Lutec

CONFERENZA DEL SIGNOR LUCIANO BIANCIARDI


  
  CINEMA"La poesia e la denuncia sociale e politica nei film del grande Charlot". -Parte Seconda-  
  
    Charlie ChaplinLuci della città
 Il finale di “Luci della città” può solo sconvolgere. Due sguardi che si fissano, si penetrano, l’uno esprime una delusione infinita, così solida da non poter essere celata. Nell’altro la gioia di rivedere la musa si contorce per un sentimento di cancerogena vergogna e solo la certezza dell’impossibile regna indiscussa. Il loro amore è impossibile. Se da principio la barriera fra i due era la cecità di lei, ora è la possibilità di vedere la realtà che falcia via ogni speranza. La scritta “Fine”, dopo la dissolvenza, ha l’effetto di un treno in corsa visto dagli occhi di un innocente condannato. È la consapevolezza della morte. Charlie Chaplin si oppose finché poté all’avvento del sonoro. Giudicava il cinema un mezzo che potesse sfruttare al massimo la poesia della pantomima e l’idea di non poter comunicare con Paesi che non conoscessero la sua lingua gli sembrava un limite troppo esteso. Il suo stile negava la parola e l’imperversare del sonoro lo rese sempre più intollerante, tanto che resistette sino al 1940 prima di distribuire una sua opera totalmente parlata, Il grande dittatore. Il vagabondo, Charlot, passeggia senza meta per le strade di un’affollata e caotica città moderna, fra sciami di pedoni e macchine di lusso. Il suo bivaccare viene stravolto dall’incontro con una fioraia cieca, sottoproletaria, costretta a vendere fiori per raggiungere una somma per un’operazione alla vista. L’affetto del vagabondo si trasforma in forza di volontà e dopo svariati lavori e incontri con personaggi disperati riuscirà ad ottenere il denaro necessario. Viene però arrestato; rilasciato qualche tempo dopo ritrova per caso la fioraia, ora vedente e commessa in un negozio di fiori. Finalmente potrà vedere il suo benefattore.La comparsa di Charlot nel film non è trascurabile. Si vede il sindaco grassone che presenta al pubblico l’inaugurazione in piazza di una nuova statua - la voce dell’uomo è simile ad una trombetta, parodia dell’effetto audio delle prime voci nei film sonori - Chaplin mette in chiaro la propria posizione riguardo alla nascente arte sonora che sporca le piazze, il circondario, lo show business: il vagabondo infatti non è fra il pubblico a osservare la nuova opera d’arte, ma ci dorme sopra, osannandola con ingenua insolenza. La mimica del quarantenne Chaplin è ineguagliabile e l’affetto che il suo personaggio propaga è tanto delicato che incanta, ma non è mai stucchevole.Ogni gesto romantico è immediatamente sdrammatizzato da una gag, un vaso di fiori in testa o l’arrivo di un vecchio obeso che spezza l’incanto del vagabondo per la sua bella; pare però che ogni atto d’impegno filantropico sia traducibile agli occhi degli altri come una violazione di qualche legge, sembra che nessuno, tra gli spettatori diegetici, riesca a cogliere la sincerità e la purezza del vagabondo. Il coraggio di Chaplin, l’ostinazione, la frustrante costanza hanno concepito uno dei risultati più alti che il Cinema possa contare. In perfetto equilibrio fra il tragico, più o meno esplicito, e il comico, squisitamente appagante, il film propone al pubblico un protagonista che non è solo personaggio di cui ridere o in cui immedesimarsi, Charlot è indiscutibilmente un eroe. Forse l’eroe più umano che il cinema e l’intrattenimento abbiano mai imposto. La maschera del vagabondo è la forza di reagire, la voglia di vivere e di vincere, è l’orgoglio che timidamente fa sentire la sua voce, è l’umiltà che non vuole essere calpestata. Non è un modello di vita, è un barbone, è l’ultimo gradino della scala sociale, mal visto dalla polizia e dai ben pensanti. Ma non è solo questo. Il vagabondo può diventare poliziotto e sconfiggere una banda di criminali, può trovare lavoro per una giusta causa, ama anche se non può essere ricambiato.
Il personaggio del ricco alcolizzato è lo specchio del vagabondo, ma ne è una versione borghese. Egli beve e da sbronzo riconosce Charlot, lo invita alle feste, in casa, gli ha salvato la vita quando lui, disperato e ubriaco fradicio, tentava il suicidio al porto. Ma di giorno, torna la lucidità e l’uomo si desta immemore delle notti di baldoria e Charlot ritorna scarto della società, viene cacciato dalla villa da un maggiordomo insopportabilmente conscio del suo ruolo di servitore e fido schiavo autolesionista del borghese. Servo, ma sempre più in alto del vagabondo.La fioraia non sa delle condizioni economiche di Charlot. La portiera di una macchina lussuosa che si chiude e la convinzione che quell’uomo dall’animo raffinato, il vagabondo, sia appena sceso per comprarle un fiore.
Se deve confrontarsi con qualcuno la prima reazione è quella di sorridere, in modo quasi effemminato, come per cercare una sorta di dialogo, che naturalmente non ci sarà. Ma la bontà non è l’unica caratteristica del suo personaggio, se ne ha la possibilità tira anche qualche colpo basso, e talvolta più di uno. Il cinema di Chaplin non si esprime in visibili abilità tecniche, egli fa ed è cinema. Stan Laurel (Stanlio) lo definì concisamente: “È il più grande”.Charles Spencer Chaplin cura la regia, soggetto e sceneggiatura, montaggio, scenografia, le splendide musiche, recita davanti alla cinepresa e insegna ad ogni, nessuno escluso, attore quali movenze deve compiere. Se una scena non va bene, la si ripete. Anche quaranta volte, un primato nella storia. (Kubrick si spingerà oltre le novanta).La realizzazione dura tre anni, segna la fine di un matrimonio. L’incontro iniziale tra Charlot e la fioraia, la scena dello sportello, viene girato in due settimane. Ma l’assiduità premia il genio. In tutta la filmografia solo due o tre lungometraggi non sono capolavori assoluti.La raffinatezza dello slapstick (Slapstick è un termine cinematografico statunitense che indica un tipo di comicità basata sul linguaggio del corpo, nata con il cinema muto.) di Charlot è immortale, a differenza delle comiche sennettiane, e come per Keaton resiste al tempo perché decisamente personale. Ma così come il comico è al più sublime livello recitativo in egual misura il tragico è puramente evocativo. L’eleganza del vagabondo che passeggia dignitosamente sul marciapiede è in forte contrasto col suo abbigliamento, stracciato e  cadente; il suo orgoglio vagamente pomposo è fragilissimo e questo è evidente nelle due sequenze opposte, al primo incontro con la ragazza e all’ultimo. Dapprima vediamo Chaplin arrivare da sinistra verso destra, giungere all’angolo del marciapiede ed essere preso di mira dai ragazzetti che vendono quotidiani. Ha un’aria dignitosa, che contrasta coi suoi vestiti stracciati, è soprattutto libero e il fato sta per fargli incontrare la donna. Nell’altra sequenza Charlot è appena uscito di galera, stremato, umiliato, ancora più malridotto. Arriva da destra verso sinistra, e riecco i ragazzini. Non sono gli stessi di prima, siamo in autunno, la temperatura è bassa, le condizioni del vagabondo sono al limite della sopravvivenza. Litiga un po’ con i due insolenti, poi raccoglie una rosa. Ed è l’incontro, sempre grazie al caso. La rivede e tenta di scappare, ma lei lo ferma, non lo riconosce, ma poi le mani si sfiorano. Ed è la fine.  La soluzione tragica fra i due è a mala pena sussurrata, in un ipnotico scambio di sguardi, fra un sorriso a denti stretti e i petali di una rosa. Regia: Charlie Chaplin.Soggetto: Charlie Chaplin.Sceneggiatura: Charlie Chaplin.Direttore della fotografia: Gordon Pollock, Rollie Totheroh.Montaggio: Charlie Chaplin.Musica originale: Charlie Chaplin.Interpreti principali: Charlie Chaplin, Virginia Cherrill, Harris Myers, Florence Lee, Albert Austin, Henry Bergman, Allan Garcia.Produzione: Charlie Chaplin Productiones.Origine: USA, 1931 bn.Durata:  87 minuti.