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Conferenza del Dr. Hansel Cabiddu


 
LA CHIESA, LA LINGUA E L'ARTE NELLA SARDEGNA GIUDICALEIl 24 marzo si è svolta la conferenza del Dr. Hansel Cabiddu, sul tema "La chiesa, la lingua e l'arte nella Sardegna giudicale", alla presenza di un uditorio attento e partecipe. Purtroppo non mi è stato possibile, per motivi tecnici,  aprire il file ppt. del quale il dr. Cabiddu mi aveva cortesemente dato una copia e, pertanto, per redigere queste brevi  note potrò solo preoccuparmi  di far memoria, scusandomi per l'involontario contrattempo.Il Cristianesimo si diffuse in buona parte dell'isola già dai primi secoli, esclusa la gran parte della Barbagia, fino alla fine del VI secolo quando alcuni inviati del papa Gregorio Magno raggiunsero un accordo con Ospitone capo dei barbaricini che garantì la conversione del suo popolo al Cristianesimo.
Essendo la Sardegna nella sfera politica dell'Impero bizantino, essa sviluppò un Cristianesimo di matrice greca e orientale grazie all'opera di evangelizzazione dei monaci basiliani (da cui derivano alcune feste popolari ad oggi vissute, che esaltano ad esempio la memoria dell'imperatore Costantino, santo per la chiesa orientale).La Chiesa sarda fu per cinque secoli una istituzione autocefala, cioè indipendenta sia dalla Curia romana che da quella bizantina . Roma e Bisanzio non avevano voce nell'ordinazione dei vescovi isolani i quali continuavano a seguire culti e riti greci . Nell' XI secolo, dopo lo scisma del 1054, gli Judikes, in accordo con Papa Alessandro II, iniziarono una politica a favore dello sviluppo del monachesimo occidentale nell'isola, con la finalità di una maggiore diffusione della cultura ma anche delle nuove tecniche di coltivazione delle terre. L'immigrazione monastica nell'isola fu alimentata con la donazione di fondi, servi e chiese fatte costruire dall'aristocrazia locale. Tuttavia permanevano forti legami con la liturgia orientale, infatti Papa Gregorio VII chiese espressamente che i sacerdoti tagliassero la barba per assumere un aspetto meno orientale e che adottassero la messa latina riformata. Nel 1092 una Bolla papale soppresse espressamente l'autonomia e l'autocefalia della Chiesa sarda, la quale venne posta sotto la primazia dell'arcivescovo di Pisa.Il primo atto di donazione a noi noto fu fatto compilare nel 1064 da Barisone I di Torres allorché donò ai monaci benedettini di Montecassino, una vasta area del suo territorio con chiese (compresa la chiesa bizantina di Mesumundu), non distante dall'allora capitale del giudicato Ardara. Da allora in poi per diversi secoli arrivarono nell'isola rappresentanti di numerosi ordini religiosi fra i quali: i monaci dell'Abbazia di Montecassino, i camaldolesi, i vallombrosani, i vittoriani di Marsiglia i cistercensi di San Bernardo.
A seguito di questo fenomeno, tramite il notevole impegno finanziario dell'aristocrazia locale ed all'apporto di maestranze lombarde, pisane e francesi furono fondate numerose chiese, si ebbe così lo sviluppo dell'architettura romanica che, nell'isola, assunse dei caratteri originali e molto interessanti. Si rafforzarono le professioni dei mastros de pedra e de muru (scalpellini e muratori) locali e, dal condaghe di S. Maria di Bonarcado, si apprende che spesso erano gli stessi monaci che avevano il compito di edificare.La fondazione di monasteri e abbazie benedettine, camaldolesi e vittorine nei territori giudicali fu favorita da papa Gregorio VII e voluta dai giudici sardi che capirono l'importanza di introdurre le nuove metodiche agricole come la rotazione delle colture e le bonifiche in una Sardegna con uno sviluppo agricolo non ancora sufficiente a supportare una crescita demografica utile alle finalità politiche giudicali. I monasteri benedettini vennero costruiti in luoghi isolati (secondo la regola di San Benedetto) e vicini a corsi d'acqua, in un'ottica di colonizzazione di territori deserti come del resto avvenne in tutta Europa . I monaci ed i servi che ivi arrivarono in donazione dalla nobiltà locale, disboscarono e conquistarono spazi fertili, coltivarono orti, costruirono mulini, officine artigiane, ecc.I monasteri diventarono soggetti economici importanti anche grazie alle decime fiscali. Tuttavia l'avvento dei Cistercensi nell'ambito dei Benedettini pose in tutta evidenza il contrasto tra decime, lavori servili e donazioni, con i più autentici principi cristiani. Questi monaci crearono le più avanzate aziende agricole del tempo, la grangia, ed impiegarono persone libere facenti parte della comunità, dette conversi. Fu soprattutto Gonario II di Torres che, capendo l'importanza dei Cistercensi per lo sviluppo economico e, non meno, per la cristianizzazione più autentica, favorì il loro insediamento nel proprio giudicato. A partire dal 1050 i Giudici conferirono terre e privilegi agli ordini monastici (Vittorini di Marsiglia, Vallombrosani, Camaldolesi) favorendo l'arrivo in Sardegna di colti monaci, architetti e maestranze specializzate e dando impulso alla realizzazione di molteplici Chiese romaniche, attualmente 150 in tutta l'Isola, giunteci in maggior parte intatte grazie anche all'assenza di attività sismica che caratterizza la Sardegna. Tra il XII e il XIII sec. i Giudici edificarono decine di castelli sulle alture più strategiche dellìIsola, a scopo di baluardi fortificati.
Molti castelli giudicali vennero poi ristrutturati da Pisani e Genovesi, che ne costruirono anche di nuovi. Nel Sud Sardegna sono visitabili il Castello di S. Michele, Cagliari; di Eleonora di Arborea, Sanluri; del Conte Ugolino, Siliqua; di Salvaterra, Iglesias, dei Malaspina, Bosa; di Orgogliosu, Ballao, di Las Plassas, Las Plassas, di Monreale, San Gavino Monreale, di Baratuli, Monastir.Nel periodo dei giudicati si sviluppò il sardo che diventò la lingua ufficiale nazionale. In sardo infatti furono redatti tutti i documenti importanti, dai condaghes, agli statuti comunali ed alle leggi del regno quali ad esempio la Carta de Logu ora descritta. Infine una curiosità: il linguista Massimo Pittau fa notare che: «sfogliando i condaghi, soprattutto quelli più antichi, come il Condaghe di San Pietro di Silki e quello di San Nicola di Trullas si può constatare che quei documenti medioevali presentano una forma di lingua che assomiglia sì all'odierno logudorese nella sua modalità più comune, ma assomiglia soprattutto al sardo che si parla nel Nuorese e nella Baronia di Orosei, cioè a quello che Max Leopold Wagner ha denominato sardo centrale, e che rimane la parlata ancora oggi più vicina al latino e al sardo medievale».