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Nugae

Bisogna continuamente ricominciare dalla fine

 

 

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Post N° 88

Post n°88 pubblicato il 23 Settembre 2007 da leitraot
 

                                                   



Non leggo mai un libro due volte, ce ne sono troppi di cui non conosco neppure l’esistenza per potermi concedere il lusso di bissare quelli già incrociati, ma “Pagano”, ha ragione la Mazzucato in postfazione, è un’eccezione e non può non esserlo nel senso etimologico del termine, perché esclude e si esclude volontariamente, ha fame di limiti e ne impone, dichiarandosi estraneo al mainstream e alla bugia che ci vuole “italiani”.
Franchi sceglie di chiamarsi fuori e spiega la sua distanza dalla mediocrità del nostro tempo, che fotografa con rancore, delusione, frustrazione e grande onestà, mediante quella narrazione in prima persona che avevamo già riscontrato in “Disorder” e che qui ritroviamo più trasparente, spogliata dell’intermediazione dell’alter ego Guido Orsini, “satira caustica di tutto quel che è, lirica talvolta o altrimenti livida”. Orfana di trame e invenzioni, ma densa di una rara consapevolezza della realtà, che fonda le proprie radici nello studio critico della storia, delle sue menzogne e delle sue contraddizioni.
 
L’autore scrive di sé, delle aspettative tradite, dei sogni infranti, dell’impossibilità di riconoscersi in quella che gli altri vivono come patria, dell’estraneità agli squallidi giochi di potere, del bisogno di punti fermi e dello smarrimento di chi “ha sempre creduto che la strada giusta fosse a Destra, salvo accorgersi che s’era voltato un attimo e quella strada s’era interrata e d’un tratto era diventato obbligatorio tirare dritto, con lo sguardo a Sinistra”.
 
Mette a nudo sé stesso e riesce ad offrire un quadro perfetto del proprio contesto generazionale, passando dal personale al generale, “dal particulare all’universale” e c’è una tale purezza nel modo in cui manifesta il suo sentire scrivendo, che sconvolge e lascia ammirati. Perchè al di là del coraggio di chiamare per nome i propri nemici e di puntargli contro parole di fuoco, è dire di sé, nei toni che usa, a richiedere la fatica maggiore.
 
Oltre l’invettiva antiamericana, oltre il livore per la mortificante politica aziendale di Berlusconi, oltre l’incredulità nei confronti della favola tricolore, oltre l’impotenza del lavoratore privato dei più elementari diritti, Pagano, infatti, è chiave d’accesso al Franchi uomo prima ancora che scrittore. È ponte verso quell’ “isola che non si lascia popolare” e difende la propria libertà rivendicando propensione all’inadempienza e vocazione all’autoeliminazione.
“Ribelle al passato, scontroso al presente”, l’autore “scrive per nutrire e alimentare le minoranze”. Rinuncia ad un romanzo da costruire per metafore e trasfigurazioni, preferendo concentrarsi sulla realtà che percepisce come concetto non condiviso. Smaschera l’inganno della nostra Repubblica, nata “dai morti, dal sangue e dalla speranza”. Sottolinea gli errori di quella che definisce “la crema dei sessantottini”, rei di aver riportato la condizione dei lavoratori agli standard dell’Ancient Regime. Auspica la fine dell’America, in particolare della sua tirannia e cammina per il proprio quartiere-isola Monteverde, idealmente a fianco dei citati Hamsun e Walser, nella speranza che la storia non si ripeta e, tuttavia, conscio che “certe certezze e certe sicurezze sono finite per sempre, e che sono stati i nostri genitori e i nostri nonni a levarcele”.
 
Non si nasconde, Franchi, anzi ricorda, osserva e denuncia. “Non scrive niente di comodo. Scrive la sua verità. Testimonianza impopolare”. E dichiara appartenenze, riconoscendosi anarchico di destra, letterato infelice indisposto a vendere la propria intelligenza. Ma soprattutto romano, nostalgico dello splendore dell’antica Roma imperiale, sua unica patria, perché “l’Italia non esiste: è esistita, Eterna, soltanto Roma”.
In Roma crede, come crede nelle arti e nella loro capacità di cambiare l’anima delle persone ed invoca la Letteratura in qualità di madre, affinché lo liberi dalla schiavitù di un presente tanto umiliante da negargli la possibilità di essere padrone del suo futuro, e restituisca prospettiva, equilibrio, ruolo e adesione al proprio tempo.
Perché, è evidente in ciascuno dei trentanove capitoli, in special modo nell’emblematica scena della cena finale, chiaro omaggio al noto bestiario di Orwell de “La fattoria degli animali”: Franchi è “un genio a sopravviversi. Ma sta barando. Sta barando da un pezzo” e comincia ad essere stanco di avere la percezione di parlar da solo, ha fame di quelle maiuscole che non riesce a ritrovare, “solitario canta padre, patria, Roma, Amore”. E non smette di non aver senso, ma grondare significati.
 
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Gianfranco Franchi (Trieste 1978), letterato mitteleuropeo. Ha pubblicato due “laboratori” di poesia: “L’imperfezione-opera III” (2002) e “Ombra della fontana” (2003). È stato coordinatore di due riviste letterarie indipendenti, “Ouverture” e “Der Wunderwagen” tra il 1997 e il 2003. Tra il 2003 e il 2006 è stato responsabile del portale di comunicazione e critica letteraria e dello spettacolo lankelot.com, dove ha scritto recensioni di libri, film e dischi e pubblicato racconti. Quindi ha rifondato il sito collettivizzato lankelot.eu.
Nel 2006 ha pubblicato la raccolta di racconti “Disorder. Unknown pleasures” (ed. Il Foglio).Vive a Monteverde Vecchio, Roma.
 
Gianfranco Franchi,“Pagano”, Piombino, Edizioni Il Foglio 2007.
Prefazione di Gordiano Lupi.
Postfazioni di Francesca Mazzucato e Patrick Karlsen.
 

 

 
 
 
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