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Tutta una vita (il testimone)

Post n°179 pubblicato il 15 Novembre 2011 da edy.21

                                                                             
Gli puntarono una luce sulla faccia inondata di lacrime. E per la decima volta gli fecero la stessa domanda. Non ne poteva più. Rivedeva il semolino mescolato col sangue tutto sparso per terra. Quel corpo ossuto contrarsi in spasmi inutili e grotteschi. Quel viso rugoso con gli occhi spalancati in un urlo muto. Aveva sempre odiato il semolino. Poltiglia informe per bambini e vecchi senza denti. E adesso eccolo lì, a parlare di morte e semolino in piena notte con una luce in faccia e uno stuolo di poliziotti intorno. Si guardò le mani. Grandi e callose. E notò il taglio. Era stato il coltello, il più grande del ceppo che era sulla credenza. Adesso quel coltello giaceva sul pavimento accanto al cadavere. Nessuno poteva toccare nulla. Non ancora.
“Il motivo?” Ancora quella domanda, per la centesima volta. Avrebbe voluto urlare. Era un incubo.
Il motivo. Pensare. Pensare.
E lo rivide venirgli incontro all’uscita da scuola, in una giornata di sole. Il volto cupo. E per l’ennesima volta rivide la mano di lui alzarsi minacciosa. Sentì ancora bruciare lo schiaffo sulla guancia. E poi il pugno. E poi il buio. La sua voce che urlava “basta”. Per favore. Basta. Il motivo. Ricordi lontani si mescolavano cercando un motivo che non fosse quello. Quello che non poteva rivelare. Uno qualsiasi, per farli stare zitti. Ma era inutile. Le domande continuavano a rotolargli addosso come un branco di elefanti impazziti. E lui non sapeva cosa rispondere. Si accorse di non sapere nulla di quel vecchio quasi centenario che giaceva morto sul pavimento della cucina. Non aveva mai conosciuto i suoi pensieri né il suo amore. Si, una cosa la sapeva però. Gli piaceva il semolino. E questo lo aveva imparato a sue spese: era stato costretto a mangiarlo insieme a lui per anni. Una volta lo vomitò. E lui gli aumentò la dose per punirlo. Perché lui era fatto così. Non aveva motivi lui. Aveva ordini. Aveva certezze. Aveva la fede. Fede fatta di Messe alla domenica e penitenze educative. Di silenzi inquietanti e di urla spaventose. Fede nella famiglia. E la famiglia era obbedienza. Era sacrificio. La famiglia era lui.
 
La memoria del dolore è un sottile piacere che fa apprezzare il presente. Ma nel suo presente c’era l’inferno. Se lo immaginava diverso. I sensi di colpa avrebbero dovuto esserci, pensava. Al loro posto la rabbia, sempre sopita e mai vinta, esplodeva incontenibile.
 
Dovette firmare una montagna di deposizioni. Non gli sembrava di aver parlato così tanto.
 
Cercava ora, con disperazione improvvisa, il ricordo di un sorriso a cui attaccarsi. Di un calore antico a cui scaldarsi nuovamente. Per l’ultima volta. E lo trovò. Nell’immagine curva e argentea di sua madre che lo guardava dolce e tremante con un pentolino in una mano e un coltello nell’altra. Il più grosso del ceppo sulla credenza. Quello che lui aveva cercato inutilmente di strapparle. Ai suoi piedi un mare caldo di semolino sommergeva suo marito. E tutti i suoi anni. E per lei c’era un motivo.
Un motivo durato tutta una vita.
E' tutto falso, è tutto nella testa di: edy.21...

 
 
 
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