STORIA DEGLI SCAVI DI MONTE SIRAI(PARTE QUARTA)
La necropoli punica Dopo il 525 a.C., con la conquista di Monte Sirai da parte di Cartagine e con il ripopolamento dell’abitato da parte di nuovi coloni di stirpe africana, il rito funebre mutò dal rito dell’incinerazione a quello dell’inumazione, secondo le usanze in vigore a Cartagine e tra le popolazioni nord-africane . A questo scopo fu utilizzata una zona della valle situata accanto all’area della necropoli fenicia a incinerazione. Non sappiamo se l’impianto della nuova zona cimiteriale abbia danneggiato alcune tombe della necropoli fenicia, ma il ritrovamento di alcuni oggetti certamente di età fenicia fuori dal loro contesto permette di ritenere che almeno alcune fosse fenicie siano state sconvolte. La necropoli punica non è certamente molto estesa come quella della vicina Sulcis, ma è composta unicamente da tredici tombe sotterranee, due delle quali ricavate con l’ampliamento di due precedenti Domus de Janas preistoriche situate sotto la scarpata del tofet. A queste tredici è da aggiungere un corridoio di accesso con scala, detto dromos, che è privo di camera ipogea. Questo corridoio probabilmente costituisce il tentativo di esecuzione di una tomba non portato a completamento, forse a causa della cattiva qualità della falda tufacea nel luogo ove avrebbe dovuto essere praticata la camera ipogea. Mentre tutte le tombe fenicie a incinerazione contenevano un solo corpo, quelle puniche accoglievano numerosi defunti e, viste le loro considerevoli dimensioni, sono probabilmente da considerare tombe di famiglia.La necropoli dei bambiniIn questo periodo e fino al 360 a.C. circa, i bambini venivano sepolti in una zona poco distante, ma diversa da quella degli adulti. Tra il 525 e il 360 a.C. le tombe dei bambini di età punica erano situate nella zona precedentemente occupata dalle tombe fenicie a incinerazione. I corpi dei bambini venivano sottoposti al consueto rito del lavaggio e dell’unzione e quindi erano inseriti all’interno di anfore di tipo commerciale e sepolti in tombe a fossa scavate nel tufo. Alcune di queste fosse hanno gravemente danneggiato le precedenti tombe fenicie, poiché evidentemente gli affossatori non si erano resi conto della loro presenza. In questo periodo le tombe dei bambini erano soprattutto contenute in anfore, ma in alcuni casi i corpi dei piccoli defunti erano sepolti semplicemente nella terra. La sepoltura era completata da un piccolo corredo personale, formato da gioielli in argento e bronzo, da scarabei e da collane con amuleti e vaghi in pasta vitrea o in pietra e più raramente da vasi. La struttura delle tombe ipogee Le tombe puniche a camera sotterranea erano riservate al seppellimento degli adulti. Il tipo di lavorazione unito alle impronte degli strumenti utilizzati per lo scavo, visibili ancora oggi, portano a ritenere che forse vi fosse una confraternita di affossatori che provvedeva alla costruzione della tomba e alle successive onoranze funebri. La tomba era composta da due parti distinte: il corridoio di accesso, detto dromos, e la camera sotterranea.
Per non occupare una superficie esterna eccessivamente lunga, nel corridoio erano ricavati alcuni scalini che consentivano di scendere rapidamente di quota. Nella parete di fondo del dromos, opposta alla scala di accesso, si apriva il portello di ingresso alla camera sotterranea. La sua altezza raramente superava il metro e mezzo, mentre la larghezza era contenuta tra i 60 e i 70 centimetri. La chiusura del portello era ottenuta con una lastra di tufo messa in posizione verticale. La camera sotterranea era di varie forme, ma quasi sempre regolare e raramente le sue dimensioni superavano i 15/16 metri quadri . L’altezza raramente supera i 180 centimetri. Il tipo delle tombe puniche di Monte Sirai rispecchia quello delle più antiche tombe puniche della necropoli di Sulcis, comprese tra il 500 e il 400 a.C. mentre una sola, la n. 5 si riferisce ad una tipologia più tarda, che prevede l’utilizzo di un tramezzo centrale. All’interno della tomba, lungo le pareti, erano ricavati dei loculi, che venivano utilizzati per la deposizione dei corpi dei primi proprietari. Sempre lungo le pareti erano praticate delle nicchie che venivano usate per la deposizione di vasi o di offerte votive (Fig. 44). Rare e ormai scomparse sono le tracce di decorazione, apparentemente sempre in vernice rossa. Tutte le tombe sono di forme e dimensioni diverse tra di loro. Una sola, la n.5, presenta al centro della camera un pilastro che, sorreggendo il soffitto, consentiva di ampliare lo spazio interno. Come detto, questo tipo di tomba è caratteristico delle tombe puniche della necropoli di Sulcis comprese tra il 400 e il 250 a.C. circa.
La tomba n. 5 reca ancora oggi scolpito in rilievo sulla faccia del pilastro volta verso l’ingresso un simbolo della dea Tinnit rovesciato. Il fatto che sia raffigurato in questo modo può implicare forse un errore dello scultore a cui era stato consegnato un disegno a lui sconosciuto e quindi da lui riprodotto in modo sbagliato. Il simbolo della dea Tinnit rovesciato forse può anche significare la discesa dell’anima verso la morte o verso gli inferi. Infine può essere collegato con le raffigurazioni dei capovolti di età neolitica. In questo caso si tratta di personaggi rappresentati con la testa verso il basso spesso incisi all’interno di alcune Domus de Janas preistoriche. In tre tombe erano scolpite delle facce demoniache di pietra il cui scopo era quello di vegliare sulla tomba, di proteggere i defunti e di spaventare chiunque avesse voluto turbare il loro sonno eterno. Una di queste teste è ancora visibile al suo posto nella tomba n. 6, mente la seconda è stata anticamente reimpiegata all’interno di una tomba come materiale edilizio per un muretto divisorio. La terza testa demoniaca, asportata dai clandestini nel 1963 all’interno della tomba n. 1, era stata ricavata dalle maestranze sul soffitto durante la costruzione della tomba punica. Ancora oggi rimangono sul volto della scultura, conservata nel Museo Nazionale di Cagliari, tracce del colore rosso - caratteristico colore funerario - probabilmente ottenuto con l’ocra, con la quale talvolta erano anche decorate le pareti delle tombe sotterranee. Il tufo nel quale è ricavata la necropoli non è sempre omogeneo e di qualità sufficientemente solida e compatta. Due tra le tombe sotterranee mostrano i tentativi di aprire una tomba nei quali la falda di tufo si è però rivelata inadatta all’apertura di una camera ipogea. Si tratta della tomba n. 9 già citata e composta dal solo dromos e di quella n. 4. In questo ultimo caso la camera, dopo un tentativo di ottenere un ambiente in asse con il corridoio, è stata aperta lateralmente rispetto al dromos. Questa tomba è stata violata durante l’ultima guerra dai soldati in servizio presso le batterie antiaeree piazzate sul monte ed utilizzata come ricovero. Il rito dell’inumazione in età punica Il rito funebre prevedeva il consueto lavaggio del defunto e la sua vestizione con un sudario o con una tunica chiusa con bottoni in osso. Quindi, il corpo, adornato con i beni preziosi composti da amuleti, sigilli e gioielli, veniva adagiato su un letto funebre formato da assi di legno e veniva trasportato presso la tomba. Talvolta veniva preparato un sarcofago di legno, completamente smontabile e composto da sezioni separate, per consentirne il trasporto e il passaggio attraverso lo stretto portello di ingresso della tomba. Le pareti del sarcofago venivano introdotte nella camera sotterranea e quindi venivano rimontate con l’aiuto di perni e coppiglie. Il corpo veniva posto nei loculi lungo le pareti o era introdotto in un sarcofago che poggiava sul pavimento della camera. Presso i piedi venivano collocati i vasi rituali, il cui uso probabilmente era divenuto ormai solo rappresentativo e non più funzionale. Presso la testa veniva collocato un recipiente chiuso - una brocca o un’anfora -contenente forse acqua. Al termine della cerimonia funebre il portello di accesso alla camera ipogea veniva richiuso con una lastra di pietra o con mattoni di argilla cruda. Quindi venivano gettati all’interno del corridoio alcuni recipienti di uso sacro o alcuni piccoli vasi che contenevano unguenti profumati, la cui funzione, apparentemente rituale, era in realtà quella di eliminare i miasmi della morte. Con il passare del tempo, e con il progressivo aumentare del numero dei corpi collocati all’interno delle tombe, i defunti venivano deposti sul pavimento della camera, mentre i vasi appartenenti ai corredi più antichi venivano spostati ed erano collocati alla rinfusa negli angoli della parete ove si apriva il portello di ingresso. Come già accennato, oltre alle 11 tombe a camera ipogea presenti nella valle, altre due di questo tipo sono collocate al margine della stessa valle e ai piedi del dirupo del tofet. Si tratta con ogni probabilità di due Domus de Janas riutilizzate in età punica. Le due camere, prive di dromos e ampiamente rimaneggiate, sono state violate in epoca imprecisabile, forse ancor prima che fossero piazzate sul monte le batterie antiaeree a difesa delle miniere di Carbonia.I LUOGHI SACRILa struttura del tempioNell’area siro-palestinese e quindi nelle città della Fenicia i luoghi di culto erano di tre tipi: il primo era un edificio che poteva essere di varie dimensioni e che costituiva il vero e proprio tempio, mentre il secondo era un’area a cielo aperto, racchiusa da un muro, nel cui interno erano piccole cappelle votive, di norma accompagnate da un piccolo bosco sacro. Il terzo era costituito da un altare sacrificale posto sulla cima di una collina e costituiva il cosiddetto alto luogo di biblica memoria. Il tempio fenicio era diviso internamente in celle, talvolta l’una successiva all’altra. La facciata, in qualche caso ornata da due colonne, era aperta su uno dei lati brevi dell’edificio, spesso quello volto verso il sorgere del sole, ma vi potevano essere anche ingressi secondari praticati nei lati lunghi. Dopo l’ingresso si apriva il primo vano, il pronaos, che costituiva una specie di vestibolo nel quale i fedeli si preparavano alla preghiera ed era quello più frequentato dell’edificio. Un ulteriore vano era la cella sacra della divinità e costituiva il penetrale, noto anche con il nome di Qodesh Qodeshim (Sancta Sanctorum: il Santo dei Santi). Una cisterna con l’acqua necessaria per il culto completava le caratteristiche comuni di questi luoghi sacri. Come detto, la porta principale del tempio talvolta era affiancata da due pilastri o da due colonne, sormontati da due capitelli che a loro volta sorreggevano l’architrave. Il tetto era piatto ed era decorato da una modanatura chiamata gola egizia. Sopra questa modanatura, la facciata era ulteriormente decorata da un fregio di stile egittizzante formato da una fila di serpenti cobra. La facciata del tempio, riprodotta migliaia di volte sulle stele dei tofet, era composta da due parti. Quella superiore, detta coronamento di tipo egittizzante, era formata appunto da una gola di tipo detto egizio che sorreggeva un fregio di serpenti urei e a sua volta poggiava su un listello aggettante. In età ellenistica, dopo il IV sec. a.C., il coronamento divenne di tipo grecizzante con la facciata ornata da un timpano triangolare affiancato da acroteri (Fig. 55). La parte inferiore dellastele che riproduce la facciata del tempio presenta una porta affiancatada due pilastri o colonne. All’interno della cella è raffigurata probabilmente la statua di culto.Nel cortile antistante il tempio avveniva la vendita degli oggetti necessari al culto, degli oggetti votivi da dedicare alla divinità e degli animali, agnelli o piccoli volatili, che costituivano le vittime sacrificali. Gli oggetti venivano conservati per un certo periodo nel primo vano del tempio, mentre gli oggetti di culto e le vittime sacrificali venivano utilizzati negli altari davanti al tempio. Tutti gli oggetti anche rotti e inservibili e le ossa risultanti dai sacrifici venivano rigorosamente conservati all’interno del perimetro del luogo sacro, poiché resi sacri dal contatto con la divinità, ed erano riposti all’interno di alcune fosse appositamente scavate. I fedeli avevano accesso fino al secondo vano del tempio, che era utilizzato come sala per la preghiera, mentre nel Qodesh Qodeshim, ove era conservata la statua di culto, l’accesso era consentito ai soli sacerdoti. Questi, oltre ad officiare il culto, praticavano la vendita degli oggetti necessari e delle vittime da offrire. Nel tempio del Mastio di Monte Sirai il pronaos era l’area contenente i quattro altari, delimitata tra il circuito del nuraghe e la scala a due gradini. Questa dava accesso ai due cortili, che costituivano il naos. Le quattro celle in fondo ai cortili costituivano il Qodesh Qodeshim con i locali di servizio nei quali erano conservate le offerte alla divinità. L’acqua lustrale era conservata nella cisterna che corre lungo il lato sinistro dell’edificio.