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Loculo. Parte #11(2).

Post n°98 pubblicato il 18 Ottobre 2005 da Ofyp
Foto di Ofyp

Quando ha finito il suo pasto s’è messo davanti a me, sul trabattello, suppongo - io muoio ai piani alti - ed ha iniziato a tapparmi. Ticchettii e botte. Stridere di cazzuola. Tonfi sordi di cemento. Fischiettii continui. “Sempre caro, che cazzo di frase..”. Avessi avuto le mani avrei applaudito. Non si può, mi hanno messo la prima frase che c’era nell’elenco del marmista. Se non la prima, una di mezzo, presa a caso. E sì che io avevo detto di non volerne, epitaffi. Spero solo abbiano messo una foto degna di quello che ero in vita. Tanto so già che avranno messo un’immagine dell’ultimo battesimo/cresima/matrimonio, dove avevo la giacca e magari anche una cravatta, perché fa tanto elegante. Non mi lamento, in fin dei conti, quello che c’è fuori di qui è per i vivi, che lo facciano come vogliono loro. Non mi tocca. Anche se fosse, non lo sentirei.
Quando ha finito, mi ha salutato ammonendomi di non fare “cose sconce” con la signorina qui di fianco. Ho risposto che la trovo un po’ rigida ma che pian piano si sta sciogliendo. Lei ha riso, Michele ha mugolato.
Ora sono un morto con i marmi, direbbero qui al residence. Non corro il rischio di ammalarmi, spifferi non ce ne dovrebbero più essere, ho la parte esterna lucida, una bella foto e una frase che la gente che leggerà potrà commentare con un sonoro e rimbalzante, grazie all’eco del corridoio, “che cazzo di frase”. Ne sono orgoglioso. Uno aspetta un momento per tutta la vita e si ritrova a viverlo al contrario per tutta la morte. Finché resurrezione non ci unisca. Cose dell’altro mondo.
Com’era ovvio aspettarsi nel pomeriggio mi ha portato visita mia moglie. E’ venuta più che altro a vedere i marmi. Quando ero in vita le ho sempre sostenuto che, fossi morto, avrei voluto vederla felice, non tanto per la mia dipartita, ovvio, ma avrei voluto si rifacesse una vita. Lei ogni tanto viene qua, fa le sue pulizie, tenere in ordine un loculo sembra cosa da poco, ma non lo è. Qualche volta, mentre taglia fiori e cambia acqua, mi parla. E’ dolce con me. In vita lo era stata meno, sempre presa da qualcosa. Se non era il lavoro, era qualche parente. Ora, pian piano, si sta addolcendo. Sarà che non ci si vede più come prima ma dice che le manco, che sente ora l’affetto che le davo, perché è quando togli il giocattolo che il bambino aveva lasciato nell’angolo che lui si accorge di averlo. Avrebbe dimorato in quell’angolo secoli, non l’avessero spostato.
Continua a dirmi che se ora fossi li, vicino a lei, si comporterebbe diversamente, che ha perso troppo del suo tempo dietro a bollette e calzini da rammendare, tralasciando la cosa che doveva essere la più importante, me. Si era sempre detta che per me tempo ce n’era, avevamo tutta una vita davanti e che mai si sarebbe immaginata una cosa del genere, la mia perdita così giovane. A dire il vero non me lo immaginavo neanche io mentre andavo a lavoro. Piangeva, chiedendomi scusa e dandosi della scema.
Io, da questa parte, avevo quasi la sensazione delle lacrime calde la dove avrei dovuto avere le guance. Percepivo quasi il freddo della bara. E stavo lì, in silenzio. Anche i miei compagni stavano zitti, un po’ come quando era venuto l’amico di Yelena, tutti ascoltavano in silenzio le reazioni dell’interessato.
Lo stridere delle sua scarpe con la suola di gomma che si allontanavano ha sciolto un po’ la tensione. Mentre andava via, le ho detto “ti amo”. Casualità o superstizione, i suoi passi si sono fermati in quel momento. Qualche secondo ancora e mi ha risposto. “Ti amo, Andrea”.
Poi il silenzio è tornato a farci compagnia.

 
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