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I mari del Sud....

Post n°1406 pubblicato il 08 Luglio 2010 da nottedorientee
 

Camminiamo una sera
sul fianco di un colle,
in silenzio.
Nell'ombra del tardo crepuscolo
mio cugino è un gigante
 vestito di bianco,
che si muove pacato,
 abbronzato nel volto,
taciturno.
Tacere è la nostra virtù.
Qualche nostro antenato
dev'essere stato ben solo
- un grand'uomo tra idioti
o un povero folle -
per insegnare ai suoi tanto silenzio.
Mio cugino ha parlato stasera.
 Mi ha chiesto
se salivo con lui;
 dalla vetta si scorge
nelle notti serene
 il riflesso del faro
lontano, di Torino.
"Tu che abiti a Torino..."
mi ha detto "... ma hai ragione.
 La vita va vissuta
lontano dal paese; si profitta e si gode
e poi, quando si torna,
come me a quarant'anni,
si trova tutto nuovo.
Le Langhe non si perdono".
Tutto questo mi ha detto
 e non parla italiano,
ma adopera lento il dialetto,
che, come le pietre
di questo stesso colle,
 è scabro tanto
che vent'anni di idiomi
e di oceani diversi
non gliel'hanno scalfito.
 E cammina per l'erta
con lo sguardo raccolto che ho visto,
bambino,
usare ai contadini un poco stanchi.
Vent'anni è stato in giro per il mondo.


Se n'andò ch'io ero ancora
 un bambino portato da donne
e lo dissero morto.
Sentii poi parlarne
da donne, come in favola,
 talvolta;
ma gli uomini, più gravi,
lo scordarono.
Un inverno a mio padre
già morto arrivò un cartoncino
con un gran francobollo
verdastro di navi in un porto
e auguri di buona vendemmia.
Fu un grande stupore,
ma il bambino cresciuto
spiegò avidamente
che il biglietto veniva da un'isola
detta Tasmania
circondata da un mare più azzurro,
feroce di squali,
nel Pacifico, a sud dell'Australia.
 E aggiunse che certo
il cugino pescava le perle.
E staccò il francobollo.
Tutti diedero un loro parere,
ma tutti conclusero
che, se non era morto,
 morirebbe.
Poi scordarono tutti
e passò molto tempo.
Oh da quando ho giocato
 ai pirati malesi,
quanto tempo è trascorso.
E dall'ultima volta
che son sceso a bagnarmi
in un punto mortale
e ho inseguito un compagno di giochi
su un albero
spaccandone i bei rami
e ho rotta la testa
a un rivale e sono stato picchiato,
quanta vita è trascorsa.
Altri giorni, altri giochi,
altri squassi del sangue
dinanzi a rivali
più elusivi:
 i pensieri e i sogni.
La città mi ha insegnato
 infinite paure:
una folla, una strada
 mi han fatto tremare,
un pensiero talvolta,
 spiato su un viso.
Sento ancora negli occhi
la luce beffarda
dei lampioni a migliaia
 sul gran scalpiccio.
Mio cugino è tornato,
finita la guerra,
gigantesco, tra i pochi.
 E aveva denaro.
I parenti dicevano piano:
"Fra un anno, a dir molto,
se li è mangiati tutti e torna in giro.
I disperati muoiono così ".
Mio cugino ha una faccia recisa.


Comprò un pianterreno
nel paese e ci fece riuscire un garage di cemento
con dinanzi fiammante la pila per dar la benzina
e sul ponte ben grossa alla curva una targa-reclame.
poi ci mise un meccanico dentro a ricevere i soldi
e lui girò tutte le Langhe fumando.
S'era intanto sposato, in paese. Pigliò una ragazza
esile e bionda come le straniere
che aveva certo un giorno incontrato nel mondo.
Ma uscì ancora da solo. Vestito di bianco,
con le mani alla schiena e il volto abbronzato,
al mattino batteva le fiere e con aria sorniona
contrattava i cavalli. Spiegò poi a me,
quando fallì il disegno, che il suo piano
era stato di togliere tutte le bestie alla valle
e obbligare la gente a comprargli i motori.
"Ma la bestia" diceva "più grossa di tutte,
sono stato io a pensarlo. Dovevo sapere
che qui buoi e persone son tutta una razza".
Camminiamo da più di mezz'ora. La vetta è vicina,
sempre aumenta d'intorno il frusciare e il fischiare del vento.
Mio cugino si ferma d'un tratto e si volge: "Quest'anno
scrivo sul manifesto: - Santo Stefano
è sempre stato il primo nelle feste
della valle del Belbo - e che la dicano
quei di Canelli". Poi riprende l'erta.
Un profumo di terra e di vento ci avvolge nel buio,
qualche lume in distanza: cascine, automobili
che si sentono appena; e io penso alla forza
che mi ha reso quest'uomo, strappandolo al mare,
alle terre lontane, al silenzio che dura.
Mio cugino non parla dei viaggi compiuti.
Dice asciutto che è stato in quel luogo e in quell'altro
e pensa ai suoi motori.
Solo un sogno
gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta,
da fuochista su un legno olandese da pesca, il Cetaceo,
e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole,
ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue
e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia.
Me ne accenna talvolta.
Ma quando gli dico
ch'egli è tra i fortunati che han visto l'aurora
sulle isole più belle della terra,
al ricordo sorride e risponde che il sole
si levava che il giorno era vecchio per loro.

 
 
 
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Lo splendore dell'amicizia
non è la mano tesa
né il sorriso gentile
né la gioia della compagnia:
è l'ispirazione spirituale
quando scopriamo
che qualcuno crede in noi
ed è disposto a fidarsi di noi

Credo nel tuo sguardo,
specchio della tua onestà.
Credo nella tua mano,
sempre tesa per dare.
Credo nel tuo abbraccio,
accoglienza sincera del tuo cuore.
Credo nella tua parola,
espressione di quel che ami e speri.
Credo in te, amico,
così semplicemente,
nell’eloquenza del silenzio”.
Credo nel tu sorriso.

 

 

L’amicizia ,
è una parola
 molto importante
ed è anche
un sentimento bellissimo..

Si può essere amici
 anche se di diverso colore,
di diversa lingua o religione.

Tutte le persone al mondo
hanno bisogno
di un amico,
di un amico sincero.
Un amico con cui dividere
gioie e dolori.

Io credo,
che un giorno
 il mondo cambierà
E finalmente l’amicizia
 per sempre trionferà.

Valentina classe  IV  B)

 

 

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