Da molti anni diversi intellettuali propongono una nuova elaborazione del tema
del conflitto, sia dal punto di vista sociale sia educativo, definendolo come «divergenza,
contrasto, area di contrattazione e negoziazione, situazione non ancora definita» (Miscioscia
e Novara, 1998), a differenza della guerra che consiste in «un’organizzazione
sistematica della violenza volta alla distruzione del nemico» (Miscioscia e Novara,
1998). Infatti, «l’educazione alla pace ha ben poco senso se si occupa solo di opporsi
alla guerra. Se la guerra è l’elaborazione folle del conflitto, talmente folle da causare
danni irreversibili, occorre agire nella predisposizione di strumenti e risorse affinché
l’arte del conflitto prenda il posto dell’arte della guerra, ossia della distruzione del
nemico. […] Il passaggio da una visione agonistica del conflitto — una visione in cui
si è vincenti o perdenti —, che implica profonde paure e sensi di perdita irreparabile,a una visione del conflitto come evento ecologico, reversibile, riparabile e negoziabile,
è un obiettivo primario per l’educazione alla pace che in futuro dovrà perdere ogni
accezione ideologica per diventare una forma di apprendimento, una necessità per
la salvaguardia della specie, per saper vivere in una società sempre più complessa e
articolata» (Miscioscia e Novara, 1998).
Raffaele Mantegazza afferma: «imparare a gestire il conflitto,
ad attraversarlo ma soprattutto a “starci dentro” è una delle competenze essenziali
delle persone che vogliono vivere in un mondo complesso» (Mantegazza, 2007, p.
33). «So-stare nel conflitto» premia la visone del conflitto come una relazione tra due
soggetti, anzi «implica proprio l’accettazione della necessità che la relazione rappresenti
l’occasione per ciascuno di esprimere parti di sé» (Novara, in Scaparro, 2001). Infatti,
è la relazione conflittuale ad emergere: «A partire dal riconoscimento delle differenze
(personali, culturali, di ruolo…) […] l’esito auspicabile diventa la trasformazione delle
relazioni fra le parti, in modo da attenuare gli effetti reattivi legati al conflitto. Non
si tratta quindi di volere ri-solvere o dis-solvere il conflitto, bensì di assumerlo come
occasione per ristrutturare le relazioni» (Ragusa, 2003).
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