I TACCHI DELL'OGLIASTRA E LA STAZIONE DELL'ARTE DI ULASSAI- PARTE SECONDA -
La “Stazione dell’Arte”, inaugurata ad Ulàssai nell’estate del 2006, che raccoglie una parte considerevole della sua produzione artistica, circa 140 opere in tutto, non è un museo tradizionale, ma una sorta di moderna “bottega della cultura”, nata per garantire una trasmissione del sapere attuata in modo coinvolgente e diretto. La Fondazione Stazione dell’Arte nasce per volontà dell’intero paese di Ulàssai, che ha voluto dare un seguito alla collaborazione con l’artista ulassese Maria Lai, avviata più di trent’ anni fa con lo straordinario evento chiamato “Legarsi alla montagna”, sviluppando il progetto avviato dalla stessa artista nel suo lavoro “I luoghi dell’arte a portata di mano”. La “performance” di“Legarsi alla montagna” fu un’opera comunitaria di eccezionale portata e ampiezza. Il grande gioco coinvolse tutti, anziani e piccoli, in una giornata memorabile e ormai leggendaria, quando ogni casa fu legata alle altre in una matassa lunga 26 km. Berengo Gardin fotografò l’evento, mentre il pittore cagliaritano Tonino Casula lo filmò in Super 8. Maria Lai è nata a Ulassai il 27 settembre del 1919. Frequentò le scuole secondarie a Cagliari, dove conobbe il suo maestro di Italiano, Salvatore Cambosu, scrittore e giornalista, considerato come uno dei maggiori elementi della corrente letteraria neorealista sarda, sviluppatasi in Sardegna negli anni Cinquanta del secolo scorso, insieme ad altri scrittori come Giuseppe Fiori, Maria Giacobbe, Paride Rombi. Grazie a lui Maria scoprirà "il valore del ritmo delle parole che portano al silenzio". Nel ‘39 si iscrive all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove conosce maestri di scultura come Alberto Viani e Arturo Mazzacurati, che vedono in lei un segno maturo e molto maschile, estremamente essenziale e rapido. Ma la guerra l’allontana da Roma. Si rifugia a Verona e sii iscrive all'Accademia di Belle Arti di Venezia, dove frequenta il corso di scultura tenuto dall'artista Arturo Martini. Con Arturo Martini capirà il valore del ritmo che, già avvertito nelle parole di Cambosu, ora viene ancora più chiaramente percepito nelle sculture e nell'idea di uno spazio che si proietta all'infinito. Ritornata in Sardegna nel ’95 riprende l’amicizia con Salvatore Cambosu e insegna Disegno presso delle scuole elementari. Ritorna a Roma nel ’54 e ottiene un buon successo con la sua prima esposizione edi disegni a matita, ma successivamente Maria Lai decide di ritirarsi in un silenzio che l'accompagnerà per circa 10 anni, una crisi poetica che la terrà lontana da gallerie e artisti, ma che l'avvicinerà a poeti e scrittori. In questo periodo, infatti, inizierà un rapporto di amicizia con Giuseppe Dessì di Villacidro, dirimpettaio di casa sua a Roma. Attraverso lo scrittore riscopre il senso del mito e delle leggende della sua terra. In questo lungo silenzio osserva le correnti emergenti sue contemporanee come l'Arte Povera e L'informale, e in base alla lezioni di Cambosu, Martini e Dessì si appropria delle tradizioni e dei miti, interpretando il lavoro del telaio, del pane e degli oggetti del passato arcaico. Nel 1971 presso la Galleria Schneider di Roma esporrà i primi “Telai”, che poi caratterizzeranno i dieci anni successivi. Gli anni ottanta del XX secolo invece sono caratterizzati dalle “Geografie” e dai “Libri cuciti”, e dalle prime operazioni sul territorio "Legarsi alla Montagna" e tutte le opere all'aperto nel paese di Ulàssai. Negli anni novanta è già artista affermata, ed entra in grandi musei italiani come Palazzo Grassi di Venezia, Villa Borghese Roma, Palazzo Mirto Palermo e Palazzo Pitti a Firenze. Ora vive nella casa di campagna vicino al paese di Cardedu a pochi passi da Ulàssai ed è considerata l'artista più significativa della Sardegna. I critici che si sono occupati di lei hanno spesso sottolineato come Maria Lai riesca a condensare nelle sue opere una forte suggestione narrativa, e costante è la connotazione narrativa della sua ricerca, anche se diverse sono le tecniche di cui Maria Lai si serve. Senza trascurare il disegno e la creta, strumenti tradizionali dell’arte, ella utilizza una molteplicità di materie: l’impasto di farina per le figure di pane, il legno e lo spago per i telai, il nastro per le installazioni e gli interventi ambientali, il filo e la stoffa per i libri, per le mappe astrali e le fiabe. Il filo, soprattutto, che fin dagli anni Sessanta è lo strumento privilegiato del suo operare. Il filo come simbolo del dialogo, della narrazione, della memoria, del passaggio dall’oralità alla scrittura. Nei libri cuciti fili di parole si disfano sulle linee delle pagine di stoffa e cadono come grovigli di pensieri, come tracce di una nuova comunicabilità. E tra i libri cuciti va ricordato il “Libro scalpo”, uno di quei libri-oggetto con i quali nel 1978 partecipò alla Biennale di Venezia. I libri cuciti – tra le sue opere più struggenti – hanno pagine pesanti di tessuto, i fili forano la tela, bucano e rattoppano, si annodano, s’ingarbugliano e si liberano, formando una tessitura senza parole e senza alfabeto. Sono tattili, domestici e misteriosi e contengono il sapere e la memoria e il fervore delle mani. Piacerebbero a Claes Oldenburg (artista e scultore svedese naturalizzato statunitense, appartenente alla corrente della pop art. La sua ricerca artistica si concentra sul consumismo nella società americana contemporanea soprattutto per quanto riguarda quello legato al cibo. Realizza enormi sculture in gesso dipinto raffiguranti gelati, hot-dog e quant'altro l'ipernutrita popolazione americana consuma negli anni sessanta.) i grandi aghi in acciaio con cui Maria Lai ha ricamato muri, arnesi giganti e acuminati che lei lascia infilati, come fanno le sarte quando riposano un po’. Maria Lai cuce e tesse frammenti di realtà vissute, fiabe che rappresentano una sintesi tra la memoria individuale e quella collettiva. L’affabulazione è per l’artista una sorta di ritorno alle origini sotto forma di gioco. Una provocazione fatta di scritture asemantiche che narrano la poesia del gesto creativo e la drammaticità delle inquietudini umane. “Io credo che manchi nel mondo una tradizione che è andata perduta, quella dei cantastorie. Non ci sono più cantastorie. Forse, se non fossi andata a studiare avrei fatto questo…” E così come i cantastorie vagando di città in città narravano vecchie credenze popolari, racconti fantastici o tratti dalla realtà del tempo, allo stesso modo Maria Lai districa fili di memoria, cuce e scuce liricamente infinite pagine di vita. Sono di stoffa, ceramica, tela grezza, jeans e perfino di pellicola trasparente i libri che l’artista imbastisce fin dagli anni Settanta. Quella di Maria Lai è una forma di “arte ambientale” e Hal Foster, critico d'arte statunitense contemporaneo, definisce le opere di arte ambientale come ”progetti di sculture “site-specific”, e “site-specific art” significa creare un’opera destinata a determinati ambienti, esterni o interni che siano. L’artista prende in considerazione la location mentre pianifica la creazione della sua opera. Questo tipo di espressione artistica, specialmente se praticata in esterni, come tanta della produzione di Maria Lai, include i paesaggi in combinazione con elementi sculturali permanenti. A Ulàssai, in località Larenzu, lungo la provinciale che conduce a Perdasdefogu, è in attività il più importante parco eolico esistente in Sardegna (gestito dalla Sardaeolica - Saras). Quarantotto pale eoliche, distribuite su una superficie di diversi ettari, producono energia pulita e rinnovabile creando un paesaggio veramente unico. Dietro prenotazione è anche possibile effettuare visite guidate all'interno del parco. Ma come si concilia questa almeno apparentemente ingombrante presenza con la bllezza dei luoghi? Altrove l’eolico è stato respinto. Qui no. Come mai? Un articolo pubblicato su “L'Espresso” col titolo ''Venti di mafia'', cita il parco eolico nel comune di Ulàssai e sembra suggerire l'idea che esso sarebbe il frutto di ardite speculazioni da parte di equivoci personaggi a danno del territorio comunale. L'amministrazione comunale ha tenuto a precisare che il parco eolico costituisce una precisa e convinta scelta di sviluppo locale, consapevolmente perseguita dal comune di Ulàssai per le sue ricadute occupazionali ed economiche, ritenute ampiamente soddisfacenti per il piccolo centro, nel pieno rispetto dell'ambiente e del territorio. Dopo che il territorio di Ulàssai è stato testato quale area eccezionalmente predisposta per la produzione di energia eolica, l'amministrazione, con il pieno consenso di tutta la comunità, ha ritenuto di voler sfruttare la propria posizione di proprietaria delle aree per garantirsi una occasione di sviluppo. Ulàssai si trova nella periferia della periferia. Millecinquecento persone, occupate da sempre nella pastorizia, nell'agricoltura e da ultimo nei cantieri forestali. Ma anche i giovani del paese studiano, si diplomano e si laureano. Quasi tutti, poi, vanno via perché né in paese né nella zona esistono serie occasioni di lavoro qualificato.Ulàssai ha anche un enorme patrimonio di terre pubbliche. Alcune di assoluto pregio ambientale, altre no. L'amministrazione ha ritenuto che nelle aree prive di un valore paesaggistico potesse essere realizzato, alle sue condizioni, un parco eolico. La società interessata ha pagato prima di tutto per poter solo fare i rilievi della velocità e costanza del vento (alla fine circa circa 43.000 euro sono stati versati nelle casse comunali). Ad esito positivo dei rilievi anemometrici, il Comune ha fissato le condizioni alle quali il parco avrebbe dovuto essere realizzato. Queste erano: tempi certi di realizzazione, serio corrispettivo alla comunità, importante ritorno occupazionale, adozione di precauzioni costruttive con specifica previsione della completa rimessione in pristino a fine attività. Il tutto collegato ad una clausola di risoluzione e una fidejussione in caso di inadempimento.Oggi il parco eolico consente l'occupazione stabile di circa quaranta persone. Trenta sono dipendenti qualificati assunti da Sardaeolica e dall'indotto diretto. Per occupare i terreni di proprietà comunale, Sardaeolica versa quasi 800.000 euro l'anno, comprensivi di una quota percentuale del fatturato. Tutti gli accordi sono stati rispettati. Sia quelli relativi al profilo occupazionale che a quello economico. Forse sarebbe questo lo scoop giornalistico. Perché in questa nostra cara Sardegna spesso le imprese vengono, promettono, prendono i soldi e poi spariscono. In questo caso no. Che poi, dopo tutto questo la Sardeolica ci guadagni, non è per il Comune motivo di dispiacere o invidia. Gli imprenditori in perdita chiudono e mandano a casa i dipendenti, chi guadagna resta e continua a investire.Per il Comune di Ulassai il parco eolico significa sviluppo. Un grande sviluppo per un piccolo paese. Quaranta posti di lavoro significano quaranta giovani che restano nella loro terra, con una occupazione qualificata e uno stipendio da spendere, e contribuiscono alla sua crescita. Il Comune, d'altra parte, ha avuto risorse per fare quello che altrimenti non avrebbe potuto nemmeno pensare, creare un museo (la Stazione dell'Arte), che raccoglie le opere donate dall'artista Maria Lai, interventi in campo sociale in favore dei soggetti più deboli, oramai la maggioranza di una popolazione che inesorabilmente invecchia, nel settore scolastico e dell'assistenza. Resta solo un punto. A cosa ha dovuto rinunciare la comunità di Ulàssai per ottenere questi benefici? Il parco eolico è sorto nel territorio di un altopiano spoglio, lontano da beni paesaggistici. Non inquina, non impedisce nemmeno le attività tradizionali che su quelle stesse aree continuano ad essere svolte senza impedimenti diversi dall'ingombro di ciascun pilone. È possibile, forse, che a qualcuna delle poche decine di persone che percorrono giornalmente la strada provinciale n. 13 quelle pale non piacciano. Questione di gusti. Per correttezza si dovrebbe dire, però, che per realizzarle non è stato sventrato proprio niente. La natura attorno a quelle pale non è stata toccata. Anche i cavi per la trasmissione dell'energia giacciono a un metro e mezzo di profondità, lungo le strade di accesso sterrate, che già esistevano. OSINIIl paese di Osini (645 Metri sul livello del mare), al centro dell'Ogliastra, è nato dopo il 1951 in seguito ad un'alluvione che distrusse il vecchio abitato. Il territorio comunale risulta essere in prevalenza montagnoso, privo di importanti vie di comunicazione con il resto della Sardegna. Per questo motivo il posto è rimasto tuttora vergine, poco contaminato da interventi esterni. La parte ad est del paese è caratterizzata dalla presenza della profonda Valle del Rio Pardu, coltivata in parte a uliveti e orti. Il paese è caratterizzato da strade ampie e edifici recenti. Mezzo chilometro a nord, lungo la strada provinciale, si estende invece il vecchio centro, di fatto una città fantasma rimasta immutata dal novembre del 1951, in cui sono ben evidenti le strade e le abitazioni di quei tempi, quasi uno spaccato della Sardegna del passato. Sul versante di destra della Valle del Rio Pardu si trova il passo montano conosciuto col nome di Scala, o Gola, o Arco di S. Giorgio (da skàla = via montana scoscesa), che attraversa l’orlo del Tacco di Osini in corrispondenza di un valico inciso da una combinazione di diaclasi in grandi bancate dolomitiche orizzontali, dello spessore di oltre un metro. Nelle diaclasi, le pareti verticali intagliate nel calcare raggiungono anche cento metri di altezza e si avvicinano a formare lunghe fessure che in qualche punto sono larghe anche meno di un metro. La strada asfaltata che si percorre per risalire l’orlo del “taccu” utilizza un varco ristretto, il cui fondo è stato parzialmente colmato e reso percorribile. La strada pertanto costituisce un segno della decisa antropizzazione di un valico naturale che collega due valli, a NE del Rio Pardu, e a SO del Flumineddu. Il luogo resta tuttavia pittoresco nella sua naturalità per l’imponenza delle pareti incombenti, oltre che per gli ampi panorami che si dominano dai bordi più alti e per il carattere remoto e deserto del sito, denso di alberi. Di per sé il fenomeno non è raro, essendo i bordi dei tacchi spesso incisi da profonde fessure, che nel tempo provocano il distacco dei massi e il loro crollo. È tuttavia insolito che le pareti siano avvicinabili in questo modo e che si possano agevolmente osservare per mezzo della strada, la cui presenza presta al luogo un connotato unico. L’altitudine va da 870 a 928 m slm e la superficie di interesse è di circa 0,19 ettari. Il termine “skàla” indica una via montana scoscesa , in questo caso intitolata al Santo, vescovo di Barbagia e di Suelli, cui è dedicata la vicina chiesa rurale in territorio di Osini. Come attestato dalla prima fonte agiografica (Legenda Sanctissimi Georgii Presulis Suellinsis) scritta da Paolo nel 1117, e anche secondo la leggenda riferita da DELLA MARMORA, che si sofferma a descrivere il valico, il vescovo, dovendo raggiungere il villaggio di Osini, stanco per l’asperità e la lunghezza del percorso, comandò alla montagna di aprirsi per un più rapido e comodo collegamento fra gli abitanti dei paesi della valle del Flumineddu e quelli della Valle del Pardu. Il passo si apre infatti in una muraglia continua lunga circa 6 km. Il sito è noto anche come “Taccu di Osini”. Altro nome è “S’Assa de su Casteddu”, in italiano “la parete del Castello”, che è anzi quello localmente più usato. Il toponimo prende origine dalla tradizione popolare che narra dell'esistenza di un'antica fortezza a guardia del passo. Ad oggi, però, non è stato mai dimostrato nulla in proposito. Al più il ritrovamento di monete di diversi imperatori romani, consente di ipotizzare la presenza di una postazione romana. Nei pressi si trova una sorgente la cui acqua, chiamata “S’abba de sa sanidade”, conferma il carattere eccezionale attribuito al luogo. Un breve viottolo in salita, inframezzato da gradini, consente di raggiungere uno spettacolare punto panoramico posto sulla parete est del monumento natu-rale. Da qui la vista può spaziare sul vasto scenario del Rio Pardu, dove si scorgono pascoli, boschi e macchie, coltivi, piccoli borghi e all’orizzonte, anche il mare. Volgendo lo sguardo ai piedi della rupe sono interessanti da osservare grossi blocchi di roccia che hanno subito il distacco ed il crollo delle pareti sovrastanti, sia in epoche remote, sia in tempi recenti. Il vasto territorio interno, a cui si accede dalla gola, è interessato da fenomeni carsici presenti sia in superficie sia in profondità. Nell'ombrosità della gola e nei siti freschi e riparati, il leccio vegeta insieme al carpino nero, mentre sulle rupi trovano ospitalità le endemiche Seseli bocconi praecox, Helichrysum saxatile, Potentilla caulescens nebrodensis e Micrometria cordata. Dal punto di vista archeologico, le numerose testimonianze della frequentazione nuragica costituiscono un tipico esempio di controllo di un comprensorio realizzato con numerosi nuraghi convenientemente ubicati. Ricordiamo tra tutti il nuraghe Serbissi,sicuramente il più importante, edificato a Punta su Scrau (1050m), i nuraghi Urceni, Mortu Marci, S'Aliverru e, nella piana di Troculu, i nuraghi Sanu e Orrutu.