Creato da nahan il 17/12/2008
Gonna find my way to heaven, `cause I did my time in hell... (Keith Richards)
 

 

Di libri e librerie

Post n°140 pubblicato il 16 Aprile 2020 da nahan
 


Pavese pone in rilievo il tema della libertà, dello svincolarsi della necessità, dell'oziare e trovarsi nel nulla, con la coscienza costretta a prendere atto della propria condizione, del proprio passato... (da una recensione di Antonio Saccà)

 

Togli "Pavese" e metti "quarantena" e di colpo scopri che il pensiero di questi giorni è stato altrettanto considerato e scritto tempo fa. È il bello del leggere... pur in solitudine non sei mai solo.

 
 
 

Mauve con striature di grigio (blogger piece)

Post n°139 pubblicato il 29 Dicembre 2019 da nahan

 

 

-       Bentornata, Miss Odile, ricamatrice di pensieri!

-       È gentile, Nahan ma il maestro è lei.

-       E cosa insegnerei, di grazia? No, mia cara, si tenga i complimenti meritati!

-       Va beh, se proprio insiste me li tengo così potrò fare a meno di una porzione di dolce a tarda sera.

-       Ma no! Si mangi pure il dolce!

-       Le confesso che il dolce è funzionale a riempire vuoti...

-       Edulcoro un ferino “no comment” con un etereo auspicio: che il “sostituire” diventi complemento!

-       Un miscuglio di deliziosi turbamenti,dunque.

-       E quale contesto migliore in questo bigio autunnale?

-       L'autunno mi si addice e ancor più l'inverno...del resto una donna semplice non chiede nulla di più della poesia delle piccole cose che provano a ricomporsi sotto il suo sguardo severo (quest'ultimo pensiero richiede uno sforzo d'interpretazione anche per me).

-       Leggo quello che scrive esattamente come guardo il centrino ricamato: e il vecchio comò si permea di un autunno d’antichità! E il capire è respiro.

-       Mi assimila a donna d'antan?

-       La considero una donna che sa condurre in altri tempi...

 

Odile, pseudonimo, tra i suoi innumerevoli, di un'adorata, capacissima blogger amica...

 
 
 

Chiamiamole taciute complicità

Post n°138 pubblicato il 21 Dicembre 2019 da nahan
 
Tag: poesie

 

 

Quale miglior legame

il comprendersi tacendo

difesi nelle intime ansie

di custoditi segreti.

 

Intuiti e taciuti

resteranno sempre tali.


Se esistono modi diversi di amare

questo è certo il più profondo.

 

E in sostanza l'unico che conosco.

 

 
 
 

Di blog perduti...

Post n°137 pubblicato il 27 Settembre 2019 da nahan
 

 

Carissimi, 

come state?

Qui si sta come le foglie sugli alberi autunnali.

Scusate la citazione ma non sapevo proprio come partire.

Ho mille cose da dirvi e questo troppo ne intoppa il fluire.

Vi ho rivisto spesso in questi ultimi tempi ed ogni volta era un frastornato trattenere lo slancio verso di voi.

L'emozione sincera della gratitudine frenata dalla pragmatica inquietudine dello scrupolo.

Di quanto sia vitale il vostro fare. Quanto voi mi siate necessari.

 

Ci si chiede cos'è l'arte? Ed io meglio non so che parafrasare, forse Dostoevskij: "...è tutto ciò che, con pensieri, gesti, colori, suoni, parole crea l'emozione condivisa!".

Un linguaggio.

Comunicare.

Ci si sente meno soli nell'appartenenza del capirsi.

 

 
 
 

Carestie

Post n°136 pubblicato il 25 Giugno 2019 da nahan
 
Tag: poesie

 

Sento come te energia nel nostro stare 
Sento quando mi senti titubante 
Sento il battito sincrono 
Sento con fastidio l'asincrono… 


Mi muovo in modo innaturale, io l'ottimista, da quando non so più fidarmi 
Sto all'erta, e non mi piaccio più 
Una lettera arrabbiata con me stesso 
mai scritta 
mi ha ferito ancora 

di ricordi e scelte 
sicure 
pesanti 

con spalle forti 

E piccoli frutti che interrompono l'equilibrio 
E piccoli furti che evidenziano il precario 

Nessuno sguardo nutre per la vita 
ma di piccoli sguardi si nutre la vita 

e come nella savana 
leonesse non nutrono cuccioli 

io leone muoio per non nutrirmi

 
 
 

Su certi amori rabbiosi…

Post n°135 pubblicato il 24 Febbraio 2019 da nahan
 
Tag: poesie

 

Non hai avuto cura per me

sicché neppure io di te

Paradosso

di un’istintiva incapacità

nel rassegnarsi ad essere

sia il farmaco che la malattia

 
 
 

Di certe amicizie...

Post n°134 pubblicato il 18 Febbraio 2015 da nahan
 

 

(post riciclato)

 

Il cancello di casa gli si aprì a tre famiglie. Senza contare gli zii non sposati e quindi poco più che teppistelli.

Fu uno di loro, al solito, a portarlo a casa.

Diventò quanto quel batuffolo zampettare plantigrado indicava: ad un anno era ormai quello che sarebbe sempre stato: fratello a quel Buck di Jack London, una irsuta selvatica livrea bruna bruciata dal grigio disegnava 50 chili di cane alla forma di un solido terranova vestito a malamute.

Iniziò il cucciolo curiosare. Agli ovvi incidenti di percorso del crescere tra galline e conigli rimediò la pedagogia del nonno. Pur lontanissimo dal sapere montessoriano, erudì alla sua crescita e l’immagine di quel gigante che ostenta menefreghismo al becchettargli intorno, fu il risultato di quei dolenti metodi di efficace.

Dell’interessarsi ai gatti conseguiva solo scorno. Non gli riusciva di annusarne. Svelti come tali, lo snobbavano annoiati, guardandolo con sufficienza dall’alto di un albero o di un alto davanzale. Finchè, satanico di felicità, gli riuscì lo stringere all’angolo l'allora sprovveduto Saltapicchio, un macilento gattino capitato da noi qualche giorno prima a rinforzare la già nutrita colonia felina.

Imparò che non a caso le linee che descrivono quella razza sono quelle del leone, di cui il coraggio: pur terrorizzato da quel faccione ghignante d'annuso, inarcoso, il micino sfoderò le unghiette e lo fornì di un occhio blu da pus e di due settimane di pensiero al perder l'occhio (furono i giorni di un suo circolare sussiegoso, dichiarando a tutti quelli che incontrava pienamente soddisfatta la sua curiosità sui gatti).

Che fibra di cane.

Il nonno allevava conigli e quindi li adorava e quindi li macellava con la perizia delle tantissime volte. Per misteriosissimi motivi che si  è portato con se, pover’uomo, stendeva il macabro vello a seccare al sole.  Forse vendeva le pelli, non so, non ne ho idea. Resta che l’affamato la giurò leccornia e se la mangiò dando il via ad una terribile e letale occlusione intestinale.

Non si chiamava il veterinario allora per un cane. Un cane era, per quanto amato, un cane. Forse per i rimedi fattucchieri di antichi saperi della nonna ma, credo meglio, per la sua mastodontica vitalità, sta di fatto che dopo un paio di giorni allibiti digerì il tutto e si presentò ciondolante ma allegro ancora ai nostri giochi.

Non ci giocavo più di altri e chiunque lo accudiva ma per quelle strane alchimie della vita e, forse più, per quel modo simile al mio di crescere, per tutti diventò, senza dirlo, il mio cane.

Significava essere responsabile delle sue malefatte.

Amava il calcio ma non mi fu mai possibile inculcargli le regole e le nostre partite finivano sempre con il pallone sgonfio di azzanno: memorabile quando, durante una partita di prima squadra del paese, terrorizzò l’arbitro e sbranò il pallone tra stupore e ilarità degli astanti. Al calcio in culo che gli rifilò lo zio seguì immediato un mio stop al riso divertito e il pensiero: oggi è il caso torni a casa più tardi!

Alle ire del punire fuggivamo divergendo.

Mentre io scalavo scoiattolo i rami alti del possente albicocco a guardar negli occhi i piani alti della casa (dove incontravo il sorriso divertito della sorellina incredula al pensare che quel fratellone matto volesse entrare senza usare le scale), lui fuggiva ingenuo nell’unico luogo che sapeva rifugio, la sua cuccia, e dove veniva immancabilmente raggiunto dalla personalissima e manesca giustizia del nonno dispensatore. Al seguente silenzio di quel latrare, sia di paura che di dolore, lo raggiungevo e il mesto dell’incatenato si trasformava in allegria dello scodinzolo al nonostante tutto, nel vedermi. E, di contro, nel dolente del “quando toccava me”, lo vedevo arrivare contrito e sincero nel dirmi quanto gli sarebbe stato meglio il prenderle lui al posto mio.

Proteggeva tutti gli esseri viventi della nostra tribù, uomini o bestie ed era micidiale di dolcezza con i piccoli.

Non morse mai nessuna persona. Bastava il vederlo.

Lola, una cucciolotta di pastore tedesco, (ennesima refurtiva istintiva dello zio cleptomane di cinofilo) durante una delle allegre passeggiate organizzate dallo stesso, si intrufolò curiosa dove non doveva e si prese un morso dal tignoso bassotto padrone di casa… il caì spaventato della piccola scatenò il bestione che ridusse a sangue il povero malcapitato (stavolta le rogne furono dello zio).

L’occasionale permesso a partecipare ai pranzi o alle “soiree” nella grande sala durante le Grandi Feste Comandate ostinava di convinzione un suo erroneo pensiero all'essere gradito pure nelle cucine. Era scenetta frequente vederlo esplodersi fuori dalla casa mentre il grosso mestolo di rame gli rimbalzava sul groppone. Lesto l’affiancarlo, inseguito ora io dal: lega quel cane!

Era anche un buon attore ma con poca cura al costume del travestirsi, sicchè, col faccione appoggiato a terra che usciva dalla cuccia, pur vestendo lo sguardo da pesce lesso  veniva smascherato dalle piume ancora appiccicate sugli angoli della bocca: un comico non sufficiente a calmare l'ira delle persone al cancello che mostravano l'oca sbranata.

Quel cancello, scordato aperto alle sue fughe, era viatico all’arrivo dei resoconti sorridenti degli amici: aie devastate con la maleducazione del tanto non è roba mia, contadini infuriati, risse tra cani…

Gli fece qualche ripetizione il nonno e riuscì a passar l’anno con una sufficienza stiracchiata.

Le litanie dei suoi guai snocciolatemi rabbiose quando tornavo si sommavano ai rimproveri dei miei per i miei.

Mia madre ci battezzò fratelli mentre mi curava lo zigomo devastato dalla rituale rissa  partita con gli "odiati" simili del paese accanto:  non so chi è il peggiore tra voi due,  te o il cane! e zittiva con un'occhiataccia mio padre e lo zio che, silenziosi e severi, nascondevano l'animo perplesso ad un sorridente orgoglio.

Gli parlo: tu credi davvero che sia sempre un gioco? credi davvero funzioni così? fai quello che ti passa per la testa, ti prendi le tue legnate e fine? e via che si ricomincia?

Mi rispose con l'entusiasmo del "certo che si!" balzandomi al volto per leccarmi e contemporaneamente sbilanciarmi al trascinarlo.

Lottare con lui era gioia muscolare e non certo posa. Certe battaglie strepite sotto gli occhi sbigottiti delle donne atterrite dal latrare zannuto. Capitava che nella foga dell’istinto mi fosse dentata involontaria e allora, contrito e di immediato stop, si lasciava atterrare: era il suo modo per chiedermi scusa. Scuse di cui non ne sentivo certo il bisogno ma non glielo dissi mai: era il mio unico modo per batterlo e i sui morsi mi erano spaventosi solo d’innocuo.

Si, la pensavo come lui.

In sostanza la nostra comune filosofia era il circumnavigare il cerbero del nonno, incontrarsi sulla quella circonferenza e galoppare via insieme sulle rette divergenti del combinarne.

E certe sere stanche, sul prato dietro l’orto, steso a mangiar frutta mi appoggiavo alla sua schiena cuscino e ascoltavo un raccontare silenzioso mentre si leccava i piccoli sbreghi degli scontri con altri molossi, rincretiniti come lui dagli odori delle cagnette. Ed io pure. E pura poesia era il vederlo avvicinarsi al nonno nemico, sul cui viso da sigaro era ospite raro il sorriso, e godersi i buffetti di quelle mani callute. Una scena che rinforzava la mia certezza: sempre e in ogni caso esiste una via d'uscita che porta al sereno.

 

Purtroppo grande grosso e coglione è sincero motteggio al dipingere l’ingenuo di certi eccezionali.

Lui, tonto altezzoso di potenza che annulla l’imparare, l’altro, il nonno, ottuso di abitudine micidiale che derogò solo all’appendere più in alto il pellame dell’ennesimo coniglio macellato per la domenicale polenta. Ma la mia tigre non era colosso per modo di dire e i due metri a quel velenoso appeso non gli furono certo ostacolo, perenne affamato.

Stavolta non ce la fece.

Dopo una pesante agonia d’occhi da sangue e una sentenza d'impotenza si chiamò lo zio col fucile.

Un doloroso gonfiare il petto a uomo forgiava la mia nuova voce.

Lo faccio io!

Nessuno ebbe niente da ridire, avevo già sparato e, del resto, era il mio cane.

Con lo sguardo franco mi si spiegò il dove e come, fermo, che non fosse errore al far soffrire ancorpiù.

Sorrisi, certo non visto, a quello sguardo spento. Ma so che mi sentì.

E fu un rimbombo da tuono.

Le donne, affaccendate in casa, illusero lo sguardo alle finestre ma il terso di un nessun temporale le chinò silenti al proseguo delle faccende, mentre un magone ladro rubò a mia madre la dolcezza del non poter mai più pensarmi bambino.

 

Tom.

Il mio buon Tom.

Figlio di una lupa innamorata di un orso.

Aveva poco più di due anni.

Avevamo la stessa età

 

 
 
 

Grigi edifici e marciapiedi

Post n°133 pubblicato il 25 Dicembre 2014 da nahan

 

 

...involucri di sentimenti comuni

e di certi arrivi amanti

dolci nel porsi al deciso darsi

sorridiamo allo scordato perchè di tanto amore

di cosa ti amavo?

Le periferie son tutte uguali...

 
 
 

Senza nessun idea di senso di colpa neanche la morale è senza confronto!

Post n°131 pubblicato il 12 Dicembre 2014 da nahan
 

 


Sconveniente, lo ammetto, scrivere senza tempo ma più ancora il non partecipare. Quindi una lirica azzardata e forse poco consona è tutto ciò che schivo scrivo sperando nella clemenza.

(traduzione: sono di corsa e, neanche un gran poeta, mi vergogno di ciò che scrivo ma mi preme il contatto)

 

Musa che asciughi anime di fredda solitudine

a chi cerca passioni

il solo pensarti scalda

povero schiavo

nell’annegar dai sogni


(traduzione: avrei davvero bisogno di chi mi passi un soffice e caldo... sensuale accappatoio)

 

Un'urgenza interiore mi costringe al declamo

ma altro non so dir che di grigiori

che del pensar di te trovan rischiaro

 

(traduzione: sono a pezzi e mi salva solo l'immaginar delizie)

 

Si perdoni quindi l'umile ardire

prostro servitore

al tuo comando pronto

 

(traduzione: beh, io ci provo, hai visto mai…)

 

e si accetti anelito a missiva

l’estemporaneo osare.

 

(traduzione: dire e far cazzate è tipico degli scombussolati dall’esigenza)

(traduzione al tutto: cosa non si farebbe per un liberatorio amplesso)

 
 
 

Febbri estive

Post n°130 pubblicato il 13 Maggio 2014 da nahan
 
Tag: poesie

 

La lama dell’errore

devasta le carni del pensiero

frantuma scudi di anime sgomente

e allontana stelle

 

sono tuo simile

un ghepardo ferito

che frustrato azzanni 

col tuo non capire

 

che ignobile falsità

la sconfitta del clemente

 

costretto a ceder passo

alla logica imperatrice

del severo vivere

senza sogni

 
 
 

Infantili malizie

Post n°126 pubblicato il 13 Giugno 2013 da nahan

 

 

Lungo i bordi di placide malinconie

sostano i vecchi leoni

a caccia di giovani apparenze.

 

Senza tentar di essere

liberi dal tanto aver fatto

sorridono senza suoni.

 

Note di una musica

che rivela il compiersi

dell’armonia cercata.

 
 
 

Mancanze

Post n°124 pubblicato il 13 Maggio 2013 da nahan
 
Tag: poesie

Lontano dagli ovvi necessari 
di struggente quotidiano
sei nel mio sguardo d'attimo
a panorami e valli 

nei giardini delle anime nascoste

custoditi e mai toccati
eterei frutti celano
un grossolano auspicio
di dita che sfiorino la pelle

 

 

 

 

 
 
 

La siepe

Post n°123 pubblicato il 06 Maggio 2013 da nahan
 

 

 

La siepe vicino casa. Separa la strada dalla china della collina.

Mi siedo spesso qui dietro, nascosto, quando voglio starmene un po’ per i fatti miei.

Dal declivio i pensieri spaziano a teorie di poggi. E laggiù, un riflesso sottile. Il mare.

Eppure, non so perché, ma lì ho sempre la sensazione di non essere solo. 

 

Un illustratore.

Quando può copia dal vero.

Gli occhi seguono le linee… i colori sono il toccare.

Accarezza il fiore bianco, lieve.

E lo coglie.

Biancospino è una fanciulla sorpresa dal palpito al leggero tocco.

E sussulto al pizzico di quello svellere.

E impercettibile linfa sullo stelo senza fiore.

Ed è goccia mielosa, appesa, nello slancio di quella non caduta.

Brilla.

 

Il vecchio pioppo:   Scostumata!

Biancospino:          Non ho fatto apposta!

Il vecchio pioppo:   Un po’ di ritegno! Ma guarda ‘sta gioventù! Dove andremo a finire, dico  io!

L’acacia:               E lasciala in pace! Vecchio brontolone rinsecchito come un sentimento senza speranza. Venisse il marito della signora… sopporterei perfino quel rumore infernale mentre fa di te legna da ardere.

Il vecchio pioppo:   Ma senti che discorsi.

Biancospino:          Davvero, non ho fatto apposta! Che mi succede?

L’acacia:                Non ti preoccupare, cara, è solo un po’ di primavera. 

L’alloro:                 Capita anche a me quando mi colgono le foglie!

L’ortica:                 Anche a me mi guarda strano, la vecchia contadina…

Il sambuco:            Preparati, stai per diventare ripieno per ravioli! 

L’ortica:                 Ripieno per che?! È orribile… mi difenderò! 

Il sambuco:            Come se la signora non conoscesse il segreto per coglierti senza scottarsi. Basta

                               solo…

Il fico:                     Zitto! Se è un segreto, che lo resti!

I giovani noci:        Che succede lassù?

Il sambuco:            Biancospino è in calore!

I giovani noci:        Ma dai! Hey, dolcezza, allungati da questa parte!

L’acacia:                Non li ascoltare quei giovinastri… sono solo ragazzacci, scherzano. Smettetela,

                                voi!

 

Più in là il prato sbiancheggia di risolini. Sono le margherite. Ridacchiano tra loro, comari al pettegolezzo. Ascoltano senza mai partecipare... sono delle ochette. E quando capita di chieder loro qualcosa, si guardano stupite:  "chi è questo?" "che vuole?" E ti fan sentire un fesso. Vabbè che del resto, se uno parla con le margherite, è dura accampar pretesa di essere considerato altro... A meno che Margherita non sia la vecchia compagna di banco con la quale, fanciullo teso al curiosare... ah, al solito, sto divagando...

... no, dicevo, non mi sento mai solo quando mi siedo all'ombra di quella siepe.

Vabbè!

Buona Primavera, signori!

 

 

L’ortica:                 Cosa sono i ravioli?

 

 

 
 
 

Spiragli nel plumbeo

Post n°122 pubblicato il 05 Maggio 2013 da nahan
 

Il gruppo di amici nella hall si dispone.

Sono coppie.

I visi ardiscono alla maschera serena di vacanza che sfratta gli attriti e i pensieri dell’anno.

Dal gruppo, l’elegante austero della alta signora si stacca per la reception.

 

 

È molto lontano il centro da qui?

Sorrisi accennati che cercano occhi.
No, sono pochi minuti!

Da dietro il bancone del bureau... 

Quindi consiglia a piedi?

...pratico ed efficiente il portiere le mostra una piantina
Certamente, sarà una passeggiata piacevole con questo tempo.

Mentre spiega e traccia a penna, posiziona sopra la mappa 

 un foglietto per appunti..
…quindi dopo la salita svoltate a sinistra…

…e con la maestria tipica del personale addetto all’accoglienza,

impassibile senza che nessun altro se ne accorga, scrive qualcosa

… e vi ritroverete in piazza...

Gira il biglietto verso di lei...

Vedrà, sarà più semplice a farsi che a dirsi.

...la calligrafia è chiara e decisa: Sei sempre bellissima!

…mi creda!

 Lei è immobile al tradirsi del sussulto interno

Posso prenderla... questa piantina?

Le dita si avvicinano: al leggerissimo sfioro si cristallizza l’eternità

dell’attimo, il ricordo viola il tempo e deflagra. 

Certamente!

Tutto il detto, il loro ridere, quel capirsi.

E stato davvero molto gentile, grazie!

Nella borsetta il biglietto e l’ansia: 

Di nulla. Buona giornata

Che sia!

 

 
 
 

Ai nick da blog

Post n°120 pubblicato il 06 Marzo 2013 da nahan
 

(lettera aperta)

 

Beh, cara penna da blog, che dire... il rileggermi in effetti la dice lunga sulla mia igiene mentale.
Niente di particolare, solo un improbabile modo per dirti che mi fa sempre piacere sapere come stai e che stai facendo.
Ricordi quando ti dissi che scrivevo per terapia?
Beh, la cura sta facendo effetto e faccio i conti, ora lucido, con ciò che mi rimane.
Non so chi sei in realtà ma resta che gli stimoli che mi hai dato finora sono stati... propedeutici a questo percorso.
E la mia formazione culturale, o di vita, che di fatto mi àncora ad una sorta di latente, hem... lasciamelo dire, monogamia intellettuale mi obbliga man mano ad affezionarmi sempre più a te.
Resta quindi che mi sei cara, ripeto, chiunque tu sia.
Un caro senza odori di nessuna ricerca di fisicità che credo, pragmatici in fondo sia tu che io, ci siano mai stati reale necessità in questo contesto.
Se mi risponderai, pur nello scontroso del laconico o nell’eleganza della forma che non nasconde la deriva ironica (che, detto per inciso, adoro), fa che traspaia il tuo sorriso al pensarmi.
E mi sarà tesoro, necessario, in questa contabilità da disavanzi.

Nahan.

 
 
 
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Tutte le immagini sul mio blog sono state prese da blog o siti appositi di grafica dove c’è il permesso di copiare mantenendo la firma o chieste ai rispettivi proprietari. Se per caso le immagini qui presenti non fossero state richieste alla al giusto titolare/creatore, mi scuso ed in tal caso su richiesta le eliminerò, dopo una prova di autenticità del materiale in questione

 

En las orillas del duero


La lotta che si combatte nell’animo umano e che sfugge talvolta alla realtà è ben espressa nell’immagine del visionario “artefice di spettri”

Pensava d’essere ozioso
nelle sue prigioni anguste
e mai ha potuto esserlo
colui che, fermo sulla breccia,
in lotta disperata
contro se stesso combatte.

Pensavano che fosse solo,
e mai lo fu
l’artefice di spettri
che vede sempre nella realtà
il falso, e nelle sue visioni
l’immagine della verità.

Pablo Neruda

 

AD ALCUNI PIACE LA POESIA

Ad alcuni -
cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
Senza contare le scuole, dove è un obbligo,
e i poeti stessi,
ce ne saranno forse due su mille.


Piace -
ma piace anche la pasta in brodo,
piacciono i complimenti e il colore azzurro,
piace una vecchia sciarpa,
piace averla vinta,
piace accarezzare un cane.


La poesia -
ma cos'è mai la poesia?
Più d'una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
Come alla salvezza di un corrimano.

Wislawa Szymborska