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Un blog creato da Odeporica il 28/10/2010

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LA SIGNORA DELLE CAMELIE

Essere amato da una fanciulla casta, rivelarle per primo lo strano mistero dell'amore, è certamente una grande gioia, ma è anche la cosa più usuale del mondo. Impadronirsi di un cuore che non è abituato agli assalti, è come entrare in una città aperta, senza presidi. L'educazione, il senso del dovere e della famiglia, sono validissime sentinelle, ma non c'è sentinella abbastanza vigile che non possa essere ingannata da una fanciulla di sedici anni, alla quale, attraverso la voce dell'uomo amato, la natura dà quei primi consigli d'amore tanto più ardenti in quanto apparentemente puri.
Più la fanciulla crede nel bene, più facilmente si abbandona, se non all'amante, almeno all'amore, perchè, essendo senza diffidenza, è senza forza, e farsi amare da lei è un trionfo che ogni uomo di venticinque anni può ottenere tutte le volte che vuole.
Ma essere amato da una cortigiana è una vittoria molto più difficile. In loro, il corpo ha logorato l'anima, i sensi hanno guastato il cuore, la sregolatezza inaridito i sentimenti. Le parole che diciamo loro, le conoscono da tempo, il nostro comportamento, è cosa già nota, lo stesso amore che ispirano, l'hanno più volte venduto. Amano per mestiere, e non per trasporto. Sono difese meglio dai loro calcoli che una vergine dalla madre o dal convento: così hanno inventato la parola capriccio per quegli amori non venali che si concedono ogni tanto come riposo, come scusa o come consolazione; simili a quegli usurai che depredano mille persone, e che credono di riscattarsi prestando una volta venti franchi a un povero diavolo che muore di fame, senza interessi e senza ricevuta.
Poi, quando Dio permette l'amore a una cortigiana, quest'amore, che inizialmente sembra un perdono, diventa quasi sempre, per lei, un castigo. Non c'è assoluzione senza penitenza. Quando una creatura, che ha da rimproverarsi un intero passato, si sente improvvisamente presa da un amore profondo, sincero, irresistibile, di cui  non si sarebbe mai creduta capace; quando confessa questo amore, come la domina l'uomo amato! Come si sente forte del crudele diritto di dirle: "Non fate per amore più di quello che avete fatto per denaro". Allora non sanno più che prove dare. Hanno mentito tante volte che nessuno le crede più, e sono, in preda ai loro rimorsi, divorate dall'amore.
Da ciò derivano le grandi abnegazioni, gli austeri ritiri, di cui alcune hanno dato l'esempio.
Ma quando l'uomo che ispira quell'amore redentore ha l'anima abbastanza generosa per accettarlo dimenticando il passato, quando vi si abbandona, insomma quando ama, com'è amato! Esaurisce d'un tratto tutte le possibilità terrene di emozioni, e, dopo quell'amore, il suo cuore sarà chiuso a ogni altro.

 

I PILASTRI DELLA TERRA

Per tutta l'estate, Jack raccontò leggende ad Aliena.
S'incontravano la domenica, dapprima occasionalmente e poi con regolarità, nella radura accanto alla cascatella. Jack le narrava di Carlo Magno e dei suoi paladinim di Guglielmod'Orange e dei saraceni. Si lasciava assorbire completamente dalle vicende che raccontava. Ad Aliena piaceva osservare le espressioni mutevoli del suo volto. Jack s'indignava per le ingiustizie, inorridiva per i tradimenti, si esaltava per il valore d'un cavaliere e si commovueva fino alle lacrime per una morte eroica; e sapeva comunicare i suoi sentimenti, tanto che anche lei si sentiva toccata profondamente. Alcuni poemi erano troppo lunghi perchè fosse possibile recitarli in un pomeriggio; e quando doveva narrare una vicenda  a puntate s'interrompeva nel momento di maggiore tensione, e Aliena trascorreva la settimana chiedendosi che cosa sarebbe accaduto.

...

Era una giornata molto calda di fine agosto. Aliena portava i sandali e un abito di stoffa leggera. Nella foresta regnava un silenzio rotto soltanto dal canto della cascatella e dalla voce di Jack. La storia incominciava in modo convenzionale con la descrizione d'un prode cavaliere, possente in battaglia, armato di una spada incantata e impegnato in una missione difficile: recarsi in una lontana terra orientale per riportarne una vite produttrice di rubini. Tuttavia la vicenda si staccava ben presto dai modelli tradizionali. Il cavaliere veniva ucciso, e il protagonista diventava il suo scudiero, un dicassettenne coraggioso ma squattrinato, innamorato senza speranza della figlia del re, una bellissima principessa. Lo scudiero giurava di portare a termine la missione assegnata al suo signore, sebbene fosse giovane e inesperto e posseddesse soltanto un arco e un cavalluccio pezzato.

 

...

Alla fine il giovane portava in patria la vite che donava i rubini, tra lo sbalordimento della corte. «Ma  allo scudiero tutto ciò importava ben poco» disse Jack schioccando sprezzante le dita. «Non si curava di baroni e conti, e aveva a cuore una solo persona. Quella notte entrò furtivamente nella stanza della principessa eludendo le guardie con un'astuzia appresa nel viaggio in Oriente. E si accostò al letto, la guardò in volto.» Jack  lo disse fissando Aliena negli occhi. «La principessa si destò ma non ebbe paura, e lo scudiero le prese dolcemente la mano.» Jack mimò il gesto, e tenne tra le sue la mano di Aliena. Lei era ipnotizzata dall'intensità dello sguardo e dalla forza dell'amore del giovane scudiero; quasi non si accorse che Jack le aveva preso la mano. «Lo scudiero disse: "Ti amo teneramente" e la baciò sulle labbra.» Jack si tese e baciò Aliena, sfiorandole le labbra con tanta delicatezza che lei lo sentì appena. Accadde tutto in un attinmo, e subito la narrazione riprese. «La principessa si addormentò.» E Aliena si chiese: E' accaduto davvero, Jack mi ha baciata? Non riusciva a crederlo, eppure sentiva ancora il tocco della bocca sulla sua bocca. «L'indomani lo scudiero chiese al re se poteva sposare la principessa, quale ricompensa perchè aveva portato la vite gemmata.» Jack mi ha baciata senza riflettere, decise Aliena. Faceva parte della storia, e non si è neppure reso conto del suo gesto. Lo dimenticherò. «Il re rispose con un rifiuto e lo scudiero ne ebbe il cuore spezzato. I cortigiani risero. Quello stesso giorno il giovane lasciò il regno in groppa al suo cavalluccio ma giurò che sarebbe tornato e avrebbe sposato la bella principessa.» Jack s'interruppe e lasciò la mano di Aliena.
« E poi cosa accadde? » chiese lei.
« Non lo so » rispose Jack « Non ci ho ancora pensato. »

 

 

L'errore č meglio del nulla

Post n°4 pubblicato il 06 Novembre 2010 da Odeporica

 

 «La vita cos'è, Francois?»
«Non lo so. Ma a volte mi domando se non sia un palcoscenico dove ti buttano di prepotenza, e quando ti ci hanno buttato devi attraversarlo, e per attraversarlo ci sono tanti modi, quello dell'indiano, quello dell'americano, quello del vietcong...»
«E quando l'hai attraversato?»
«Quando l'hai attraversato, basta. Hai vissuto. Esci di scena e muori.»
«E se muori subito?»
«È lo stesso: il palcoscenico puoi attraversarlo più o meno alla svelta. Non conta il tempo che ci metti, conta il modo in cui lo attraversi. L'importante, quindi, è attraversarlo bene.»
«E cosa significa attraversarlo bene?»
«Significa non cadere nel buco del suggeritore. Significa battersi. Come un vietcong. Non lasciarsi sgozzare, non addormentarsi al sole, non paralizzarsi nella puntura, non chiacchierare e basta come fanno gli ipocriti e, tutto sommato, anche noi. Significa credere in qualcosa e battersi. Come un vietcong.»
«E se sbagli?»
«Pazienza. L'errore è sempre meglio del nulla.»

Oriana Fallaci - Niente e così sia

 
 
 

Metamorfosi inversa

Post n°3 pubblicato il 03 Novembre 2010 da Odeporica

 

"dieci anni, domani"
La tazza fumava insistente tra le mani fredde che la stringevano come a volerne assorbire tutto il calore. Un freddo interno faceva sussultare il suo corpo con brividi che le spezzavano il fiato. L'anima le si era gelata.
Ritornò con la mente a quella mattina ma non riusciva a focalizzare gli eventi, passavano solo flashback di frasi, urla, il fragore della ciotola di terracotta che aveva gettato a terra in un gesto di stizza istintivo. Era caduta come al rallentatore e i suoi occhi ne seguivano la discesa irrefrenabile e la imploravano di non rompersi mandando in frantumi lo splendido ricordo che serbava. Ma la ciotola era finita in terra ed ora era solo un mucchietto di cocci e schegge e i sassolini che conteneva erano sparsi ovunque. Una scheggia le aveva graffiato il viso. Come in trance si toccò con un dito la guancia, facendolo scorrere per la lunghezza di quel graffio che le si era impresso anche nell'anima. Il rumore della ciotola che andava in frantumi aveva smorzato le urla di rabbia. Aveva preso la borsa, la giacca, il portachiavi col girasole, mentre lui la guardava come se vedesse un fantasma e se n'era andata lasciando la porta spalancata e senza voltarsi. Sperava di essere inseguita, invece dietro di lei solo il rumore del niente, nessun passo a rincorrerla.
"dieci anni, senza un domani"
Seduta sulla poltrona era ipnotizzata dal fuoco che scoppiettava allegro nel camino. La tazza, ormai inerte, giaceva ancora piena sul tavolino di ferro battuto che era lì vicino. Accarezzava i cuscini coi disegni batik acquistati anni prima in un mercatino di Giava. Ovunque posava lo sguardo riaffioravano ricordi. Quella non era una semplice casa, era la loro casa, non come quella di rappresentanza in città, artificiosa e finta, che sembrava uscita da una rivista d'arredamento. Nella casetta sul lago regnava un tripudio di colori nella mescolanza armoniosa dei vari oggetti che l'arredavano. Profumava di vita.
*
Dieci anni prima.
Una corsa in un prato, inseguirsi felici e spensierati, ridere di niente assaporando i baci al gusto di more selvatiche. Poi il temporale, improvviso, incessante. E quella casa che sembrava chiamarli. Entrarono da una porta finestra aperta sul retro, accesero il camino e il fuoco esplose gioioso dalla legna ormai secca e asciutta dimenticata lì dentro da chissà quanto. Il resto fu poesia.
Erano giovani, squattrinati e pieni di sogni. Ogni volta che potevano si arrampicavano sulla radura dove c'era quella casetta poco distante dal lago. In un pomeriggio plumbeo vi trovarono una signora anziana dall'aria stanca, un furgoncino parcheggiato fuori e un ragazzotto grassoccio che aspettava gli scatoloni che la signora preparava. La salutarono cordialmente e lei come se li conoscesse da tempo gli spiegò che era vedova da tanto, che quella era stata la sua prima casa, ma che i figli, ormai con una vita propria e lontani da quei luoghi, non volevano saperne. Bastò un'occhiata e nacque un sorriso, accadeva sempre così, con uno sguardo si leggevano l'anima. Dopo una decina di giorni firmavano il contratto per acquistarla. Indossarono delle vecchie camicie a quadroni e dei jeans stinti e ridiedero vita a quel luogo intriso di amore. Si imbarcarono in quell'avventura appena laureati e crearono dal nulla il loro futuro.
*
La casa sul lago ormai era abbandonata da tanto, per essere più vicini ai loro uffici avevano un appartamento in centro. Lì non ci andavano quasi più. Quando c'era stata la metamorfosi? Ripercorreva con la mente gli ultimi anni di vita insieme. Appuntamenti di lavoro, sopralluoghi di lavoro, cene di lavoro, viaggi di lavoro. Lavoro e solo lavoro. Orari impossibili e diversi, nonostante l'impresa edile fosse di entrambi. Due architetti, la mente e il braccio, lei si occupava dei progetti e dei clienti, Giorgio seguiva i cantieri e i fornitori. Una vita separata a metà. Manuela gli rimproverava di non essere più lo stesso, lui le rimporverava di non avere mai tempo per stare insieme. Quando avevano cominciato ad allontanarsi? Possibile che la distanza fosse così abissale? Perchè non avevano impedito l'accadere degli eventi? Le domande giravano vorticosamente nella sua mente, si sentì ubriaca e vinta e si addormentò.
"dieci anni, dovremmo essere insieme adesso"
Si svegliò anchilosata e dolorante, aveva freddo e il fuoco si era spento. Il sole filtrava dalle finestre, illuminando e facendo scintillare il pulviscolo che era nell'aria. Regnava un'aria pesante che sapeva di chiuso. Manuela si tirò su di scatto e si avvicinò allo specchio. Rabbrividì guardando la sua immagine. Dov'era la ragazza coi riccioli ribelli e la faccia pulita? Aveva ancora indosso il suo tailler grigio, le scarpe coi tacchi e i capelli raccolti in uno chignon ormai disfatto. Il trucco si era sciolto e impietoso le era colato donando alla sua espressione un che di beffardo, il suo riflesso sembrava deriderla. Si diresse verso la camera da letto e infilò una tuta, spalancò le finestre e cominciò a pulire. Quando fu soddisfatta del risultato si spogliò ed entrò nella doccia lasciando che l'acqua bollente portasse via la stanchezza accumulata e lavasse via le lacrime che ancora incessanti venivano giù.
"dieci anni, un matrimonio, un pic-nic sui prati, una festa indimenticabile"
Infilò i jeans stinti e un maglioncino, prese un libro e un plaid e si diresse verso il lago. Era una giornata magnifica, il sole splendeva in cielo e lei lasciò i suoi capelli, ricci e ribelli, liberi di asciugarsi al vento. C'era ancora quel masso enorme e piatto, proprio sulla riva. Ricordi e ancora ricordi accompagnavano ogni suo gesto. Mise il plaid sul masso e vi si stese sopra facendosi carezzare dalla brezza. Lasciò anche che il sole colorasse le sue guance. Ripensava ai viaggi fatti, ai rituali bizzarri che li accompagnavano, ogni volta che partivano portavano con sé un sassolino del lago, lo lasciavano nei luoghi che visitavano e ne riportavano indietro uno che, come gli altri, faceva bella mostra di sé nella ciotola di terracotta che ora non c'era più. Una lacrima le rigò il viso nello stesso istante in cui qualcosa le carezzò la mano. Schizzò seduta e si ritrovò a fissare quegli occhi che avevano rubato l'azzurro al cielo e la sua anima. Aveva il viso stanco e un girasole in mano. Manuela restò ferma e incredula, con la rabbia che ormai sfumava via come la nebbia che, mentre grava pesante, si dissolve lasciando l'aria chiara e limpida. Giorgio restò fermo a guardarla, la sua Manuela era tornata, la ragazzina coi riccioli ribelli e i jeans stinti era di fronte a lei, di nuovo. Con un gesto istinitvo le scostò un ricciolo che il vento le aveva fatto scivolare sul viso.
Quanto amore può esserci in un gesto?
Un gesto è come una sorgente, è da lì che nascono i fiumi.
"dieci anni, due anime e un'altra vita da vivere"
Restarono in riva al lago a parlare finchè il temporale non li sorprese.
Come due ragazzini correvano tenendosi per mano dirigendosi verso casa. La loro casa.
"dieci anni insieme, ancora e ancora"

 
 
 

Un milione di passi

Post n°2 pubblicato il 30 Ottobre 2010 da Odeporica

 

 Sapeva che doveva tenersi a distanza da Lui. Ma non ci riusciva. Qualsiasi cosa facesse o dicesse, tutto in ogni suo piccolo gesto, in ogni nascere di pensiero riconduceva inevitabilmente a Lui. E Stefania sapeva che rischiava di farsi male. Ma non se ne curava più di tanto.
Era così perfetto il corpo di Lui mentre si distendeva sul suo ventre e la schiacciava, e la possedeva, iniettandole quel dolce veleno che la faceva fluttuare come una piuma mossa dal vento. La voglia di averlo le scorreva nelle vene, come musica liquida Lui fluiva dentro le sue viscere inebriandole il corpo e la mente.
Stefania era attratta da questo gioco perverso ma, nonostante avesse la consapevolezza di dover fuggire, la sua volontà era inversamente proporzionale alla coscienza. Più cercava di scappare più restava in balìa di Lui. Una farfalla nella tela di un ragno. Un'immagine troppo poetica per rappresentare il loro rapporto, nato per caso in un giorno qualunque in una strada di periferia.
Lui, calamita per le donne; lei, magnete per i belli e dannati.
Distanza. Mettere un milione di passi per allontanarsi da Lui. Questo doveva fare.
In verità aveva tentato, in un momento di incertezza di Lui, quando le aveva detto che doveva allontanarsi da lei, che non voleva sentirsi così coinvolto. Aveva tentato di mettere quel milione di passi. Lui, sposato e in carriera, non poteva permettersi che l'amante di turno compromettesse la sua vita perfetta. Stefania aveva messo un muro insormontabile: l'aveva tradito. Nel peggiore dei modi. Una sveltina con un tizio di cui non ricordava neanche il nome. Una serata con le amiche, un bicchiere di troppo, nella testa solo la voce di Lui che le diceva di non volerla rivedere. Quale miglior vendetta se non agire come mai ci si sarebbe aspettato da lei, sempre così dolce e disponibile? Quale miglior modo per farsi odiare se non essere una persona da tenere a distanza avendo un comportamento aberrante che giustificasse ogni rifiuto di Lui? Lui, traditore nato, mai fedele a nessuno se non a sé stesso, che con un tira e molla continuo le aveva intessuto intorno ai polsi delle manette invisibili che la legavano e la tenevano ferma, legata a Lui, unico ad avere la chiave per liberarla. Stefania gli aveva confessato il suo tradimento. E la reazione di Lui fu esattamente quella che lei voleva. Benchè non ammettesse il suo coinvolgimento Lui non poteva fare a meno di Stefania. Continuavano a vedersi, ogni incontro era un cerchio perfetto, aveva un inizio ed una fine. Ogni incontro non ne precludeva e non ne assicurava un altro.
Ci sei, ci sono, vediamoci.
Mentre facevano l'amore Lui le diceva sempre ti odio. Era cambiato il modo di possederla, la dolcezza s'era trasformata in passione. Ogni volta era una stilettata al cuore. Stefania lo implorava con lo sguardo di concedersi ancora a lei, e Lui si rifiutava. Il marchio a fuoco impresso sulla sua anima, la lettera scarlatta che s'era appuntata da sola sul cuore giustificava i rifiuti di Lui e lei accondiscendeva ad ogni suo volere. Gli permetteva di tirarle i capelli fino a farla piangere, perchè sapeva di meritarlo. Erano schiavi uno dell'altra. Lei lo seduceva per averlo, Lui prima cedeva e la faceva sua donandosi a lei e poi la rifiutava.
Effimera distanza quella che li divideva.
Un amore senza promesse non ha nè freni nè impedimenti, inutile inventarsene.
Stefania restò nel letto, nonostante Lui fosse andato via lasciandola come al solito senza neanche un saluto, andava via borbottando qualcosa di indecifrabile, una volta le era sembrato di sentirgli chiedere "perchè l'hai fatto? eri perfetta per me, invece hai rovinato tutto" e a conclusione della frase non un punto, ma una porta sbattuta. Restò nel letto, avvolgendosi attorno al corpo ancora nudo e tremante le lenzuola. Quelle lenzuola dense del profumo di Lui. Se le avvicinava al viso e inspirava profondamente, con una mano teneva il lenzuolo sul viso, con l'altra ricercava quel piacere che solo Lui sapeva darle, cercava i movimenti di Lui nelle dita che infilava dove ancora avvertiva la sua presenza, indugiava e fremeva fino a godere ancora. Un orgasmo pregno di odori e ricordi che, però, sapeva di amaro, come le lacrime che le rigavano il viso.
Un milione di passi doveva percorrere per distanziarsi da Lui.
"non adesso, forse domani" disse a sé stessa, tirando su col naso mentre rifaceva il letto senza cambiare le lenzuola, per assaporare per un'altra notte ancora un pò di quell'odore.

 
 
 

Odeporica De Gustibus

Post n°1 pubblicato il 28 Ottobre 2010 da Odeporica

 

Il mattino risvegliò la città, come ogni giorno le strade si affollarono di anime vaganti che andavano incontro alla loro vita, alcune con rinnovata voglia di fare, altre con l'apatia che colpisce chi vive per inerzia ogni giorno, ieri come oggi e oggi come domani.
In una casa come tante, in una città caotica come non poche, nasceva una bimba.
Quella bimba ero io. Ho dato il mio buongiorno al mondo all'improvviso, senza avvisare, senza dare il tempo a chi mi stava intorno di capire cosa stesse accadendo, senza medici ad assistere mia madre, quando arrivò l'ostetrica dovette solo tagliare il cordone ombelicale. Avevo già fatto tutto da sola. Ho imparato da subito a trovare sempre la strada giusta per cavarmi da ogni situazione e a contare solo su me stessa e sulle mie capacità.
Hanno detto di me:
"ti immergi nelle situazioni, le studi, cerchi di percepirne la forza, le modelli e le trasformi fino a plasmarle sulla tua anima e sul tuo volere fino a farle tue e chi ti sta vicino deve solo chinare il capo constatando la tua capacità di trovare sempre la strada giusta e non gli resta altro da fare che seguirti"
Dico di me:
"profondamente egoista ma al contempo estremamente generosa; amante del bello ma non narcisita; buona forchetta ma magra come un'acciuga; maledettamente cinica ma dotata di un'autoironia dissacrante; volubile nell'incerto ma ferma e combattiva nelle certezze; amante dell'ozio ma se stimolata divento iperattiva; contradditoria ed eclettica ma mai menzognera. Profondamente donna."

 
 
 
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STORIA DI UNA CAPINERA

Avevo visto una povera capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia ci guardava con occhio spaventato; si rifugiava in un angolo della sua gabbia, e allorché udiva il canto degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell'azzurro del cielo, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime: Ma non osava ribellarsi, non osava tentare di rompere il fil di ferro che la teneva carcerata, la povera prigioniera. Eppure i suoi custodi, le volevano bene, cari bambini che si trastullavano col suo dolore e le pagavano la sua malinconia con miche di pane e con parole gentili. La poveera capinera cercava di rassegnarsi, la meschinella; non era cattiva;  non voleva rimproverarli nenache col suo dolore, poiché tentava di beccare tristamente quel miglio e quelle miche di pane; ma non poteva inghiottirle. Dopo due giorni chinò la testa sotto l 'ala e l'indomani fu trovata stecchita nella sua prigione.
Era morta, povera capinera! Eppure il suo scodellino era pieno. Era morta perché in quel corpicino c'era qualcosa che non si nutriva soltanto del miglio, e che soffriva qualche cosa oltre la fame e la sete.

 

L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL'ESSERE

L'accordo non scritto dell'amicizia erotica presupponeva che Tomas escludesse l'amore dalla propria vita. Nell'istante in cui fosse venuto meno a questa condizione, le altre sue amanti si sarebbero ritrovate in una posizione subalterna e si sarebbero ribellate.
Procurò a Tereza un subaffitto nel quale lei dovette portare la sua pesante valigia. Voleva vegliare su di lei, proteggerla, desiderare la sua presenza, ma non sentiva alcun bisogno di cambiare il proprio modo di vivere. Non voleva perciò che si sapesse che Tereza dormiva da lui. Il dormire insieme era infatti il corpo del reato dell'amore.
Con le altre donne non dormiva mai. Quando andava da loro era facile; poteva venire via quando voleva. Il peggio era quando venivano loro a a casa sua e lui doveva spiegare che dopo mezzanotte le avrebbe accompagnate a casa perché soffriva d'insonnia e non poteva addormentarsi se aveva di fianco un'altra persona. Questo non era lontano dalla verità, ma il motivo principale era meno nobile e non osava confessarlo alle sue amiche: nell'istante che seguiva l'amore, provava un invincibile desiderio di rimanere solo; svegliarsi in piena notte al fianco di un essere estraneo gli era fastidioso; alzarsi al mattino insieme a un altro lo disgustava; non desiderava che qualcuno lo sentisse lavarsi i denti in bagno, e l'intimità di una colazione a due non lo attirava.
Per questo fu così sorpreso quando si svegliò e Tereza gli teneva saldamente la mano. La guardava e faticava a capire quello che gli era accaduto. Ripensava alle ore appena trascorse e gli sembrava che da esse si effondesse il profumo di una qualche sconosciuta felicità.
Da allora entrambi aspettavano con gioia il momento di dormire insieme. Mi verrebbe quasi da dire che per loro la meta dell'amore non era il piacere bensì il sonno che ne seguiva. Lei soprattutto non riusciva a dornire senza di lui. Se le accadeva di restare sola nella sua stanza in affitto (che stava ormai diventando un semplice alibi), non riusciva a prender sonno l'intera notte. Tra le sue braccia, anche al massimo dell'agitazione, si addormentava sempre. Lui le sussurrava favole che inventava per lei, piccole sciocchezze, parole che ripeteva monotonamente, rassicuranti o scherzose. Quelle parole si mutavano in lei in visioni confuse che l'accompagnavano nel primo sonno. Lui aveva pieno potere sul suo sonno e lei si addormentava nell'istante che lui aveva stabilito.
Quando dormivano, lei lo teneva come la prima notte: gli stringeva saldamente il polso, un dito, la caviglia. Quando lui voleva scostarsi senza svegliarla, doveva usare l'astuzia. Liberava il dito (il polso, la caviglia) dalla sua stretta cosa che ogni volta la svegliava a metà, perché anche nel sonno lei lo sorvegliava attentamente. Per calmarla, le faceva scivolare nella mano, al posto del proprio polso, un oggetto qualsiasi (un pigiama arrotolato, una pantofola, un libro) che lei poi stringeva con forza come fosse stata una parte di lui.

 

Una volta che l'aveva appena addormentata e lei era nell'anticamera del primo sonno e poteva quindi ancora rispondere alle sue domande, le disse: "Bene. Ora me ne vado". "Dove?" chiese lei. "Via" rispose Tomas con voce severa. "Vengo con te!" disse lei tirandosi su a sedere. "No, non puoi. Me ne vado per sempre" disse lui, e passò dalla camera all'ingresso. Lei si alzò e lo seguì, strizzando gli occhi. Aveva indosso una camicia da notte corta, senza nient'altro sotto. Il suo volto era immobile, senza espressione, ma i suoi movimenti erano energici. Dall'ingresso lui uscì nel corridoio (il corridoio in comune con gli altri inquilini) e le chiuse la porta in faccia. Lei l'aprì con gesto brusco e lo seguì, convinta nel suo dormiveglia che lui volesse andar via per sempre e che lei dovesse trattenerlo. Lui scese le scale fino al primo pianerottolo e si fermò ad aspettarla. Lei lo raggiunse, lo prese per mano e lo riportò con sé a letto.
Tomas diceva: fare l'amore con una donna e dormire con una donna sono due passioni non solo diverse ma quasi opposte. L'amore non si manifesta col desiderio di fare l'amore (desiderio che si applica a una quantità infinita di donne) ma col desiderio di dormire insieme (desiderio che si applica a un'unica donna).