LA SARDEGNA SABAUDA.RIFORME E RIVOLUZIONE
Oggi, 7 dicembre 2011, il Dr. Hansel Cabiddu ha sviluppato una interessantissima relazione sull’argomento “La Sardegna sabauda. Riforme e rivoluzione" tra Aragona e corona di Spagna”. Non è qui necessario ripercorrere tutta la articolata e complessa storia già così ben trattata nel corso della conferenza. Ritengo, tuttavia, opportuno soffermarmi su alcuni punti, che reputo particolarmente interessanti.____________________________________________Crisi dell'antico regime e rivoluzione Nonostante i tentativi di rendere più razionale ed efficiente l'amministrazione, le misure adottate sotto la guida del Bogino non ottennero i risultati previsti. I commentatori di parte piemontese attribuivano la causa del fallimento all'indole e al malcostume atavico dei sardi. Permanevano i problemi strutturali ereditati dall'epoca precedente, aggravati dall'inerzia e dalla corruzione degli amministratori piemontesi.I primi segni del malessere In Europa si diffondeva l'Illuminismo e si mostravano i primi segnali della crisi incombente (rivolte popolari, proteste, repressioni). Anche in Sardegna cresceva il malcontento e le idee nuove del secolo trovavano accoglienza nella classe borghese e nel ceto dei bottegai e degli artigiani, nel basso clero e nella nuova classe intellettuale. Nel 1780 scoppiò una rivolta a Sassari. Nelle campagne aumentarono i casi di rifiuto di versare canoni e imposte agli esattori. Molte situazioni dovettero essere risolte con la forza.Il tentativo di occupazione franceseTra il 1792 e il 1793 la Francia rivoluzionaria, intenzionata a contrastare l'Inghilterra nel Mediterraneo occidentale, provò ad attaccare la Sardegna, nel tentativo di occuparla militarmente e di sollevare una ribellione generalizzata contro i piemontesi. A tale scopo, da tempo, infiltrati rivoluzionari e simpatizzanti locali diffondevano notizie, idee e scritti politici nelle città e nelle campagne. Al momento dell'attacco decisivo, benché il governo piemontese fosse stato colto di sorpresa e non predisponesse alcuna misura difensiva, gli aristocratici e il clero sardi, timorosi delle conseguenze politiche di una vittoria francese in Sardegna, finanziarono e organizzarono la resistenza, arruolando in poco tempo una milizia. Fu questo esercito popolare a respingere il tentativo francese di sbarcare sul lido di Quartu S.Elena, nel febbraio 1793. Contemporaneamente, a nord, veniva fermato il tentativo di occupazione all'isola della Maddalena (tentativo al cui comando c'era un giovanissimo ufficiale corso di nome Napoleone Buonaparte). Il successo della mobilitazione dei sardi da parte degli stamenti (i bracci del parlamento, riunitosi d'urgenza per affrontare la crisi, nell'inerzia del governo piemontese), benché sembrasse frustrare l'opera di propaganda rivoluzionaria dei mesi precedenti, fece emergere la questione dell'inadeguatezza e della mediocrità del personale di governo forestiero. I rappresentanti della nobiltà, del clero e delle città inviarono dunque al re Vittorio Amedeo III una petizione con cinque richieste: 1) convocazione delle Corti Generali (ossia appunto del parlamento, che le autorità piemontesi non avevano più convocato dal 1720); 2) conferma di tutte le leggi, consuetudini e privilegi, anche di quelli caduti in disuso; 3) Assegnazione al nativi dell'isola di tutti gli impieghi e le cariche; 4) creazione di un Consiglio di Stato da consultare su tutte le questioni relative al regno; 5) un ministero distinto per gli affari della Sardegna. Non erano richieste rivoluzionarie, tuttavia il re le respinse. Il malcontento accumulato fino a quel momento esplose dunque con un moto popolare che, il 28 aprile 1794, espulse dall'isola tutti i piemontesi e i funzionari forestieri (la giornata è oggi celebrata ufficialmente ogni anno come festa del popolo sardo, Sa die de sa Sardigna).1794-6 - La rivoluzione La situazione venne presa in mano dagli stamenti e dalla Reale Udienza, la suprema corte del regno. Si confrontavano il partito dei “novatori” e quello dei “moderati”. I primi, per lo più esponenti della borghesia, intendevano approfittare del momento per ottenere riforme decisive di tipo economico, politico e sociale; i secondi desideravano semplicemente l'accettazione delle cinque richieste e per il resto il sostanziale mantenimento dello status quo. La situazione intanto tendeva a sfuggire al controllo. A Cagliari vennero linciati due esponenti dell'aristocrazia, tra i più esposti del fronte reazionario. A Sassari la nobiltà e l'alto clero si schierarono contro gli stamenti e invocarono la protezione del re, allo scopo di ottenere un'emancipazione dal governo di Cagliari e ulteriori privilegi. Nelle campagne, le popolazioni, sobillate da agitatori e dal basso clero, si ribellavano, attaccavano le sedi governative, gli istituti di credito agrario, le residenze di aristocratici e di alti prelati, rifiutando di versare le imposte e le decime. A Sassari, infine, sotto la guida di personaggi della borghesia locale di idee rivoluzionarie e filo-francesi, la popolazione si ribellò, cacciando i nobili e gli ecclesiastici anti-rivoluzionari. La situazione era diventata così grave che a Cagliari si decise di inviare nel settentrione dell'Isola uno dei personaggi più in vista della politica sarda del periodo, il magistrato della Reale Udienza, avvocato e imprenditore Giovanni Maria Angioy. Questi, investito della carica di alternos, ossia facente funzioni viceregie, attraversò la Sardegna e giunse a Sassari accolto da un bagno di folla, come un capo-popolo. Messosi a capo dei rivoluzionari, Angioy mostrò le sue vere intenzioni: rovesciare il governo, abolire gli istitui feudali e proclamare la repubblica. Il tentativo rivoluzionario coalizzò le forze moderate e reazionarie, mettendo contro l'Angioy nobiltà, clero e buona parte della borghesia cittadina e rurale, che aveva timore di perdere, insieme agli istitui feudali, privilegi e vantaggi acquisiti. L'armata raccolta dall'Angioy marciò verso meridione, ma, giunta ad Oristano nel giugno del 1796, si trovò di fronte un esercito ben organizzato e l'ostilità dell'intera classe dominante sarda. L'Angioy e molti dei suoi preferirono dunque darsi all'esilio, riparando in Francia, mentre sull'Isola l'ordine veniva ripristinato con le armi. Furono assediati e presi d'assalto i villaggi che resistevano e furono condannati a morte tutti i capi e i maggiori esponenti del moto rivoluzionario che si riuscì a catturare.I Savoia in Sardegna e la RestaurazioneL'invasione napoleonica dell'Italia settentrionale costrinse la corte dei Savoia a trasferirsi a Cagliari nel 1799. Il tentativo rivoluzionario era stato soffocato e la nobiltà sarda decise di rinunciare anche alle cinque richieste presentate nel 1793. Il bilancio del regno fu pesantemente aggravato dalle esigenze dell'apparato cerimoniale e dal mantenimento della famiglia reale e dei suoi servitori e funzionari. Ci furono ulteriori tentativi di sollevare una rivolta anti-feudale e repubblicana (nel 1802 e nel 1812), ma furono sventati e repressi, senza conseguenze. Con la fine dell'avventura napoleonica e la restituzione dei possedimenti sul continente, i Savoia rientrarono a Torino nel 1814. Era iniziata anche per la Sardegna la Restaurazione. Restavano irrisolti e in parte aggravati tutti i problemi della Sardegna: arretratezza economica, scarsità demografica, anacronismi istituzionali.