LA PREISTORIA NELLA SARDEGNA CENTRALE(Parte Seconda)
Il villaggio nuragico di “Sedda ‘e sos Carros” risale all'Età del Bronzo Medio, infatti fu costruito nel 1300 a.C. circa. Esso è formato da numerose capanne, a pianta circolare ed ovale, anche se la parte più consistente dell'antico insediamento non è stata scavata. Il settore attualmente visitabile corrisponde probabilmente all'area sacra, dove certamente erano presenti anche dei laboratori artigianali, in particolare per la lavorazione dei metalli. Quest'area si caratterizza per la presenza di un ampio cortile centrale sul quale si affacciano numerosi ambienti e l'area del pozzo sacro, il monumento più importante e interessante. Il pozzo con pianta di forma circolare, è costruito con grossi conci di basalto ben lavorati disposti a filari, tra i quali spicca quello costuito da blocchi di bianco calcare sui quali sono scolpite protomi a testa d'ariete, dalle quali usciva l'acqua, che veniva a raccogliersi al centro del pozzo, dove si trova una grande vasca circolare in pietra che raccoglieva le acque. La camera interna è pavimentata con calcare lavorato e presenta un sedile in pietra lungo tutti i muri. In quest'area fu rinvenuto un grosso deposito votivo, che comprende numerosi oggetti in bronzo attualmente al museo di Sassari. E questo, per sommi capi, per quanto riguarda il territorio di Oliena. Ma passiamo a Dorgali. Il centro religioso più importante della Dorgali Preistorica è il villaggio santuario, di Serra Orrios, a dieci Km dal paese, famoso per i due caratteristici tempietti a megaron e per la complessa articolazione urbana dell'insediamento. L’insediamento conserva ancora in piedi ben 70 capanne, dove si suppone abitassero circa 300 persone. Si entra nel villaggio dall'ampio recinto delle feste (40 mt di diametro), dove venivano accolti pellegrini, ospiti e viandanti, e probabilmente, si celebravano riti e feste religiose come lascia supporre il primo tempietto a megaron, situato all'interno del piazzale, e di cui si sono conservate solo le fondamenta. Superato l'ingresso architravato, si accede ad un vestibolo a forma di ferro di cavallo e si giunge quindi al secondo tempietto a megaron. Più imponente del primo, questo è racchiuso da un recinto sacro e conserva una buona alzata (circa due mt) dei muri perimetrali. È notevole l'ingresso, su cui poggia un architrave arcuato e una protome mammillare scolpita sulla sinistra dell'entrata, che evoca il culto prenuragico della Dea Madre. Passeggiando tra le “viuzze” si evidenzia la struttura familiare dell'agglomerato urbano, composto da sei isolati formati da gruppi di 5-6 capanne disposte in cerchio con al centro un pozzo comune per l'acqua. I numerosi materiali restituiti dagli scavi, iniziati negli anni 20, documentano l'intraprendenza economica e sociale dei suoi abitanti, che si dedicavano all'allevamento, all'agricoltura e alle attività artigianali (filatura e tessitura della lana, produzione di utensili in ceramica e lavorazione dei metalli).E ora spostiamoci oltre Nuoro per andare a Bitti. Sull’altopiano granitico, perennemente battuto dai venti, che si estende nella parte più elevata dell'agro di Bitti, ai limiti settentrionali del territorio nuorese, sorge un villaggio nuragico con particolari ed affascinanti edifici cultuali, rimasti occultai per millenni nel fittissimo bosco di sughere: un vero e proprio santuario, che anticamente accoglieva i pellegrini di un vasto areale. Il toponimo "Su Romanzesu " é dovuto alla presenza di numerose testimonianze lasciate dai romani che in epoca imperiale (II - III sec. d.C.) occuparono l'altopiano con insediamenti produttivi.
Gli stessi romani realizzarono un'importante strada che partiva dalle sorgenti del fiume Tirso (Caput Tyrsi) e raggiungeva la mansio di Sorabile, in agro di Fonni, un avamposto militare per il controllo delle zone più interne della Sardegna nell'area dei monti del Gennargentu. L'archeologo Antonio Taramelli, all'epoca soprintendente alle antichità della Sardegna, nel 1919 dava notizia di un insediamento a Poddi Arvu, "pioppo bianco", località oggi nota appunto anche con il nome di "Su Romanzesu", descrivendo l'omonima fonte nuragica. Questa era tornata in luce durante lavori di ricerca d'acqua; purtroppo la bella scala di forma trapezoidale che scendeva al pozzo venne distrutta dagli operai e l'acqua sorgiva deviata. Negli anni Cinquanta nuovi lavori di bonifica portarono ulteriori trasformazioni alla canalizzazione moderna che conduceva l'acqua del pozzo a un abbeveratoio e la conduttura di tubi in ceramica fu sostituita da una canaletta in blocchi di granito locale, che col tempo si sono confusi con le antiche strutture. Un recente intervento della Soprintendenza archeologica di Sassari e Nuoro ha permesso una rilettura dei vecchi scavi archeologici del 1919, riportando in luce a "Su Romanzesu" un complesso abitativo nuragico esteso per oltre sette ettari, con un centinaio di capanne, tre edifici di uso cultuale (uno del tipo a pozzo e due templi a megaron) e un vasto spazio cerimoniale contenuto in un grande recinto.
Il pozzo sacro di Poddi Arvu, lo stesso su cui a suo tempo condusse ricerche il Taramelli, presenta una struttura a tholos (pianta circolare e copertura cupoliforme) di cui rimangono diciannove filari in blocchi di granito; la tessitura muraria, molto irregolare, poggia sulla roccia dove sgorga la sorgente. Il vano circolare del pozzo è lastricato e dispone di una panchina, sempre in granito, per tutta la circonferenza. Sul lato nord sono affiorati due piccoli bétili (cippi rappresentanti la divinità legata ai riti della fertilità) in granito ancora in posizione eretta e, sul lato sud, un terzo betilino. A partire dal vano scala del pozzo, verso l'esterno si snodano delle strutture gradonate che delimitano spazi curvilinei lungo un canalone naturale adiacente e un grande bacino subcircolare con una gradonata di sei filari su un dislivello di un metro e sessanta. Questa grande vasca circondata dai gradoni, in origine lastricata, raccoglieva l'acqua del pozzo quando essa superava il livello della scala e probabilmente era utilizzata per abluzioni rituali e altre cerimonie che precedevano il coinvolgimento della comunità del villaggio circostante. La vasca poteva essere utilizzata per riti purificatori, tramandatici da varie fonti letterarie, in particolare dal geografo Solino (III sec. d.c.) che evidenzia pratiche ordaliche (richiesta d'intervento divino) soprattutto per giudicare delitti contro la proprietà. L'area del pozzo ha restituito anse a gomito rovesciato con grandi punti impressi riferibili a olle dell'età del Bronzo recente e finale (fine XIII-IX sec. a.C.). A monte dell'area del pozzo di Poddi Arvu sono state oggetto di indagine archeologica alcune grandi capanne, tutte a pianta circolare, del villaggio nuragico. Esse presentano una pavimentazione lastricata, sedili di pietra lungo la circonferenza, grandi focolari centrali e hanno restituito materiali ceramici che attestano un impianto dell'abitato risalente alle fasi evolute del Bronzo medio (XVI sec. a.C.), quindi più antico del pozzo sacro. Se ne può dedurre che in una prima fase la vicina acqua sorgiva venisse usata soltanto per l'approvvigionamento idrico dell'abitato.
A circa cento metri dall'estremità orientale del pozzo sacro e stato, invece, esplorato un tempio a megaron (forma rettangolare allungata con ambienti interni), mentre rimane da indagare un secondo tempio vicino della stessa tipologia. Tale tempio a megaron presenta una planimetria irregolare con la parte frontale composta da muri curvilinei innestati alle strutture più antiche dell'edificio. In corrispondenza del vestibolo (vano che precede la porta d'ingresso) i muri rettilinei esterni, compreso il muro di fondo, sono segnati da una bassa panchina di rincalzo di blocchi granitici di diverse dimensioni. Lo scavo ha documentato tre distinte fasi edilizie. Il tempio a megaron, costruito con planimetria del tipo doppiamente in antis, cioè con i muri laterali della cella prolungati ad anta in facciata e sul retro, era composto da un vestibolo rettangolare e da un unico sacello rettangolare, cui si accede attraverso un passaggio strobato aperto al centro della parete frontale dell'edificio esposto a oriente. La cella conserva irregolari banconi perimetrali e tratti di battuto pavimentale in argilla che poggia su un sottile vespaio di pietrisco sterile. Al centro del vano è leggibile, a partire dallo strato più profondo, una fossa circolare che originariamente poteva servire da sostegno per grandi contenitori bronzei o fittili, o alloggiare il basamento di un elemento architettonico funzionale ai riti purificatori. Lo strato archeologico di questa prima fase del tempio (XIV sec. a.C.) conteneva resti di ceramica d'impasto (poco depurata, lavorata senza tornio) riferibili a tazze, ciotole carenate, olle e ollette con anse a nastro e a gomito rovesciato, queste ultime decorate da file di punti impressi, frammenti di spilloni, e la base a forma di U di un originario bronzetto figurato con la colata di piombo per il fissaggio sulla base di pietra. La seconda fase del tempio (XIII-XI sec. a.C.) è documentata da un tamponamento della parte anteriore per la costruzione di una facciata rettilinea che chiude l'area dell'originaria parte in antis. La costruzione del muro rettilineo portò alla realizzazione di un vestibolo di forma rettangolare con un ingresso centrale in asse con l'ingresso al vano rettangolare della prima fase. All'interno del vestibolo furono costruiti, con piccoli blocchi granitici, due allestimenti a sezione di cerchio, collocati in modo sistematico in corrispondenza degli angoli del muro preesistente del megaron. I due allestimenti sostenevano e delimitavano probabilmente dei contenitori che raccoglievano una riserva d'acqua per le abluzioni rituali. In questa fase, all'interno dell'ambiente, viene realizzato un battuto pavimentale in argilla. Il deposito archeologico ha restituito, in prossimità degli allestimenti a sezione di cerchio, frammenti di tegame, ciotole e tazze carenate, tra cui un frammento con decorazione impressa sulla superficie esterna, olle e ollene, databili al Bronzo medio e recente (XV-XIV sec. a.C.), nonché scarsi resti combusti di animali. Nell'ambito di una terza fase di vita del tempio (X-IX sec. a.C.) viene abbattuta la facciata rettilinea costruita nella fase precedente, mentre la medesima area anteriore del megaron è ora delimitata da muri curvilinei che aumentano sensibilmente lo spazio utile del precedente vestibolo rettangolare. I muri sono Costruiti con l'impiego di pietre più piccole rispetto a quelli delle fasi più antiche e con una tessitura muraria più accurata. Nella stessa fase vengono obliterati i due allestimenti a sezione di cerchio e la vecchia soglia d'ingresso, quest'ultima da un piano di piccole pietre che dovevano sostenere il nuovo battuto pavimentale. Il deposito archeologico riportato in luce all'interno dell'ambiente con fronte absidato e nell'area esterna antistante ha restituito diversi frammenti di ciotole a orlo rientrante a bastoncello a maniglia, un frammento di tegame, numerose ciotole carenate con decorazioni plastiche e presine, olle con anse a gomito rovesciato decorate da larghe tacche impresse, un vaso su alto piede, un pestello. I materiali ceramici erano associati a un pugnaletto di bronzo a base semplice, uno spillone e due colate di piombo con le impronte della base dell'originario bronzetto. Tutti i materiali s'inquadrano nelle fasi del Bronzo finale (X-IX sec. a.C.), epoca in cui il tempio a Romanzesu megaron di Su conosce probabilmente un graduale abbandono per una diversa destinazione d'uso non esclusivamente religiosa. Attualmente non ci sono elementi per ipotizzare le cause dell'abbandono del tempio a megaron già riportato in luce, ma lo scavo di un secondo tempietto, a circa ottanta metri dal primo, potrà fornire elementi utili a chiarire il problema e per capire quale fosse il rapporto tra gli edifici cultuali che abbiamo già visto, le strutture abitative circostanti e un grande recinto a pianta subellittica che si trova diciassette metri a sudest del megaron. Al grande recinto si accede attraverso un ingresso rivolto a oriente che conduce a una struttura di muri concentrici e che, con andamento labirintico, sembra introdurre in un ambiente circolare posto al centro.
Questo vano centrale, sempre con ingresso a est, conserva una parte di pavimentazione lastricata su cui poggiava un basamento circolare formato dall'unione di diversi blocchi di pietra a forma di cuneo, probabilmente per sostenere un elemento architettonico funzionale al culto. Tale ambiente circolare centrale, in origine coperto come le altre capanne nuragiche dell'abitato (tetto a spiovente conico), costituiva una sortadi sacello riservato al sacerdote stregone. Il vano centrale era raggiungibile attraverso un camminamento ad anello che poteva essere aperto oppure riparato da una copertura a semplice o doppio spiovente di elementi lignei. I materiali ceramici rinvenuti, fra cui frammenti di modellino in terracotta di una torre nuragica e diverse migliaia di ciottoli fluviali di quarzo rossiccio di diverse dimensioni, conservati proprio in corrispondenza della capanna centrale, propongono una misteriosa variante dei rituali religiosi ampiamente documentati nei tempietti a megaron di S'Arcu 'e is Forros di Villagrande Strisàili, nel megaron di Gremanu a Fonni e nei vari templi nuragici esplorati negli ultimi anni nel Nuorese (vedi: AV nn. 57 e ò5). La datazione dei materiali raccolti conferma la realizzazione e la frequentazione del grande recinto di Su Romanzesu di Bitti nell'età del Bronzo recente e finale (fine XIII-IX sec. a.C.). Ci sarebbe ancora tanto da ricordare, ma lo spazio limitato di un post ci concede limitate possibilità. È, tuttavia, importante accennare al territorio di Cabras e, in particolare al villaggio “Cuccuru is Arrius”, la cui area archeologica è uno dei più vasti e ricchi insediamenti preistorici di tutta l'isola, situato sulla sponda meridionale dello stagno di Cabras, nella zona interessata dalla realizzazione del canale scolmatore. Lo scavo di Cuccuru Is Arrius ha restituito una lunga sequenza antropica dalla prima metà del IV millennio sino all’età romana-imperiale e fu condotto tra il 1976 ed il 1979, quando l’area archeologica fu interessata dalla realizzazione del canale scolmatore. Fu rinvenuta una necropoli del neolitico medio, appartenente alla cultura di Bonuighinu, composta da tombe scavate a groticella artificiale, con seppellimenti per lo più primari e di un solo individuo, aventi tutto l’insieme ancora in posizione originaria. Al momento sono state portate alla luce meno di un terzo delle tombe esistenti, circa una ventina. Queste sono scavate in un bancone arenaceo e presentano per la stragrande maggioranza un’unica camera a pianta ellittica con volta a forno, accessibile lateralmente tramite un pozzetto. Solo quattro tombe sono del tipo a fossa. Si tratta delle tombe ipogeiche più antiche rinvenute in Sardegna , che sono anche fra le più antiche di tutto il Mediterraneo. Al loro interno il pavimento risulta lastricato con sfaldoni di conglomerato mentre una breccia di rozze pietre, che riempie il pozzetto, sigilla una specie di sportello piatto di conglomerato che chiude l’ingresso.Il rituale funerario prevedeva che il defunto fosse sepolto accovacciato sul fianco sinistro, col viso volto verso il sole nascente e verso l’ingresso della cella, accompagnato da un complesso corredo disposto attorno al corpo.
Probabilmente il defunto reggeva con la mano all’altezza del petto una statua litica di donna obesa, la dea madre. Questa riproduce comunemente l’intera figura femminile dalle forme tondeggianti e prosperose, quasi obese. La cultura di Bonuighinu realizza un alto numero di statue in tutta l’isola, documentate soprattutto nelle tombe di Cuccuru Is Arrius dove se ne ha almeno una dozzina di esemplari, ed in alcuni casi anche due o tre per tomba. Oltre alla statuetta il corredo era composto da ciotole fittili; tazze troncoconiche; vasi con fondo piano; punte di freccia in osso; cucchiaioni fittili; schegge di ossidiana e vaghi di collana. In tutti i reperti ed il pavimento della cella sono impregnati di ocra rossa, secondo un antico rituale che richiama l’idea del sangue e della rigenerazione ed è documentato nel Mediterraneo sin dal Paleolitico. La relazione si è, quindi, soffermata sulla presentazione di tutta una serie di importanti siti nuragici, con particolare riferimento al territorio dell'Ogliastra. Una interessante considerazione finale va fatta a proposito dell'iscrizione (con altezza che varia da 9 a 14 cm), visibile sopra un masso nei pressi del Nuraghe Aidu Entos di Bortigali.
L'iscrizione presenta il seguente testo: ILI . IUR . IN . NURAC . SESSAR . M C. Il prof Attilio Mastino, il primo ad averla pubblicata e commentata, la colloca cronologicamente nell’età imperiale, in particolare nel I secolo d.c., e ritiene sia l’abbreviazione di Ili(ensium) iur(a) in Nurac Sessar, tradotta dal prof Lidio Gasperini come: <Diritti degli Iliensi sui Nuraghi del Sessar>, nel senso che in quella zona (o da quella zona in là, ed in questo caso la pietra poteva costituire quasi un termine di confine tra i territori delle due popolazioni) i romani, sicuramente insediati nei territori ad ovest, riconoscevano alla popolazione locale degli Iliensi un qualche diritto (iura). Secondo un'altra interpretazione, l'iscrizione di Aidu Entos si rivela oggi in tutta la sua chiarezza solo correggendola paleograficamente e mettendo la N della prima linea al posto di un errato IU del testo presunto. Ecco la lettura: ILI N (u)R IN NURAC SESSAR: ‘La luce di ILI ( v. per il dio semitico anche Eli, El, IL, ILU, ecc.) (è) nel nuraghe rosso. La tesi secondo cui si tratti di lingua nuragica scritta in caratteri latini è accettata. Divergono, come abbiamo visto, le letture della scritta.