Un soffio di musica
una vibrazione nell'anima,le corde tese sensibili ad ogni impercettibile emozione... note di flauto| « Messaggio #31 | Messaggio #33 » |
Post N° 32
William Shakespeare,
Giulio Cesare
Datazione e trama: Questa tragedia fu scritta e rappresentata per la prima volta nel 1599. Giulio Cesare si reca solennemente al Senato romano in occasione della festa dei Lupercali. Qui gli viene offerta la corona di dittatore, che egli cerimoniosamente rifiuta: ma circolano voci insistenti di una sua prossima accettazione. Fra i senatori, non manca chi è preoccupato per il crescente potere di Cesare. In particolare, Cassio decide di ordire una congiura e cerca di persuadere il suo amico Bruto (uomo noto per il suo valore e la sua integrità) a parteciparvi, in nome della libertà di Roma minacciata da Cesare. All'alba, dopo una notte insonne, Bruto incontra a casa propria Cassio e altri cinque cospiratori. Insieme decidono di assassinare Cesare il giorno stesso: uno dei congiurati lo convincerà a recarsi al Senato. Nonostante oscuri presagi di disgrazie, Cesare si lascia persuadere; mentre sta per entrare in Campidoglio, i congiurati lo circondano e lo pugnalano. Giunge il console Marco Antonio (uno dei principali esponenti del partito cesariano), che si dichiara non ostile ai congiurati e chiede loro il permesso di organizzare i funerali di Cesare e di pronunciarne l'elogio funebre. Bruto gli accorda il permesso, a condizione che non parli contro i congiurati. Davanti alla cittadinanza, Bruto e Marco Antonio pronunciano i loro discorsi. Bruto spiega che l'uccisione di Cesare non è stata motivata da odio o interessi personali, ma solo dall'amore per la libertà e dalla volontà di impedire l'instaurarsi di una tirannia. Subito dopo parla Marco Antonio, il quale, con un'abile orazione e con la lettura del testamento di Cesare (che dispone lasciti in denaro ad ogni cittadino romano), infiamma gli animi dei romani contro i congiurati, che sono costretti a lasciare la città per evitare il linciaggio. Giunge a Roma Gaio Ottaviano, pronipote e figlio adottivo di Cesare. Si prepara la resa dei conti fra lui e Antonio, da una parte, e i congiurati dall'altra. Mentre a Roma i primi consolidano il loro potere mediante liste di proscrizione, in Grecia Bruto e Cassio raccolgono le loro truppe per lo scontro finale. Lo spettro di Giulio Cesare appare nottetempo a Bruto, preannunciando vendetta. La battaglia ha luogo a Filippi. Le truppe condotte da Bruto hanno la meglio sugli uomini di Ottaviano, ma Antonio prevale su Cassio, che, visto tutto perduto, si suicida. Poco dopo, anche Bruto si uccide per non cadere prigioniero dei suoi nemici. Sarà Antonio, sopraggiunto poco dopo, a rendergli l'onore delle armi e a pronunciarne l'elogio funebre.
Impressioni di lettura: Il Giulio Cesare è popolare soprattutto per il discorso di Marco Antonio sulle spoglie di Cesare (atto III, scena 2), brillante pezzo di oratoria con cui Antonio sobilla la plebe romana contro i congiurati, proprio mentre protesta di non volerlo fare: "Tutti / ai Lupercali avete visto che tre volte / gli offrii la corona di re, e Cesare / la rifiutò tre volte. Ambizione, questa? / Ma Bruto dice che era ambizioso / e di sicuro egli è uomo d'onore" ("And, sure, he is an honourable man": la trad. è di Sergio Perosa). Una parte della forza persuasiva di questa orazione deriva dall'essere gli ascoltatori consapevoli che Antonio parla su permesso dei congiurati: egli stesso non manca di menzionare questa circostanza, suggerendo così in modo implicito che egli vorrebbe esprimersi apertamente, ma non può, perché il neonato regime di Bruto e Cassio lo imbavaglia - e questo avviene subito dopo il discorso in cui Bruto spiegava ai romani di aver ucciso Cesare in nome della libertà... Tutto il Giulio Cesare può leggersi come un'indagine delle tragiche contraddizioni tra fini e mezzi in cui incorre chi, battendosi per ideali di libertà e di eguaglianza, decide di (o è costretto a) ricorrere all'uso della violenza. Un altro momento in cui viene messa in luce questa contraddizione è all'inizio dell'atto V, quando Antonio rinfaccia a Bruto (che va fiero della propria integrità morale e della propria fedeltà agli amici) di aver assassinato Cesare a tradimento. E se certamente il testo di Shakespeare non manifesta particolari simpatie per il partito cesariano (all'inizio del IV atto si vedono Ottaviano e Marco Antonio - un Antonio qui molto diverso dal personaggio che comparirà in Antonio e Cleopatra - spartirsi cinicamente il potere, preparandosi fra l'altro a falsificare il testamento di Cesare), si può riconoscere un'amara necessità logica nel finale del dramma: risulta quasi ovvio che debbano alla fine prevalere i campioni della politica "pura", priva di quegli scrupoli morali che impacciano e rendono inefficace l'azione degli idealisti come Bruto. Il quale, però, può morire con la consapevolezza di aver vissuto degnamente e che tale sarà anche il giudizio dei posteri.
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