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« LA FISICA CHE FA BENELA FISICA CHE FA BENE »

RICOSTRUZIONE SISMA 1980

Post n°3831 pubblicato il 31 Maggio 2023 da antonioi0

Quindi non sventramenti con le larghe strade di stampo parigino, ma piccoli allargamenti stradali,

non abbattimento di interi quartieri, ma poche demolizioni di qualche edificio ritenuto meno

importante per far spazio a piccole piazze o giardini. E’ chiaro che una simile tesi parte dall’aver

maturato un concetto di monumento che supera l’idea della singolarità dell’architettura emergente e

abbraccia brani di città. L’aggregato urbano è così considerato una sorta di monumento collettivo211

che ha valore in quanto gli elementi si sono giustapposti, nel tempo, gli uni agli altri generando una

sorta di quadro armonico nelle forme e nella disposizione scenografica, attorno o meno ad una

architettura monumentale, riprendendo, in parte, quella concezione di “cornice pittoresca” propria

delle teorie sittiane e degli interventi di Buls. Nella importanza che Giovannoni attribuisce al centro

antico, allo stare insieme di episodi di architettura minore, non si supera però la visione estetica

della città. Giovannoni non vede il tessuto urbano storico attraverso la visione morale e sociale che

è funzione ancora immanente, propria di Ruskin212 e Morris, ma, in qualche modo, lo storicizza

anche se dal punto di vista ancora formale e trova un punto di incontro tra la difesa di questo

patrimonio e le pur necessarie istanze degli igienisti di risolvere evidenti problemi all’interno della

vecchia città, vista come armonico accostamento di elementi che conformano un ambiente, un

insieme quasi spontaneo che considera comunque architettura. Ma tale insieme è sotteso da una

regola, una norma che ne ha informato la costruzione ab origine, ed è cercando questa regola,

isolato per isolato, casa per casa che «sarà possibile allora agire sulle parti aggiunte in seguito (che

ne hanno inficiato le condizioni iniziali anche di igiene e vivibilità), prive di valore artistico e

documentario, con un metodo non dissimile da quello utilizzato per i monumenti, eliminando le

soprelevazioni, gli innesti che hanno riempito i cortili e così via»213. Egli non formula ancora un giudizio che possa andare al di là della mutevolezza del gusto, che esamini le strutture, le funzioni e

le forme, deducendovi un valore assoluto che ne decreti la necessità di conservazione al di là della

variabilità dell’epoca che lo giudica214. E’, forse, per questa visione ancora legata all’immagine e

meno alla sostanza storica del centro antico che è permesso l’intervento, seppur limitato, di

demolizione all’interno di esso e quindi di sostanziale scelta di ciò che andrebbe salvato a seconda

che il quadro pittoresco ne venga deteriorato o meno. Sicuramente l’originalità del pensiero

giovannoniano sta nell’aver inquadrato l’intervento sul patrimonio urbano storico nella visione più

generale della pianificazione territoriale215

Le teorie dello studioso romano furono ispiratrici delle Carte che dal 1931 vennero prodotte in

merito alla tutela dei monumenti, a partire da quella ratificata dopo la conferenza di Atene, nella

quale Giovannoni ebbe un ruolo da protagonista, intervenendo come massimo rappresentante della

delegazione italiana. Il suo è un apporto culturale e politico che peserà nelle definizioni di aspetti

urbanistici della materia del restauro216. Influenzerà il documento stesso quando allarga la

salvaguarda dal singolo monumento all’ambiente attorno ad esso e alle prospettive pittoresche. Ma

più che nella Carta di Atene, l’apporto di Giovannoni si misura nella Carta Italiana del restauro del

1932, seguita poi dalle Istruzioni per il restauro emanate nel 1938217. Nella Carta del 1932, l’art. 6

recita «che insieme col rispetto pel monumento e per le sue varie fasi proceda quello delle sue

condizioni ambientali, le quali non debbono essere alterate da inopportuni isolamenti; da

costruzioni di nuove fabbriche prossime invadenti per massa, per colore, per stile»: l’impronta di

Giovannoni è chiara, sia nella prima parte dell’articolo, sia nella seconda, dalla quale si evince la

sua negazione, o comunque l’esitazione ad affiancare l’architettura moderna a quella antica; quasi

in contraddizione con la sua teoria che considera la città un palinsesto di architetture conformatosi

nel tempo e per questo da tutelare, ma in linea con l’estetica che nega alla nuova architettura di

inserirvisi poiché difficilmente adattabile all’esistente conformazione scenica e più idonea a vivere

lontana da essa in modo da avere campo libero di sviluppo. In seguito, nelle Istruzioni del 1938,

all’art. 7 si leggerà «posto che ogni monumento coordina alla propria unità figurativa lo spazio

circostante, tale spazio è naturalmente oggetto delle stesse cautele e dello stesso rigoroso rispetto

che il monumento stesso. E quindi categoricamente da escludersi (…)1'alterazione di ambienti

monumentali conservati nelle forme originarie e di quei complessi edilizi che, anche senza tener

conto di particolari elementi artistici, assurgono come soluzione urbanistica ad un valore storico ed artistico. (…)», e successivamente all’art.8: «Per ovvie ragioni di dignità storica e per la necessaria

chiarezza della coscienza artistica attuale, è assolutamente proibita, anche in zone non aventi

interesse monumentale o paesistico, la costruzione di edifici in "stili" antichi, rappresentando essi

una doppia falsificazione nei riguardi dell'antica e della recente arte». Inizia a delinearsi non solo la

coscienza che esista un valore degli ambienti al contorno degli edifici monumentali da

salvaguardare ma anche l’esigenza di comprendere come inserirsi all’interno di quel palinsesto

costituito dagli aggregati storici. L’approccio al centro storico, l’intervento su di esso e l’eventuale

inserimento di nuova architettura era la conseguenza anche di un nuovo approccio alla storia che se

da una parte vedeva l’apprezzamento trasformarsi in riproposizioni di architetture in stile, i revival,

dall’altra, in assoluto contrasto vedeva l’emergere di nuove forme come se il passato, per quanto

importante, fosse oramai chiuso e sterile, non più bagaglio al quale attingere ma peso del quale, pur

con rispetto, liberarsi. Su questa tabula rasa il movimento moderno fu pronto a scrivere e disegnare

la nuova architettura, che tenesse conto delle mutate esigenze, che si inserisse in una città

ugualmente pronta a soddisfarle: era ormai evidente l’impossibilità di una scissione tra architettura

ed urbanistica. Dal tumulto dei cambiamenti verificatosi a partire dalla fine dell’ottocento con

Wagner in Europa e proseguito in Italia con i dettami futuristi ed il razionalismo italiano, dalla

necessità di comprendere come le nuove città potessero essere organizzate e come le vecchie

potessero essere adattate alla società moderna, alle nuove tecnologie e alle nuove scoperte, venne la

necessità di un approfondimento collettivo che si tradusse nel IV Congresso Internazionale di

Architettura Moderna (CIAM), ad Atene nel 1933, con la Carta dell’Urbanistica, in cui,

approfondendo il legame tra architettura e pianificazione urbana si dibatte sul tema delle città

storiche esistenti e dell’inserimento della nuova moderna architettura al loro interno. Così nel

documento si legge che i valori architettonici devono essere salvaguardati (edifici isolati o insiemi

urbani) «se la loro conservazione non cagiona sacrificio per gli abitanti, che rimarrebbero in

ambienti malsani» (art. 65), “se sono l’espressione di una cultura anteriore e se rispondono ad

interessi generali”(art.66) e, infine si precisa che «l’impiego di stili del passato nelle costruzioni

erette in zone storiche, ha conseguenze nefaste. La conservazione di tale uso o l’introduzione di tale

iniziativa non deve essere tollerata in alcuna forma». Questa attenzione è però sempre subordinata

alla promozione, anche estetico-formale della nuova architettura: si precisa infatti che qualora si

dovesse agire su una lacuna, questo andrebbe necessariamente fatto con linguaggi moderni, a

differenza di ciò che la Carta del Restauro di Atene, nel 1931, promuoveva, ovvero di accordarsi,

nell’aggiunta, allo stile prevalente del luogo.

 

211 M. Giambruno, op.cit., pg.73.

212«In un discorso pronunciato nel 1881 Morris dichiara: “Il mio concetto di architettura è nell’unione e nella

collaborazione delle arti. E’ una concezione ampia, perché abbraccia l’intero ambiente della vita umana; non possiamo

sottrarci all’architettura finchè facciamo parte della civiltà, poiché essa rappresenta l’insieme delle modifiche e delle

alterazioni operate sulla superficie terrestre, in vista delle necessità umane, eccettuato il puro deserto. Né possiamo

confidare in una elite di uomini preparati chiedendo loro di sondare, scoprire e creare l’ambiente destinato ad ospitarci,

meravigliandosi poi dinanzi all’opera compiuta, apprendendola come cosa bella e fatta; questo spetta invece a noi stessi;

ciascuno di noi è impegnato a sorvegliare e custodire il giusto ordinamento del paesaggio terrestre, ciascuno con il suo

spirito e le sue mani, nella porzione che gli spetta”. Anche Ruskin aveva considerato l’architettura concernente gli

interessi di tutti, ma la definizione citata la svincola da ogni incertezza stilistica ed estetizzante per conferirle

un’apertura e un valore sociale da nessuno precedentemente attribuitole». (R. De Fusco, “L’idea di architettura. Storia

di una critica da Viollet-le- Duc a Persico, FrancoAngeli, Milano 2003.)

213 A. Bellini, Il restauro architettonico, citato in A. Pane, Quartiere del Rinascimentoa Roma;studi e proposte di

Gustavo Giovannoni, 1908-1918, in C. Di Biase (a cura di), Il Restauro e i Monumenti. Materiali per la storia del

Restauro, Libreria Clup, Milano 2003, pp.230-236.

 

214 G. Miarelli Mariani, Restauro urbano: un ponte fra sviluppo e conservazione, «Quasar» n. 23, 2000, pg.14.

215 F. Choay, op.cit., pg. 130.

216 Giovannoni parteciperà, durante i giorni della Conferenza, alla sezione dedicata alle “condizioni ambientali”, in cui

ritroviamo anche Brinckman, Maertens e Horta, dove si discute ed approva il punto VII della Carta, in cui si sancisce il

«rispetto per il carattere e la fisionomia della città, come atto indispensabile nell’opera di restauro anche di fronte a

grandi emergenze architettoniche». G. Zucconi, Dal capitello alla città, pg.42.

 

217 G. Giovannoni, Norme per il restauro dei monumenti, in «Bollettino d’arte», gennaio 1932.

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