Lutec

CONFERENZA DEL SIGNOR LUCIANO BIANCIARDI


 
  CINEMA"La poesia e la denuncia sociale e politica nei film del grande Charlot". -Parte Prima-  
 Ieri, 11 novembre  2011, il signor Luciano Bianciardi, presidente della   LUTEC,  ha parlato di “cinema”, davanti a un uditorio attento e numeroso. L’argomento centrale di questa conferenza è stato dedicato a Charles Chaplin:"La poesia e la denuncia sociale e politica nei film del grande Charlot". La conferenza ha riscosso un vivo interesse da parte dei presenti. In questa prima parte mi limiterò a presentare una sintesi della pur vasta biografia di Charlie Chaplin. Nei post successivi mi soffermerò più particolareggiatamente sugli aspetti salienti della sua filmografia.Desidero anche ricordare a tutti i lettori di questo blog che  già nel passato anno accademico il nostro presidente ci ha intrattenuto con Charlot e che io, nei post di allora, ne ho dato ampio e dettagliato risalto. Chi mi segue, e che io ringrazio per l'attenzione, può quindi utilizzare i link contenuti in questo testo per rileggere, se ne dovesse avere il piacere, i post di allora. La ricerca di quel materiale può avvenire anche aprendo la finestra "tutti i tag" e cliccando su "Conferenze Bianciardi
 Charlie Chaplin   Attore, regista, sceneggiatore e compositore inglese riconosciuto pressoché unanimamente come il più grande genio comico del cinema, amato da bambini e adulti, artista completo, Charles Spencer Chaplin,«Charlot», come veniva chiamato, nasce il 16 aprile 1889 a Londra (al numero 287 di Kennington Road, in una tipica periferia suburbana), da Hanna e Charles C., due entertainer di music hall, una coppia di attori senza fortuna. Grigiore, fame e povertà sono il fondale della sua infanzia. I genitori si separano: il padre, che non ha quasi mai abitato con i figli (si legge nell’autobiografia “sapevo appena di avere un padre, e non ricordo che abbia mai vissuto con noi” si dà all’alcol mentre la madre fatica a trovare lavoro e successivamente avrà problemi psichici e verrà rinchiusa per anni in manicomio. Charles inizia a calcare le scene a cinque anni, cantando una canzone al posto della madre malata (mentre il padre è nel frattempo morto per alcolismo).Charles e suo fratello Sidney vengono così rinchiusi in orfanotrofio per 2 anni. Charles svolge piccoli lavori teatrali per riuscire a mantenere se stesso e la famiglia. Nel 1908 è uno degli attori più affermati della compagnia di pantomime diretta da Fred Karno e lavora insieme a Stanley Jefferson (il futuro Stanlio). Nel 1910, alla sua seconda tourné negli USA, viene scoperto da Mack Sennett e Adam Kessel che lo invitano a fare cinema. Il suo primo giorno da attore cinematografico è il 5 gennaio 1914 (nel film Making a Living di Henry Lehrman), con il nome di Charles, che sostituisce il nome dato al suo primo personaggio, Chas. Il cinema chaplianiano di questo periodo non si discosta molto dalla produzione media dell’epoca, pur essendo da subito il personaggio a dettare e costruire le gag, e non a subirle. Inizia a nascere il personaggio di Charlot, anche nell’abbigliamento. “Quel modo di vestire”, scrive lo stesso Chaplin nella sua autobiografia “mi aiuta ad esprimere la mia concezione dell’uomo medio, dell’uomo comune, la concezione di quasi tutti gli uomini, di me stesso. La bombetta troppo piccola rappresenta lo sforzo accanito per poter esser dignitoso. I baffi esprimono vanità. La giacca abbottonata stretta, il bastoncino e tutto il comportamento del vagabondo rivelano il desiderio di assumere un’aria galante, ardita, disinvolta.Egli cerca di affrontare coraggiosamente il mondo, di andare avanti a forza di bluff: e di questo è consapevole. E ne è così consapevole che riesce a ridere di se stesso e anche a commiserarsi un po’. Quasi subito Chaplin pretende di diventare regista e creatore dei suoi film, anche negli anni in cui lavora per la Mutual e la First National. The Tramp è da molti considerato il cortometraggio nel quale nasce il personaggio di Charlot; il film inizia e finisce con il protagonista che arriva e se ne va da solo in mezzo ad una strada (immagine che sarà il finale tipico di moltissimi suoi film, a rappresentanza del fatto che il vagabondo non può che essere tale). Altro film molto ben riuscito di questo fortunato periodo è “The Immigrant”, che inizia ad avere alcuni accenni di quella critica sociale che contraddistinguerà poi quasi tutte le sue opere. Il suo stile di lavoro inizia ormai a caratterizzarsi fino alla ricerca quasi maniacale della perfezione: i tempi di realizzazione dei film (a quell’epoca estremamente corti: spesso si girava un film in uno o due giorni!) iniziano ad allungarsi, e i tentativi di arrivare ad una scena perfetta aumentano in maniera esponenziale. Nel 1918 Chaplin costruisce dei propri studi e dirige altri due mediometraggi fantastici: “A Dog’s Life” e “Charlot soldato” (siamo nel periodo in cui gli USA entrano nella I guerra mondiale, e anche Chaplin dedica alcune settimane alla campagna di raccolta di buoni per finanziare la campagna militare). Dopo questi due capolavori arriva però una crisi creativa, dovuta forse anche al repentino successo che in poco tempo ha travolto una persona comunque giovane. Inizia un periodo in cui Chaplin è stanco e distratto perfino dalla vita mondana americana. Arriva anche il primo matrimonio fallito, con la minorenne Mildred Harris, primo grande scandalo per il quale la stampa americana si scaglia contro di lui. Dalla Harris, Chaplin ha un figlio che nasce però malformato e sopravvive pochi giorni. Paradossalmente è questo forse l’evento che ispira uno dei suoi migliori film: The Kid (Il monello), il primo lungometraggio ufficiale, per la cui lavorazione è interamente dedicato il 1920. Si tratta probabilmente dell’opera in cui il pathos chapliniano raggiunge il miglior equilibrio, anche grazie alla fantastica partecipazione dell’attore bambino Jackie Coogan. Nella tenerezza del rapporto tra un Vagabondo ormai da tutti conosciuto ed un bambino abbandonato dalla madre, la poesia si fa più grande anche grazie a uno stile ormai maturo, che rilegge le regole del raccontare proprie del cinema classico americano in funzione dei personaggi e della penetrazione psicologica. Il successo internazionale è ovunque immenso. Il rapporto con la First National è però ormai logoro. Gira in relativa fretta un ultimo film che chiude il contratto con la casa di produzione. Nel 1921 Chaplin concretizza i rapporti con altri divi come Douglas Fairbanks (il suo più grande amico) ed il regista statunitense Griffith, e dà vita alla casa di produzione autonoma chiamata United Artists, contro lo strapotere degli studios hollywoodiani. Il suo primo film con la United Artists (A Woman of Paris) è il primo timido tentativo di abbandonare la maschera di Charlot, che però segna un mezzo fallimento. Il film successivo è il grande successo La febbre dell’Oro, del 1925, girato in parte in Sierra Nevada, e che cerca di affrontare in maniera embrionale alcuni problemi sociali legati alla ricerca disperata della ricchezza capitalistica a scapito della povertà delle relazioni umane. Vi sono in questo film alcune scene passate alla storia del cinema e che ben rappresentano lo stile chapliniano, come quella della scarpa bollita e mangiata come se fosse una grande prelibatezza, e quella della capanna in bilico sul dirupo e la meravigliosa danza fatta con i panini e le forchette. The Gold Rush è anche il film forse più elaborato dal punto di vista tecnico di Chaplin, che normalmente non è molto interessato a immagini estetizzanti, ma che in questo caso si serve di tecniche d’avanguardia. Si pensi per esempio alla parete rocciosa che è scalata da centinaia di cercatori d’oro, che egli ha voluto ricreare esattamente come l’aveva vista in una vecchia fotografia. Anche il secondo matrimonio (sempre con un’adolescente) finisce male e tra mille polemiche della stampa scandalistica. Questa volta la moglie è Lita Grey, e (come già successo per The Kid) la causa di divorzio rallenta e rischia di far naufragare il lavoro del film Il Circo, uscito nel 1928. L’opera è forse quella che ha richiesto più tempo per la preparazione, ma che Chaplin non ha voluto né ricordare (non ne parla affatto nell’autobiografia) né far circolare, al punto che è stata ritirata fino agli annisessanta. Eppure è una perfetta metafora della sua fulminante carriera, appesa ora ad un filo e che potrebbe precipitare da un momento all’altro, come l’equilibrista nell’ultima scena quand’è assalito dalle maliziose scimmiette. Chaplin continua a rifiutare il cinema sonoro, restando quasi isolato rispetto agli altri registi che ormai utilizzano tutti le moderne tecnologie.
Il film seguente è City Lights, per il quale servono quasi tre anni di lavoro ma che gli valgono un enorme successo battendo sia per incassi che per critica i moderni film sonori che stavano riscuotendo tanto favore da parte del pubblico. Del 1936 è invece Tempi Moderni, che inizia ad avere alcuni effetti sonori (come la famosa canzone “Titine”) ma non dei dialoghi. Si tratta di una satira pungente e forte della società capitalistica e fordista; densa di poesia è la scena del balletto dentro l’officina della catena di montaggio (con i gesti sciolti e romantici del vagabondo che sono in forte contrasto con il rigidismo e le regole meccaniche dell’officina), così come famosissime sono le immagini dell’operaio fagocitato negli ingranaggi della macchina che domina ormai l’uomo. Nel film si vede anche la nuova star (e moglie, la terza) di Chaplin: Paulette Goddard. Il film è più apprezzato in Europa che in America, dove gli costa molte critiche dovute alla sua satira della società capitalistica americana, specialmente in un periodo dove dimostrare qualche vaga simpatia per le lotte sociali di sinistra significava essere messi alla gogna. Non si era ancora nel maccartismo vero e proprio, ma il clima iniziava ad essere pesante. Siamo negli anni di grande tensione che porteranno alla II Guerra Mondiale. In Europa molti caricaturisti notano la somiglianza tra Chaplin ed Hitler (nato tra l’altro a soli 4 giorni di distanza), e spingono Chaplin al suo nuovo film: Il dittatore del 1940. E’ il primo film sonoro nel quale tra l’altro viene abbandonata la figura di Charlot. Se non il migliore, è senz’altro il più coraggioso e importante, vista la satira su Hitler-Hynkel e su Mussolini-Napaloni. Oltre ad alcune scene di grande significato (come quella nel quale il dittatore gioca con il mappamondo), celebre è il bellissimo discorso finale nel quale Chaplin si rivolge direttamente all’umanità con una lunga perorazione di 7 minuti contro ogni forma di violenza, di sopraffazione e di totalitarismo. Il maccartismo a questo punto lo prende fortemente di mira, va alla disperata ricerca di elementi che possano comprovare una sua  “adesione al comunismo”, anche se dall’opinione pubblica è attaccato soprattutto per presunti scandali sessuali (come nel ‘44 quando fu accusato dall’FBI di uno stupro, accusa dal quale fu poi scagionato). In questa atmosfera ostile, Chaplin scrive e gira in relativa fretta un nuovo film, Monsieur Verdoux (1947). Accolto malissimo negli Stati Uniti, si tratta in realtà di un’opera grandiosa nella sua apparente stringatezza. Girato con pochi mezzi e senza la stessa possibilità di perfezionismo maniacale del passato, Verdoux è un apologo crudelissimo sul 900 ispirato a Henri Landru, uno dei primi serial-killer del secolo. Di pessimo umore, Chaplin gira un film nevrotico, cerebrale ma anche godibile, che smentisce una volta per tutte la sua fama di autore “sentimentale” nel senso deteriore del termine. La campagna di diffamazione nei suoi confronti cresce esponenzialmente all’uscita del film, che viene boicottato in tutto il paese. Nel 1952, Chaplin lascia definitivamente gli Usa e si stabilisce prima a Londra e poi in Svizzera. Un nuovo matrimonio con Oona o’Neil, sarà stavolta duraturo (da lei Chaplin avrà otto figli). Una nuova riflessività malinconica, dopo anni frenetici, durissimi, è alla base di Limelight,
girato tra Londra e gli Usa e considerato il suo testamento artistico. Reazione al pessimismo di Verdoux, ma anche estensione paradossale del suo individualismo, il film racconta in chiave semiautobiografica l’ultimo periodo di vita di un clown un tempo famoso, Calvero, rovinato dall’alcool (il padre di Chaplin morì alcolizzato), che salva dal suicidio una giovane ballerina depressa (Claire Bloom) e di morire la aiuta a raggiungere il successo e l’autostima. Da notare nel film è soprattutto la verbosità, che denota il cambiamento stilistico di un’icona del muto. La tristezza straziante che la grande espressività di Chaplin fa trasparire quando rinuncia alle parole viene bilanciata da un tono sempre più meditativo, quasi filosofico e sereno. Celebre è anche la scena finale che vede Chaplin duettare in una meravigliosa gag con un altro grandissimo clown passato alla storia: Buster Keaton. Chaplin si rimette subito al lavoro e produce ancora due film: Un re a New York (proiettato negli USA solo dopo il 1972), altra satira sferzante sul neoconsumismo americano, e La Contessa di Hong Kong, suo ultimo film. E’ l’unico ad essere girato a colori ed ha come interpreti Marlon Brando e Sofia Loren. Negli anni sessanta e settanta Chaplin restaura molti suoi film dei tempi d’oro, scrivendo le colonne sonore e dirigendone l’esecuzione. Nel 1972 torna negli Stati Uniti per ritirare il suo secondo premio Oscar (questa volta alla carriera), che portava la motivazione di “aver fatto delle immagini in movimento una forma d’arte del Ventesimo secolo”. Chaplin muore il 25 dicembre 1977 nel suo ritiro svizzero, a Vevey; il mondo intero fa ancora una volta a gara per omaggiarlo, anche se il vero rilancio popolare della creatività di questo genio avviene però soprattutto negli anni novanta.