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Libri. E poi?
Post n°164 pubblicato il 21 Ottobre 2011 da edy.21
Peccato che molti lettori siano persone terrorizzate dalla vita. Molti, non tutti. Del resto, "leggere" è più facile che "vivere". Provare per credere. Si parla spesso di religioni e politiche consolatorie, senza pensare che il libro è un magnifico, terribile, refugium peccatorum. Può diventare, se usato male, uno scudo, una roccaforte, un alibi. Non a caso molte persone "si scindono" nel rapporto tra vita e lettura-scrittura. Così come molti "intellettuali". Esercitano nobili virtù se isolati e immersi nelle loro carte, franano miseramente sui loro limiti se esposti al crogiuolo del mondo. Citare le parole di altri, bellissime, commoventi, piene di significato, è interessante se poi però queste stesse parole non vengono trasformate in una litania, da recitare come un rosario. Chi sono i morti? Sono gli autori classici che Will ama leggere e menzionare, e che diventano un sudario che occulta la vulnerabilità a cui si esporrebbe attraverso un legame concreto con gli altri. In altre parole, a cui si esporrebbe se vivesse la vita. Dovremmo riflettere un poco su questo aspetto. Essere vulnerabili non è una macchia, un'onta. Tutt'altro. Però non basta rifugiarsi nei libri. Loro, "i morti" illustri, vivono in noi a patto che riusciamo a trovare risorse anche nelle relazioni "coi vivi", per quanto infimi e miseri possano essere. Per salire bisogna prima scendere. Ma non piace a nessuno. Vivere significa sporcarsi le mani rotolando in questa discesa terribile. Ma alla fine, sporchi di fango e sudore, è forse possibile guardare in su. Farlo davvero. |
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