La casa degli avanzi...
«Eccola che arriva!»
All’esclamazione soffocata dell’amico, Mauro diresse lo sguardo verso il tratto di strada ancora visibile. Appena emersa dalla fitta nebbia, una donna passò per la via, in sella a una vecchia bicicletta. Intabarrata in un pesante cappotto nero, parve non accorgersi dei due osservatori, e con gli occhi fissi sulla strada continuò a pedalare silenziosamente. Poco prima di sparire, un lampione illuminò per un istante il viso gelido e austero della donna, e due grosse borse nere, legate ai lati della ruota posteriore.
I due la seguirono con lo sguardo, fino a quando la sua sagoma non divenne una
macchia scura e lieve nella profonda sera nebbiosa.
Mauro e il suo amico Giovanni rimasero in silenzio per un minuto, immersi nelle tenebre appena lacerate da quell’unico lampione. Le luci della strada e del piccolo comune vicino non erano altro che tenui fluorescenze che sembravano poter sparire da un momento all’altro.
Giovanni si voltò verso Mauro. Il suo viso tradiva una sottile inquietudine.
«Hai visto Manuela?» esordì con voce bassa e leggermente tremante, «sembrava un fantasma. È passata in silenzio e neppure ci ha guardato. Quella non ha paura di niente, te lo dico io! Quella non ha paura nemmeno del diavolo!»
Mauro sbuffò alle parole dell’amico e si affrettò a controllare l’orologio: erano le nove. Considerò l’estrema puntualità della donna. Era da tempo che la seguivano e studiavano i suoi spostamenti, gli orari nei quali usciva e rincasava; e anche quella sera la donna era uscita e si era allontanata in direzione di Cavignano, un paese vicino, con la sua solita vecchia bicicletta e le sue borse. Si voltò verso Giovanni che lo fissava ansiosamente.
«Andiamo!» fu l’unica parola che pronunciò e che fece sussultare il suo amico, come se gli fosse stata gridata in un orecchio. Di fronte alla risolutezza di quell’ordine, Giovanni si rese conto di non potere più nascondere la paura che lentamente gli era cresciuta dentro. Così, mentre s’incamminarono per la strada deserta, rivelò i suoi timori.
«Secondo me» disse con un filo di voce, «non dovremmo farlo. Voglio dire, ma non le senti le voci che girano per il paese sul suo conto?»
Mauro le conosceva bene tutte le stupidaggini che le vecchie, sedute sulle panchine del parco o agli angoli delle strade, raccontavano sul conto di Manuela. Sapeva della vita solitaria che la donna conduceva; del posto d’impiegata comunale che aveva a Cavignano; e, soprattutto, sapeva dell’enorme quantità di denaro che teneva nascosta in qualche stanza del suo appartamento. La gente sapeva che aveva ereditato una fortuna dai suoi genitori. Si diceva che avrebbe potuto fare una vita da regina, se solo non fosse stata così avara. A volte, la si vedeva uscire per le vie del centro, indossando gioielli appariscenti su abiti lisi e logori. A Mauro non interessavano le storie riguardo alle stranezze di quella donna, ai suoi urli nel cuore della notte e alle sue probabili pratiche magiche. Per lui queste erano sciocchezze che inventavano le vecchie per rendere più gustosi i loro pettegolezzi; per materializzare un punto di fuga di tutte le loro paure e i loro difetti; per scuotere e rendere un po’ interessante la vita piatta in un piccolo comune perduto nell’immensa campagna ravennate.
«E mi spieghi perché lei ha comprato tutti gli appartamenti vuoti di quell’edificio? La gente dice che in certe notti si sentono provenire dei versi bestiali da quella casa, e dietro le finestre a volte s’intravedono muoversi gli spettri.»
Giovanni era un fiume in piena, e ora rammentava ogni malignità udita in paese sul conto di Manuela. Mauro non sopportava le sue manifestazioni di paura, anche perché era convinto di aver dissipato tutti quegli sciocchi timori durante i loro precedenti incontri. Invece, quella voce lamentosa, per quanto flebile, era insinuante e riusciva a irritarlo.
«Senti, Giovanni», rispose secco, «queste sono solo assurdità che la gente inventa per far passare il tempo in questo posto dove non succede mai niente.»
«Spiegami,» continuò Giovanni, come se non avesse udito le parole del compagno, «perché lei parla da sola e dice delle cose che non si capiscono. L’altra sera hanno visto i fuochi danzare davanti alla sua finestra.»
Mauro rise sommessamente.
«Ridi?! Sappi che Silvana è passata l’altra sera vicino alla casa di Manuela e l’ha vista alla finestra. Ha detto che teneva in mano un pacco, qualcosa di grosso, e lei lo succhiava o lo leccava, con almeno mezzo metro di lingua fuori della bocca.»
Mauro s’immaginò la scena grottesca, e invece di ridere si scoprì a tremare. Questo lo irritò ancor di più. Si fermò e scuro in volto si avvicinò a Giovanni.
«Smettila!» urlò. Subito dopo, però, abbassò il volume della voce ma non ne smorzò il tono spazientito e arrabbiato.
«Ascolta! Se vuoi rimanere qui a farti fare il lavaggio del cervello dai vecchi, fai pure! Se invece hai intenzione di andare via da questo paese dimenticato da Dio, lascia stare queste idiozie e pensa ai soldi e agli oggetti di valore che quella donna nasconde nel suo appartamento. Questa è l’unica cosa reale a cui dobbiamo pensare: i suoi soldi!»
Giovanni rimase colpito più dalla rabbia del suo amico che dalla giustezza dei suoi ragionamenti. Pensò alla vita che avevano fino allora condotto, agli anni che trascorrevano grigi, con pochi soldi, senza né amicizie né avvenimenti importanti né svolte che cambiassero in meglio la loro situazione.
Alla fine si tranquillizzò e assicurò il suo amico che lo avrebbe aiutato al massimo delle sue possibilità, seguendo alla lettera il piano che avevano già stabilito da tempo. Mauro si risollevò, e ora che Giovanni sembrava essersi sbarazzato di quelle stupide paure, il colpo non solo gli sembrò possibile, ma anche di una facilità impressionante. A incoraggiare i due uomini nel loro proposito fu la nebbia che nel frattempo si era fatta più densa e riduceva la visibilità a meno di dieci metri.
Giunsero di fronte alla casa di Manuela. L’appartamento si trovava al secondo piano di un edificio scuro e fatiscente, alla fine di una via periferica deserta e circondata solo dalla campagna. Intorno all’edificio c’era un piccolo giardino incolto, maleodorante e pieno di erbacce. Il silenzio era assoluto e Mauro si fermò a controllare le finestre che appena si distinguevano attraverso la nebbia. Gli tornò in mente l’immagine grottesca di Manuela e della lingua lunga mezzo metro, ma subito la scacciò. Aveva imposto al suo amico la massima concentrazione, ed egli stesso doveva procedere con attenzione, muovendosi nel modo più corretto e silenzioso, in modo da non lasciare traccia o indizi della loro visita.
Anche Giovanni rimase a osservare per qualche secondo la sagoma scura della casa.
Improvvisamente emise un grido strozzato. Mauro si voltò e s’impaurì vedendo il suo amico deglutire a fatica e fissare le finestre con occhi che quasi uscivano dalle orbite.
«Che cosa ti succede?»
Giovanni non rispose, tanto che Mauro fu costretto a scuoterlo per le spalle.
«Là, alle finestre del primo piano», balbettò, «ho visto qualcosa dietro i vetri.»
«Che cosa?»
«Non lo so…delle cose che si muovevano!»
Mauro tornò a esaminare la facciata dell’edificio, ma la nebbia non consentiva di distinguere null’altro che una parete scura e finestre nere come pozzi. Ritenne che il suo amico si stesse lasciando andare a un altro attacco di panico e questo non poteva permetterlo: proprio ora che si accingevano a entrare in azione! Piantò uno sguardo rabbioso sul viso impallidito di Giovanni. Questi, alla vista del suo amico che era sul punto di esplodere e riversargli addosso la sua collera - e forse anche qualche pugno - cercò di calmarsi e di soffocare il senso di terrore e minaccia che quella situazione gli infondeva. Borbottò qualche scusa incomprensibile; poi si diresse verso un vicino cassonetto dell’immondizia, lo aprì, e dopo aver rovistato tra i rifiuti, tirò fuori una grande borsa vuota e una sporta contenente una torcia, un grosso piede di porco e altri attrezzi utili per scassinare le porte e le serrature. Consegnò il materiale a Mauro che ancora lo guardava in cagnesco, immobile e muto, e seguendo il piano prestabilito, si appostò nel giardino, nascondendosi dietro l’unico vecchio albero striminzito che cresceva nei pressi della casa. Da lì avrebbe potuto tenere sottocchio la strada mentre Mauro s’introduceva furtivamente nell’appartamento alla ricerca dei soldi.
Quest’ultimo guardò sparire il suo amico sotto l’albero e, forse per colpa della nebbia, gli parve che i rami contorti e secchi rimanessero sospesi nell’aria, minacciosi come un artiglio di una belva in agguato. Ricordò il segnale d’allarme che avevano concordato: l’abbaiare di un cane. Non c’era pericolo di confondersi o di falsi allarmi, poiché durante le loro precedenti esplorazioni i due uomini non avevano mai visto nessun animale aggirarsi per i dintorni della vecchia costruzione. Pensò che le uniche complicazioni sarebbero potute derivare da qualche inaspettato attacco di panico di Giovanni, ma preferì credere che si fosse definitivamente calmato.
Indossò un paio di guanti, si avvicinò lentamente alla porta d’ingresso dell’edificio e con gioia notò che essa non era chiusa, ma solo accostata allo stipite. La aprì cercando di fare meno rumore possibile. Una volta entrato, estrasse la torcia dalla sporta, l’accese e diresse il potente fascio di luce davanti a lui. Dal buio emerse una rampa di scale malridotta che portava al primo piano. Rimase immobile a guardare il pianerottolo per almeno un minuto. Nella luce oscillante della torcia, le ombre informe proiettate sui muri sembravano muoversi: a volte dilatarsi, a volte svanire, come se piccole e silenziose creature si muovessero continuamente su e giù per le scale. Il cuore aveva aumentato le sue pulsazioni, ma cercò di dominarsi, ripetendo a sé stesso che si era lasciato suggestionare dalle fantasie di Giovanni: quell’edificio era vuoto e lui era semplicemente entrato in un palazzo, e non aveva ancora fatto alcunché di illegale.
Salì i gradini. Al primo piano non c’era nulla, se non due porte chiuse e un silenzio che riempiva ogni angolo. Indugiò davanti alle due porte, cercando di intercettare ogni eventuale rumore che potesse provenire dall’interno dei due appartamenti, ma l’unica cosa che udiva era il battito del suo cuore e le pulsazioni che gli battevano dietro le orecchie. Si mosse, convinto infine che gli appartamenti fossero vuoti.
Continuò a salire, ma la calma che si era prefissato di mantenere sparì a poco a poco. La sua arrampicata per quelle scale anguste, con una torcia che illuminava una piccola porzione di ciò che rimaneva nel buio e lo circondava, aveva destato in lui un certo nervosismo.
Giunse al secondo piano, dove trovò due porte, e accanto a una di queste c’era una targhetta che recava la scritta sbiadita “Manuela R”. Il cognome era ormai scolorito e illeggibile. Nel buio squarciato solo dalla luce della torcia, fissò la porta dell’appartamento, l’unico ostacolo ai soldi e ai gioielli che avrebbero cambiato la sua vita e quella dell’amico. Per quanto si considerasse una persona forte, posata, con la testa ben piantata sulle spalle, una sottile paura si era insinuata nella sua mente. Ora, la vista di quella porta, di là della quale si trovava, secondo le chiacchiere dei paesani, l’inferno in terra, gli strinse il cuore in una morsa di paura, e fu costretto a respirare profondamente più volte per non sentirsi esplodere il petto.
Subito dopo, si rese conto di essersi lasciato suggestionare dalle stupide chiacchiere che avevano ridotto Giovanni in un vigliacco lagnoso. Quella era una semplice casa vuota, piena di soldi, e l’unica cosa che lui riusciva a fare era starsene immobile come un babbeo sul pianerottolo e sprecare tempo prezioso. Si mise subito all’opera. Si chinò sulla serratura e forzarla fu molto semplice. In pochi secondi, s’infilò nell’appartamento. Una volta dentro, deciso a sbarazzarsi di tutte quei pensieri angosciosi che stavano pregiudicando l’intera azione, e convinto di prendere così coraggio, accese la luce nel corridoio. Sapeva che nessuna persona sarebbe mai passata da quelle parti: la casa era sicuramente vuota e Manuela sarebbe tornata, come aveva previsto, solo dopo la mezzanotte.
E questa fiducia nella facilità del furto si consolidò quando gli apparve davanti il corridoio che dava adito a tutte le stanze. A sentire i racconti dei vecchi, la casa avrebbe dovuto essere la dimora dei diavoli. Invece, Mauro vide soltanto delle stanze arredate in maniera ordinaria, con mobili anonimi ed economici. Vicino alla porta d’ingresso notò subito una collana d’oro appesa a un attaccapanni e fu colto da un attacco di riso che a stento trattenne.
«Altro che strega!» disse fra sé e sé, «questa Manuela è solo un’idiota piena di
soldi!»
Così cominciò l’esplorazione delle stanze e la raccolta di tutto ciò che avesse valore. In salotto, sotto i cuscini dei divani raccolse più di duemila euro; dietro il televisore trovò una scatola piena di anelli e orecchini di antica fattura; nei cassetti dei mobili posti nel corridoio scoprì collane d’oro ornate con simboli e figure originali; e più stanze visitava, più denaro rinveniva e buttava nella grossa borsa che si riempiva velocemente.
Quando giunse in cucina, trovò abbandonato sul tavolo uno di quei gioielli appariscenti che Mauro le aveva visto tante volte portare in giro. Lo raccolse e ne saggiò compiaciuto il peso. Subito si accorse che il gioiello era stato poggiato su un quaderno lasciato aperto. Per curiosità, ne sbirciò velocemente le pagine: erano riempite da una scrittura minuta e fitta. Sembravano appunti riguardanti le letture di certi libri. Corroborato nell’animo dalla facilità e dalla sicurezza con le quali stava procedendo la sua impresa, si fermò per pochi istanti e lesse qualche riga. Pensò che, del resto, lui era penetrato nell’appartamento di Manuela, un luogo additato da tutti come la casa del male, e sarebbe potuto rivelarsi utile scovare qualche informazione particolare su quella donna tanto strana. Sul quaderno c’erano dei continui rinvii a numeri di pagine, seguite da alcune abbreviazioni e da commenti.
Nel momento in cui prese in mano il quaderno, avvertì un leggero brivido corrergli lungo la schiena e, forse a causa della tensione nervosa, gli parve di udire un suono acuto, come un fischio, che dapprima rimbombò nella casa, e poi più lontano, fuori dalle mura, per strada, perdendosi nella campagna circostante. Mauro rimase perplesso per qualche secondo, ma alla fine concluse che ciò che aveva udito non era altro che un’allucinazione uditiva, causata dall’agitazione.
Riportò la sua attenzione sulle pagine del quaderno: vi erano alcuni simboli colorati che incorniciavano una parola, forse un nome straniero a lui sconosciuto, e poco sotto erano riportati i risultati non soddisfacenti di esperimenti eseguiti in uno studio su alcuni “avanzi”, che in seguito erano stati scartati e isolati. Mauro si chiese cosa fossero questi avanzi e cosa significasse “isolare un avanzo”.
Alla fine della pagina, si rilevava l’importanza dell’assunzione di certi liquidi eterei presenti in alcune zone del corpo umano per potenziare e modificare le proprie qualità corporee e acquisire potere nella pratica degli “avanzi”.
Si stancò presto di quella frasi senza senso, molto probabilmente scritte da una donna sola e frustrata, che consumava la propria esistenza a mettere su carta idee bislacche o desideri repressi. Abbandonò il libro e i dubbi sul significato di “avanzi”.
Continuò l’esplorazione della casa entrando nella camera da letto, che era uno dei locali più distanti dalla porta d’ingresso. Sotto il letto trovò una valigia che conteneva decine e decine di mazzette da cento euro. Osservando accuratamente l’ambiente, notò una porta in una parete che, molto probabilmente, dava accesso a un piccolo locale che non si affacciava sul corridoio centrale.
Girò la maniglia, ma la porta era chiusa a chiave. Subito tentò di forzare la serratura,
ma senza riuscirci. Si convinse che dietro quella porta si dovesse nascondere la parte più consistente della fortuna di Manuela. Non avrebbe saputo dire per quanto tempo armeggiò senza successo con la serratura prima di udire un lieve rumore provenire dal corridoio.
Trasalì per lo spavento, ma subito si calmò ricordando che nella frenesia della ricerca dei soldi aveva spostato e ammucchiato in modo disordinato diversi oggetti, e molto probabilmente ne era caduto uno per terra. Rassicurato da questo pensiero e dal silenzio che era calato di nuovo nella casa, tornò a lavorare sulla serratura.
Poco dopo, lo stesso debole rumore si ripeté. Questa volta si arrestò completamente, e rimase in ascolto; e non poté in alcun modo continuare a ignorare il rumore che si ripeteva alle sue spalle, di là della porta della camera da letto. Non poteva più confonderlo con la caduta di un oggetto. Il suono che proveniva dal corridoio era inequivocabilmente quello di una risata. Una risata femminile, contenuta, fatta a denti stretti.
Gli sfuggì un gemito strozzato. Lasciò cadere gli attrezzi che aveva in mano, e rimase immobile, pietrificato in una ridda di pensieri. Avvertiva confusamente d’essere stato scoperto, anche se non voleva credere che Manuela, contro ogni sua previsione, fosse tornata a casa prima del solito. Guardò l’orologio: erano appena le dieci e mezza. Ancora stava cercando di capire perché Giovanni non lo avesse avvertito con il segnale convenuto, quando una voce femminile squillò in un punto lontano del corridoio, forse nei pressi della porta d’ingresso.
«Mi dispiace, ma quella stanza non te la posso lasciar vedere! È il mio studio e la mia dispensa. Sono molto gelosa di quello che contiene.»
Mauro si sentì finito. Il cuore sembrava volesse sfondargli il petto e non sapeva più come respirare per togliersi quel senso di soffocamento che lo stava assalendo. Manuela aveva ripreso a ridere sommessamente, e ogni risata sembrava spaccargli il cervello, proprio come una scure che si abbatte contro un ceppo.
«Hai letto i miei appunti… sugli avanzi, me ne sono accorta.»
Mauro non riusciva a comprendere. Com’era possibile che la donna si fosse accorta della sua presenza in casa? Lui e Giovanni l’avevano vista dirigersi verso Cavignano, e inoltre era sicuro che nessuno li aveva visti andare verso la casa. A un tratto ricordò quello strano fischio che aveva udito toccando le pagine del quaderno in cucina: gli era parso che esso si fosse perso per la campagna, forse proprio in direzione di Cavignano. Subito scacciò quel pensiero tanto irrazionale.
«Sei curioso di sapere cos’è un avanzo?»
Il tono della domanda gli aveva raggelato il sangue nelle vene. Non lo terrorizzava tanto la calma, per quanto inusuale tra le persone che scoprono un intruso in casa, quanto il sottile ma palpabile senso di minaccia che Manuela aveva infuso nelle sue parole.
Per quanto il respiro si fosse fatto affannoso e un leggero tremore corresse per tutto il suo corpo, cercò di valutare la situazione. La donna non l’aveva ancora visto in faccia. Guardò la finestra della camera. Se si fosse gettato da quel vetro, si sarebbe sicuramente ferito gravemente e la fuga avrebbe potuto essere difficoltosa se non impossibile. Si voltò casualmente verso una cassettiera che aveva messo a soqquadro poco prima. Da uno dei cassetti sporgeva, tra vari indumenti intimi, una confezione di calze.
Non ci pensò due volte. Il colpo era fallito, ma forse si sarebbe potuto salvare ed evitare di essere scoperto. S’infilò la calza sul viso per rendersi irriconoscibile. Pensava confusamente a Giovanni, e non riusciva a credere che fosse fuggito senza averlo avvertito del pericolo. Se fosse scappato dalla casa, la prima cosa che avrebbe fatto sarebbe stata quella di rintracciarlo e di fargliela pagare. Raccolse le ultime forze, e si convinse che se avesse spaventato Manuela avrebbe potuto guadagnare la via di fuga attraverso la porta. Si tolse i guanti e asciugò le mani madide di sudore sui pantaloni; dopodiché brandì il piede di porco, e con uno sforzo sovrumano marciò con passo veloce verso il corridoio, confidando che la visione di un uomo armato e minaccioso avrebbe facilmente spezzato ogni tentativo di ostacolare la sua fuga.
«Ti sfondo il cranio! Fammi passare, o ti sfondo il…»
Appena oltrepassata la soglia della camera, tutte le minacce gli morirono in bocca. Il piede di porco gli scivolò dalle mani, cadendo con un tonfo assordante. Le speranze di spaventare la donna si erano rivelate un tragico errore.
Manuela si trovava in piedi al centro del corridoio, immobile nel suo cappotto nero completamente abbottonato. Teneva le braccia incrociate dietro la schiena. Il suo volto non tradiva la minima paura, e i suoi occhi fissavano Mauro con tali vampe di malignità da spezzare il coraggio anche a un assassino spietato. Dietro di lei, una lunga scia di un liquido rosso aveva macchiato l’impiantito, e dalla porta d’ingresso faceva capolino per terra una massa amorfa di carne. Ma a questa inquietante visione si aggiunse un elemento terrificante, che paralizzò definitivamente i sensi confusi di Mauro. L’intero corridoio era avvolto da un’accozzaglia di rumori e lievi voci inintelligibili miste a gorgoglii, che provenivano da sotto il pavimento.
Lui gridò, ma nessun suono uscì dalla sua gola. Rimase immobile come una statua,
mentre Manuela lo fissava divertita. Con uno sforzo sovrumano tentò di capire che cosa stesse succedendo. Ripeteva a sé stesso di rimanere calmo e di non perdere la testa. Quelle voci che provenivano dal basso sembravano dei lamenti umani, ma troppe intonazioni strane e inusuali fiorivano sulle note gravi e acute di quel coro dannato. A stento ricordò i due appartamenti chiusi al piano di sotto, quelli che lui aveva creduto vuoti; e quel liquido per terra, che già nel profondo dell’animo sapeva essere sangue, quell’ammasso di carne erano indizi di qualche strana e orrenda attività della donna.
Fu come un lampo la congettura più terrificante che gli squarciò la mente e la sua materializzazione. Manuela tese lentamente le braccia nella sua direzione. Le sue mani, lorde di sangue, stringevano per i capelli la testa di Giovanni, mozzata alla base del collo e con gli occhi esorbitati, spalancati in un ultimo sguardo di terrore. Mauro non emise neppure un grido di fronte al capo sospeso dell’amico, che gocciolava gli ultimi umori da un ciuffo di vene pendenti nella carne straziata. La sua percezione delle cose si era fatta improvvisamente labile, infranta e la vista incerta, come le vie del suo paese in mezzo alla nebbia. Ma ciò non gli impedì di scontrarsi con la visione che aveva scacciato poco prima, giù in strada; e risuonarono nella sua mente le parole di Giovanni, mentre dalla bocca di Manuela si protese una robusta lingua rosata, un umido serpente di carne lungo quasi un metro. Esso si snodò nell’aria disegnando lente traiettorie curve, sfondò la tempia del macabro trofeo con un colpo secco e ne leccò il contenuto, producendo un rumore raccapricciante.
Mauro aveva dimenticato i soldi, il furto, le conseguenze della sua cattura, tutto. Devastato dal terrore, cercò solo di salvarsi. Il suo istinto di sopravvivenza lo guidò verso la finestra della camera da letto che si trovava alle sue spalle. Si voltò all’improvviso per prendere la rincorsa e sfondarla, ma non si mosse dal punto dov’era. Avvertì solo qualcosa guizzare nell’aria e, prima di schiantarsi a terra, un crocchiante rimestio che gli squassava la base del collo.
Manuela uscì da casa e, attraversando lentamente il cortile, si diresse verso l’albero dove aveva appoggiato la bicicletta. Chiuse con cura le cinghie delle borse appese ai lati della ruota posteriore, gettando via una calza insanguinata che penzolava fuori da una delle due. Montò in sella, e con una pedalata sicura si tuffò nella nebbia densa come il latte. Pensò alla sua amica che la attendeva ansiosamente in una casa tranquilla e isolata alla periferia di Cavignano, dove si riunivano sempre per discutere gli esperimenti condotti sugli “avanzi”. Avrebbe saputo farsi perdonare il ritardo, offrendole di dividere il prezioso bottino che aveva rimediato quella notte; e forse, anche regalandole uno dei due nuovi “avanzi” che aveva riposto negli appartamenti vuoti del primo piano.