqua miracolosa a malati di tutte le età: ma, mi diceva il rettore del Santuario don Gino Capponi, sant’uomo purtroppo per noi da anni volato in Cielo, la Madre aveva una specializzazione nel favorire le gravidanze e le nascite e il primo miracolo riconosciuto riguarda proprio un bambino che rischiava la morte per una forma di incurabile denutrizione. Anche Madre Speranza, dunque, ha ereditato una caratterizzazione terapeutica antica, quella delle grandi madri, dee della natura e del mondo tutto, di ci racconta Vittorio Dini, soprattutto a proposito delle Madonne dell’acqua e del latte d’area toscana a cui si va a chiedere soprattutto la scesa del latte, oltre alla capacità stessa di procreare e alla protezione di gravidanza e parto.
La scesa del latte era il problema fondamentale delle balie ciociare, così dotate nella loro natura che ne facevano un mestiere: anch’esse impetravano abbondanza e forza del bianco liquido nutritivo e perciò, almeno fino agli anni Cinquanta, venivano in pellegrinaggio a Perugia, alla Cappella del Santo Anello, in cattedrale. C’è ancora chi le ricorda mentre salivano gli scalini in ginocchio strascicandosi le loro gonnone nere, con i loro tipici grembiuloni e i caratteristici orecchini. Il Santo Anello, di calcedonio di un colore latteo-azzurrino cangiante, è conservato nella cattedrale perugina dal 30 luglio 1488 e tutti gli anni viene esposto in un prezioso reliquiario,una delle opere più importanti del Rinascimento, commissionato dalla Compagnia di san Giuseppe. La fede ci dice che è l’anello con cui la Madonna sposò Giuseppe, un anello che veniva infilato al dito solo nel momento della celebrazione delle nozze, com’è stato uso di tante comunità ebraiche fino all’età moderna. Fissare lo sguardo con fede verso questa reliquia è terapeutico, soprattutto per le malattie degli occhi ma anche più in generale per malanni umani e anche cittadini, come peste, ecc. Molte copie, in alabastro o altri simili materiali, sono state realizzate nei secoli di questa reliquia, e distribuite ai fedeli in osservanza del principio secondo cui anche le reliquie per contatto hanno gli stessi poteri dell’originale. L’acqua in cui l’anello veniva tuffato o immerso, acquistava le capacità terapeutiche proprie della reliquia e veniva utlizzata per lavarsi gli occhi: dunque, veniva dispensata in piccole bottigliette munite dal sigillo della Compagnia di san Giuseppe. Ed acque terapeutiche per le malattie oculari si trovano in diverse località dell’area umbro-toscana: per esempio, sappiamo che nei dintorni di Chiusi - da dove nel Quattrocento, il Santo anello fu rubato da un frate tedesco su commissione del Comune di Perugia – alle fonti di acqua fredda terapeutiche già si recava Orazio che soffriva di gotta, d’obesità, ma anche di blefarite.
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