Conversazione con una pietra
Voglio venirti dentro,
dare un'occhiata,
respirarti come l'aria.
- Sono di pietra - dice la pietra
Vattene via.
Non ho i muscoli del riso.
Busso alla porta della pietra.
- Sono io fammi entrare.
Non cerco in te un rifugio per l'eternità.
Non sono infelice.
Non sono senza casa.
Il mio mondo è degno di ritorno.
Entrerò e uscirò a mani vuote.
E come prova d'esserci stato davvero
porterò solo parole,
a cui nessuno presterà fede.
- Non entreari - dice la pietra
Ti manca il senso di partecipare.
Non c'è senso che possa sostituire quello del partecipare.
Busso alla porta della pietra.
- Sono io, fammi entrare.
- Non ho porta - dice la pietra.
[ Wislawa Szymborska ]
Se è vero che la parola vera, la parola larga espansa come un'onda che prende tutto il tempo neccessario nasce dal silenzio, voglio tacere nella stagione in cui si rischia l'intreccio delle cause ed effetti fino ad un silenzio compulsivo.
Dopo. Dopo lo sperpero dei sogni, quelli che fanno da soglia al mio sorriso e poi toccano e diventano mezzo per sciami di scintille, spento l'ultimo benificio sullo schermo, soltanto pietre da interrogare.
Dure. Dure come irremovibili speranze, dure come disperazione, occupano l'orrizzonte del passato e presente dove le cose più importanti stanno sulla sponda opposta tra idee piegate, non finite non vissute.
Scoprire l'atteggiarsi possibile della mia bocca a grido (nel contagio urlo di Much), un urlo in base all'ampiezza dei benefici e suoi doni, disperso nei frantumi d'infinito che converge a zero il dipanare tutta la vita, presso l'oltre.
Poi il distacco, netto da quel sentire altro, il ritorno grave ed estinto dal non ritorno, eterno frammento di un secondo.
Urlo nel tuo silenzio.
Taccio nel tuo grido.
D.D