PARTE SECONDA
Giovanni Antonio Sanna, aveva sicuramente una mente eclettica, non si accontentava di essere solo imprenditore, si diede anche alla politica, diventando deputato al Parlamento, oltre che Consigliere Comunale e Provinciale.Il 1° Ottobre 1864, intanto, si sposarono le due prime figlie, Ignazia, e Amelia, rispettivamente con GIOVANNI MARIA SOLINAS APOSTOLI, Avvocato, e FRANCESCO MICHELE GUERRAZZI, nipote e padre adottivo del più famoso FRANCESCO DOMENICO GUERRAZZI che era stato Dittatore della Toscana, ed allora Deputato al Parlamento e collega ed amico del Sanna.Per poter avere più tempo da dedicare alla politica e per consentire ai generi di occuparsi più direttamente degli affari della miniera, nel 1865 lasciò la gerenza della Società al marito di Amelia FRANCESCO MICHELE GUERRAZZI, mentre nominò Direttore l’altro genero GIOVANNI MARIA SOLINAS APOSTOLI.Il Guerrazzi, e lo zio Francesco Domenico, anch’egli deputato al parlamento nel collegio di Livorno, in pochi anni e con dei sotterfugi gli sottrassero impunemente tanti soldi e soprattutto le azioni per impadronirsi della Società ed estromettendo di fatto il Sanna dalla Miniera; anche in questo caso, Giovanni Antonio Sanna dovette penare alquanto, promuovendo una causa legale che durò diversi anni e che lo costrinse a spendere un patrimonio in avvocati, per poter rientrare in possesso della Sua Miniera. A seguito di questa lite giudiziaria il Sanna subì un attentato dal Genero e dallo zio, I due Guerrazzi, nel vestibolo della camera dei deputati, tra lo sdegno e la meraviglia dei presenti cercarono di colpirlo con un bastone a proposito di questo fatt. Subito dopo il fattaccio, un suo amico, Francescangelo Satta Musio ebbe a scrivergli il 23 Dicembre 1869 “Tenetevi provocato, e con un bastone alla sarda, salvandogli la testa per l’effusione del sangue, scaricateci la prima bastonata alle gambe che presto cadrà, e quindi pisciateci sopra”.Dopo alcuni anni e diversi gradi di giudizio, davanti a tutti i tribunali, riuscì a dimostrare di essere Lui e solo Lui il padrone della Miniera; rientrò in possesso della sua “creatura“ e liquidò definitivamente i Guerrazzi. A seguito di questo fatto, nel testamento che fece proprio in quegli anni, ordinò che alla sua morte, ad Amelia non dovessero mai essere intestate azioni della Miniera, e che né Ella né il marito Cecchino avrebbero mai dovuto più mettere piede a Montevecchio.Come detto sopra, gli interessi di Giovanni Antonio Sanna erano molteplici, la disponibilità finanziaria era consistente, la sua mente era un vulcano, e per dare sfogo alla sua inventiva, creò nel 1871, la BANCA AGRICOLA SARDA, per dare la possibilità ai sardi di accedere ai finanziamenti con più facilità.
Egli diventò il maggior azionista della Banca, ne affidò la direzione all’altro genero GIOVANNI SOLINAS APOSTOLI, marito della primogenita IGNAZIA, creando anche una succursale a Roma.Nello stesso periodo nominò gerente della Miniera l’altro genero il Conte GIUSEPPE GIORDANO APOSTOLI, che aveva sposato la terza figlia ENEDINA, la quale morì giovanissima, dopo aver dato alla luce la prima figlia, MARIETTA.Il padrone della miniera, stanco e deluso da tante peripezie, ma soprattutto dall’invidia e dall’irriconoscenza degli stessi parenti, decise di stare il più lontano possibile dai generi, che non vedevano l’ora di impossessarsi dei suoi soldi e dei suoi averi e con la scusa di creare un’altra succursale della Banca Agricola nel Settembre del 1872, si recò a Napoli, dove stette alcuni anni, facendo la spola tra Napoli e Roma per seguire da vicino i suoi affari minerari e finanziari.
Giovanni Antonio Sanna nel Febbraio del 1875, stanco, malato, e anche un po’ trascurato dai suoi amici più cari e soprattutto dalle sue figlie, si spense nella sua casa di Roma.Nel testamento aveva scritto di voler essere sepolto nella sua Sassari, purtroppo per varie vicissitudini, ciò avvenne solamente 50 anni dopo, nel 1925.Dopo alcuni mesi dalla morte del Sanna, l’ultima figlia, Zely, sposò ALBERTO CASTOLDI, ingegnere minerario, che per volere di Giovanni Antonio e a spese della Società fu mandato a specializzarsi a Freiberg in Sassonia.Alla cogerenza venne nominato Giovanni Maria Solinas Apostoli mentre il Direttore Generale tecnico e Amministrativo era l’Ing. Alberto Castoldi, che tenne l’incarico per la bellezza di 25 anni.Furono anni di grandi produzioni e lauti guadagni per la Miniera, che ormai era diventata modernissima, e lauti guadagni per i soci; le maestranze erano cresciute in modo esponenziale, nei primi anni del 1900 si contavano circa 1.500 dipendenti.Il nuovo Direttore con la moglie Zely si trasferì a Montevecchio ed occupò la casa a Lui riservata nel Palazzo della Direzione appena costruito, dove poi nacquero i due figli ENEDINA e GIOVANNI ANTONIO AGOSTINO.Alberto Castoldi, oltre che essere un ottimo Direttore era anche ben voluto dalle maestranze; numerosi sono gli attestati di stima e di benemerenza che gli furono tributati, non solo dai collaboratori ma anche dagli operai. Egli non si occupava solo della Miniera, ma seguendo le orme del suocero divenne un bravo politico, venne eletto Deputato al Parlamento e vi rimase per otto legislature consecutive.Alberto e Zely, fecero tanto per la gente di Montevecchio, dalle testimonianze delle persone più anziane, si ricordano tanti episodi di beneficenza che il Direttore e la moglie, fecero a favore delle famiglie più bisognose.
In particolare si ricorda, e ci sono le testimonianze, la fondazione della “Cassa di mutuo Soccorso per gli operai delle Miniere di Montevecchio” con l’elargizione di un importo annuo di £ 1.200, fino a che è rimasta in vita la cassa.Alberto Castoldi, dopo una vita intera di lavoro, si è spento a Roma il 26 Maggio 1922.Nel 1904, subentrò alla guida della Miniera di Montevecchio l’Ing. SOLLMANN BERTOLIO, genero di Alberto Castoldi, per averne sposato la figlia Enedina.Anch’Egli, uomo di grande cultura e tecnico esperto (insegnava arte mineraria all’Università di Milano) tenne le redini della Società sino al fatidico 1929, anno della grande crisi mondiale.La crisi del 1929 è stata purtroppo, soprattutto per Montevecchio, la fine di un’epoca di grandi lavori e di ricchezza per la società, per i dipendenti e per le popolazioni del circondario.Si ebbe un calo vertiginoso del prezzo del minerale alla Borsa di Londra e nonostante tutti gli sforzi effettuati dalla società per tenere in piedi la Miniera che tanto aveva dato sino ad allora, i costi rispetto ai ricavi erano talmente alti che la Proprietà dovette, a malincuore, licenziare quasi tutte le maestranze.L’ultimo erede della famiglia Sanna Castoldi, è stato GIOVANNI ANTONIO, che era nato a Montevecchio nel 1886, e che il 22 Ottobre 1922 sposò la Contessa ESTELLA MACCHI DI CELLERE, nota Donna Estella. Nel 1929 Giovanni Antonio Castoldi, divenne Direttore Generale e Presidente della Società Anonima Miniere di Montevecchio e guidò la società sino al 1933, anno del Concordato.Fu proprio Donna Estella, che di Montevecchio era molto innamorata, non solo per ovvii motivi di interesse, ma proprio perché vi si era trasferita, vi abitava con la famiglia ed aveva stretto un meraviglioso rapporto con gli abitanti e con i minatori, a cercare di impedire il fallimento della società.Con una accorata e commovente lettera del 28 Giugno 1932, inviata a Donna Rachele, la pregava di consegnare una lettera che Le aveva accluso al Duce, chiedendoGli un incontro per poterGli illustrare a voce le potenzialità e i problemi delle miniere.
Benito Mussolini, non rimase insensibile a tale preghiera, la convocò a Palazzo Venezia in data 16 Novembre 1932 e le promise tutto il suo interessamento per salvare le Miniere di Montevecchio.Purtroppo, l’accorato appello di Donna Estella e l’interessamento del Duce non sortirono l’effetto desiderato e malinconicamente le Miniere di Montevecchio, dopo circa cento anni di notevole produzione di minerale e di floridezza per circa tremila operai, dovette registrare la fine della proprietà della stessa. Giovanni Antonio Castoldi il 10 Settembre 1933, seppure a malincuore, firmò la fine dell’epopea dei Sanna-Castoldi ed il conseguente passaggio alla Società Montecatini.