CINEMA"La poesia e la denuncia sociale e politica nei film del grande Charlot". -Parte Terza-
Tempi moderni Un film di Charles Chaplin.
Il finale di "Tempi Moderni", proprio come quello di "Luci della Ribalta", fa correre i brividi lungo la schiena. Davanti all’uomo e alla donna non rimane che la strada da percorrere, due eterni vagabondi in cerca della sopravvivenza. Il bellissimo campo e controcampo del finale con la cinepresa che si ferma quando i due personaggi parlano, rassicurandosi di guardare al futuro con un sorriso, e riprende con una carrellata indietro che li accompagna verso un controcampo di una strada che percorreranno insieme per sempre, può essere il sunto finale della poetica filmica di Chaplin, dove non conta l’esercizio stilistico della macchina da presa né una ricerca fotografica di impatto straordinario, quanto piuttosto il manifestarsi splendido della vita che non smette di sorprendere l’autore.Il sonoro è ormai pienamente affermato all’epoca dell’uscita di questo film, Chaplin sa bene che si pone a capo di una battaglia già persa, però è consapevole del fatto che il personaggio del vagabondo non può parlare, perché andrebbe persa quella poetica fatta di gesti, sguardi e balletti affinata nel corso degli anni.In maniera polemica ma divertita, realizza un film muto innovativo dove permangono i rumori di una città chiassosa, i rumori dei macchinari della fabbrica, e qualche personaggio che si esprime ma sempre attraverso uno strumento della modernità (uno schermo grande, un grammofono) quasi a sottolineare lo stretto legame tra l’uomo e i suoi macchinari.Macchinari che creano disoccupazione poiché sostituiscono la manodopera, creano alienazione costringendo a ritmi feroci e movimenti ripetitivi secondo il modello taylorista.Chaplin gioca su questo aspetto mostrandocelo, con gli occhi di un bambino che immagina una fabbrica: non si sa che cosa venga costruito né a cosa servano quelle macchine, non è fondamentale, ogni cosa diventa uno sfondo di un concetto che l’autore utilizza per prendersene gioco con calcolata ingenuità.Le immagini si aprono su un orologio che sembra ricordarci che il tempo è un elemento caratterizzante della fabbrica; successivamente abbiamo un ironico montaggio parallelo tra l’immagine di alcune pecore che escono dall’ovile e l’arrivo degli operai in fabbrica che ricorda molto quello di Sciopero, con il massacro degli operai accostato al macello dei buoi.Il compito del vagabondo è quello di stringere dei bulloni a ripetizione seguendo il ritmo implacabile della catena di montaggio, che non permette la benché minima distrazione. Arrivano nella fabbrica i rappresentanti di un ridicolo macchinario che permette di velocizzare la pausa pranzo degli operai per ottimizzare il lavoro e non sprecare energie vitali; naturalmente sarà Charlot la cavia dell’esperimento che non va a buon fine e diventa pretesto per una serie di gag strepitose con il macchinario in tilt. Il capo della fabbrica afferma di non volere acquistare il progetto poiché “non è pratico” ai fini del risparmio di tempo e non perché può rivelarsi pericoloso per gli operai, manifestando come unico interesse quello del profitto e dell’ottimizzazione del tempo nella fabbrica.Ad ogni modo la ripetizione del lavoro porta il vagabondo ad un esaurimento nervoso che esplode in un balletto luddista nei confronti dei macchinari e degli addetti ai lavori. Qualunque oggetto diventa un dado da avvitare, dal naso del compagno di reparto ai bottoni della giacca di una prosperosa passante, preso com’è da quella follia motoria che lo rende però molto più umano dei suoi compagni che non possono fermarlo poiché schiavi della catena di montaggio, che il vagabondo fa ripartire a suo piacimento. Ogni qual volta il vagabondo tenterà di ridimensionarsi ad una posizione sociale stabilita finirà nei guai a causa della sua stessa natura di disadattato, l’unico luogo nel quale sembra trovarsi bene è quello del carcere. Non c’è nel vagabondo la volontà di schierarsi in alcuna posizione è come se fosse preda degli eventi: quando non lavora non lo fa per interesse verso la protesta proletaria ma semplicemente perché gli viene detto che c’è sciopero e non si lavora; quando sventola bandiera rossa a capo di un corteo di operai non c’è in lui alcuno spirito di aggregazione, ma è un puro caso come quando colpisce involontariamente un poliziotto con un mattone.Ancora, incontrando per la prima volta la ragazza, la salva accusandosi di essere stato lui a rubare il pane, lo fa per poter tornare in prigione e non per solidarietà nei confronti dell’orfanella.Solo successivamente prenderà la decisione di fuggire con la ragazza.La giovane è in realtà un’estensione vitale dello stesso Charlot, non è più il vagabondo cinico di un tempo inseguito come un delinquentello dai poliziotti a cui affibbiava sonore pedate: sono proprio i tempi moderni, questa nuova società così veloce, a renderlo così passivo e comincia ad allentarsi il suo sguardo incantato così come inizia a svilupparsi intorno a lui il sonoro e la coscienza di una svolta piccolo borghese rappresentata ironicamente nel sogno di una casa dove i frutti son pronti a farsi cogliere dagli alberi sempre in fiore e le mucche forniscono spontaneamente latte fresco senza essere munte, in una giocosa rappresentazione del sogno americano che andrà invece a materializzarsi in una cadente catapecchia.La pecca del film segnalata dai critici è che non vi rintracciano una struttura unitaria nello svolgersi della vicenda: ogni episodio sembra poter avere un discorso a sé stante che nasce e muore all’interno della propria microstruttura ma questa frammentarietà non è forse coerente coi tentativi falliti di Charlot e della ragazza di sopravvivere nella giungla sociale dei tempi moderni: pensiamo al fatto che ogni qual volta tenti di accodarsi alla società finisce sempre male; lo stesso vale per la ragazza che per colpa della legge è costretta ad abbandonare il suo lavoro. Ogni tentativo sembra inutile ma la prospettiva dell’orizzonte offre almeno la speranza di una nuova possibilità.