Creato da Oceano_Irrazionale il 09/10/2006

Diario Flessibile

...la voce che cantava nella prua mentre Joshua filava al massimo della velocità: "Sono una buona barca, datemi vento e vi darò miglia... Datemi vento... Sono una buona barca..."

 

 

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Non lasciarmi morire...

Post n°395 pubblicato il 07 Giugno 2008 da Oceano_Irrazionale
 

La lingua di terra dove attraccano le barche del cantiere è un'isola di rifiuti. In passato doveva esserci la discarica di Amsterdam poi, a quanto ho capito, hanno riversato sui rifiuti sabbia e terra, creando una penisola che, prima del lago e delle isole sul North sea, serviva da base per le chiuse dell'alta marea. Ora è bellissimo, uno shipyard dopo l'altro pieni di barche, classiche e moderne, sporche e pulite, una gran varietà di tutto e di più... Una baldracca che dopo il lavoro si cambia le mutande senza fare il bidet! Ed è proprio così che al lavoro ho chiamato la loro terra, all'ennesima battuta sull'Italia e i suoi rifiuti napoletani. A parte questa piccola parentesi cinica, mi trovo benissimo, sia con i ragazzi che con il capo. Ora mi ha trasferito al reparto delle barche nuove e la fiducia riposta in me sembra aumentare di giorno in giorno, va tutto molto bene insomma, anche con Petra ed i ragazzi... Ma quella vocina continua a distrarmi...
"Non lasciarmi morire, sono una buona barca..." Mi sembra di rileggere le righe di Bernard Moitessier in "Capo Horn alla vela - 14.000 miglia senza scalo".
A volte davvero fatico a concentrarmi sul lavoro e una forza immane contrasta i muscoli del collo facendomi girare a guardarla, laggiù abbandonata a se stessa e agli agenti atmosferici.
Quando un uomo instaura un rapporto con la sua barca, tale da voler costituire un dialogo, ritengo debba prendere in considerazione l'idea di muoverla sulla scacchiera delle priorità e così, senza troppi giri di parole, mi sono intrufolato nella cabina della barca che, da più di un mese, cerco di acquistare. E' davvero in cattivo stato all'interno. Il vecchio proprietario ha vissuto nella barca in secca per gli ultimi due anni, abbandonandosi all'alcool. Ora credo sia in qualche "altrove" senza barca ne quattrini. Ho trovato le sue foto tra le mappe nautiche nel cassetto del tavolo da carteggio, gli armadi strabordano di abiti immondi, mentre la libreria è piena zeppa di libri olandesi sulla marineria e tattiche di navigazione; doveva essere un marinaio coi fiocchi, le rotte tracciate sulle mappe non lasciano spazio a dubbi. Pare fosse solito veleggiare dall'Olanda all'Inghilterra e quella del porto di Plymouth è una delle mappe più consumate, ciò significa che percorreva la Manica in quasi tutta la lunghezza.
La barca è piena di cicche di sigarette e bottiglie vuote di un pessimo vinaccio-tappo-a-vite, così l'odore di muffa e fumo freddo è atroce ma ho resistito per valutare bene lo stato dello scafo e dei mobili. A parte la puzza terribile, questo caos mi ricorda la cantina di mio nonno, con i bottiglioni di vino vuoti e le candele consumate nella contemplazione del vino. Ed è nel buio che l'intimità tra la barca e me prende forma. Osservo in silenzio ogni dettaglio e vedo il navigatore prima dell'alcolismo alle prese con le manovre di corda, alle vele, al tavolo da carteggio. E' quasi buio qui dentro, non sento quasi più l'odore, dovrei rimuovere i teli che la coprono, dovrei tornare a lavoro, non dovrei essere qui...
"Non lasciarmi morire, ti supplico, mettimi di nuovo nell'acqua, andremo dove vuoi tu ma non lasciarmi morire qui in secca, piuttosto affondami."
"No, non ti affonderò e non ti lascerò qui a morire d'abbandono, sporca come l'underground della penisola baldracca."
Contrariamente alla regola numero uno dei buoni affari ho messo fretta a tutti per concludere l'acquisto così la compagna del proprietario si è resa finalmente disponibile per consegnarmi le vele e la strumentazione di bordo. Ovviamente questo scherzetto mi è costato mille euro in più ma finalmente la barca non è più in stato d'abbandono. Quattromila euro per dieci metri di passione da restaurare in toto.
E' mia adesso ed io sono suo! Ma Lei ancora non lo sa. Voglio aspettare di avere la carta di proprietà per iniziare i lavori, per scattare le prime foto e per prometterle lunghe veleggiate altrove. Potrei anche venderla l'anno prossimo ma almeno non morirà sotto i miei occhi in questo cantiere navale, piena di muffa e cicche di tabacco. Forse potremmo navigare fino in Italia percorrendo il mare del Nord, la Manica, un pezzetto d'Atlantico ed il Mediterraneo. Si, sarebbe bello, forse si farà o forse non con Lei. Ora devo trovarle un nome, credo che in origine fosse Fortuna 2 ma non sono sicuro.
Eudore, figlia del titano Oceano e della titanide Teti, sorella dei tremila fiumi e delle tremila oceanine (2999 off course :-), nella mitologia greca significa la fonte che da buoni doni all'uomo ed è altresì il nome che vorrei dare alla barca. Ci penserò bene e sarà buffo vedere la sua faccia, finalmente al sole, quando glielo dirò...

 
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