Creato da saulferrara il 08/04/2012

Saul Ferrara

Diario di uno scrittore

 

 

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L'ultima influenza e altri malanni

Post n°7 pubblicato il 22 Febbraio 2013 da saulferrara

Pappagalli

Clemente alla fine aveva preso la sua decisione: “un bel pappagallo è l’animale che fa per me” aveva pensato ad alta voce mentre leggeva per l’ennesima volta la rubrica del settimanale di annunci gratuiti dedicata agli animali domestici. Era andato in pensione da qualche mese e la solitudine iniziava a farsi sentire; avrebbe preferito un bel cane, di quelli enormi, che scoraggiano i malintenzionati dall’ introdursi di notte nelle case per derubare anziani indifesi come lui, ma lo aveva ritenuto un animale troppo impegnativo e solo l’idea di uscire ogni mattina all’alba, con qualsiasi situazione meteorologica, per fargli fare i suoi bisogni, lo aveva subito fatto desistere. Il gatto, invece, non lo aveva neanche preso in considerazione perchè il piccolo felino era, secondo l’opinione comune, l’animale simbolo dell’ egoismo e Clemente non avrebbe mai vissuto nella stessa abitazione con un altro essere col quale condividere il suo peggior difetto. La pagina accanto a quella della rubrica era occupata dalle pubblicità dei vari allevamenti e dei negozi specializzati in questo o quell’altro animale e Clemente vide subito quello che gli interessava : “ da L’Arca di Noè trovi il pappagallo come lo vuoi tè” era l’accattivante slogan del negozio che si presentava come il più fornito della regione, con oltre cento tipi diversi di pappagalli e tutti addestrati. La parola “addestrati” sorprese positivamente Clemente, “così non devo neanche perdere tempo ad insegnargli a parlare” pensò l’uomo passandosi una mano sul mento. Il titolare del negozio L’Arca di Noè sembrava anche lui uno strano volatile: alto, magrissimo e con le spalle curve ricordava l’avvoltoio dei cartoni animati.“Posso aiutarla?”, chiese educatamente a Clemente, fissandolo con i suoi occhi spaventosamente sporgenti. “Vorrei acquistare un pappagallo”, rispose l’anziano, un po’ intimorito da quei bulbi oculari fuori dalle orbite, puntati addosso come due minacciose bocche di fucile. “Siete venuto nel posto giusto!”, disse orgoglioso l’uomo-avvoltoio, mostrando con un ampio gesto del braccio scheletrico una lunga fila di pappagalli comodamente appollaiati sui loro alti trespoli. Clemente rimase subito colpito da un volatile con una vistosa cresta rossa. “Mi piace quello”, disse indicandolo. “Signore, posso sapere qual’ è il suo orientamento politico? Mi scusi se glielo chiedo ma deve sapere che ogni pappagallo è stato addestrato in modo diverso per essere il più vicino possibile alle idee dei nostri clienti”, spiegò con tono professionale e gesticolando teatralmente l’uomo, assomigliando sempre di più ad una grottesca caricatura. Clemente rimase stupito da quella domanda e dopo qualche incomprensibile balbettio rispose. “Io ho sempre votato per la Democrazia Cristiana finché c’è stata, ovviamente, ed ora sono costretto a votare per il Polo della Libertà, anche se devo ammettere che non mi piacciono troppo… quelli sono tutti divorziati, altro che Casa della Libertà, quella è la Casa dei Libertini!”, disse l’anziano, ripetendo senza una pausa il suo collaudatissimo sermone politico. “Se ho capito bene la sua posizione, lei deve essere cattolico. In questo caso, mi dispiace ma quel pappagallo non è adatto”, disse il titolare del negozio muovendo davanti al volto stupito di Clemente un lunghissimo indice ossuto, come se fosse la bacchetta di un direttore d’orchestra. “Certo, sono cattolico, e non come quelli lì che dicono di esserlo solo prima delle elezioni. Caro signore, io sono rimasto vedovo giovanissimo ma non mi sono mai risposato e le occasioni non mi sono certo mancate. Sono rimasto fedele alla mia povera Clotilde anche dopo che è andata in cielo. Quegli zozzoni dei politici tradiscono le mogli con i travestiti o le lasciano per sposarsi delle vallette che potrebbero essere le loro figlie!”, disse Clemente, con tutta l’indignazione di cui era capace. “Concordo con lei. Comunque, tornando a noi, quel pappagallo, come le ho detto, non è adatto e ora le do una piccola dimostrazione”. L’uomo poi rivolse il suo sguardo da extraterrestre verso il pennuto dalla cresta rossa e disse: “Carlo, Dio mio, oggi sei bellissimo!”“Dio non esiste e la religione è l’oppio dei popoli”, rispose gracchiando il pappagallo per poi subito mettersi a cantare il ritornello di Bandiera Rossa.“Per favore, lo faccia smettere!” urlò inorridito Clemente tappandosi le orecchie con le mani. “Carlo, basta così!” ordinò il negoziante e poi, posando una mano sulla spalla di Clemente lo rassicurò “Tranquillo, ho quello che fa per lei”. Poi si avvicinò ad un trespolo dove stava aggrappato un pappagallo dalle piume azzurre. “Faccia attenzione”, bisbigliò, invitando Clemente all’ascolto, per poi subito rivolgersi al piccolo pennuto con la stessa frase usata con il primo. “Pio, Dio mio, oggi sei bellissimo!”. “Non nominare il nome di Dio invano e chi ti loda è tuo nemico”, rispose prontamente l’uccello con una vocina da bambino rauco. “Lo prendo!” esclamò l’anziano pensionato entusiasta. Clemente, appena arrivato a casa, sistemò il trespolo con il suo nuovo amico volatile accanto alla sua poltrona preferita. “Ora mi preparo la cena e poi ci guardiamo un po’ di televisione. Va bene, Pio?” disse l’anziano, felice di non dover più parlare da solo come un povero pazzo. Si cucinò una razione di pasta alla carbonara così abbondante che sarebbe bastata a sfamare una squadra di operai dell’ANAS. Sistemò l’insalatiera stracolma di cibo sul tavolino, davanti alla sua poltrona preferita, e mentre con la mano sinistra stringeva il telecomando abbandonandosi ad un febbrile zapping, con la destra, armata di forchetta, iniziò ad avvolgere un grosso gomitolo di spaghetti. Ma proprio quando stava avvicinando quella fumante palla di pasta e pancetta alla bocca spalancata, il pappagallo lo fermò. “Gola, quinto vizio capitale, abbandono esagerato ai piaceri della tavola. Finirai all’inferno. Sì, sì, dritto dritto all’inferno”, disse severo il pennuto. A Clemente gli si strinse subito la gola, nessuno in tanti anni aveva mai messo in discussione il suo essere un buon cristiano, praticante ed attento osservatore di tutti i precetti. Tornò in cucina e, posata a malincuore la peccaminosa insalatiera sul tavolo, prese un pacchetto di crackers. L’anziano, poi, tornò ad accomodarsi sulla poltrona ed iniziò a consumare quel pasto frugale, entendosi sempre sotto il controllo vigile del volatile, il quale, quando fu chiaro che Clemente non avrebbe mangiato altro, iniziò a muovere il becco su e giù per dimostrare la sua approvazione. Dopo una ventina di minuti, con lo stomaco vuoto che brontolava, si addormentò davanti alla televisione accesa. Quando si svegliò erano le tre del mattino, l’ora in cui una piccola rete televisiva locale trasmetteva un programma hard. Clemente sintonizzò la televisione su quel canale e tolse il volume, poi, con la coda dell’occhio guardò il pappagallo appollaiato sul suo trespolo. “Quel maledetto uccellaccio sta dormendo”, pensò, pregustando le grazie di una spogliarellista bionda che ancheggiando lascivamente si stava sfilando il microscopico perizoma che rappresentava tutto il suo abbigliamento. “Lussuria, terzo vizio capitale, eccessiva dedizione al piacere delle carne. Finirai all’inferno. Sì, sì, dritto dritto all’inferno”, gracchiò Pio con la furente passione di un fanatico predicatore del medioevo. “Se non la finisci di parlare, stupido pennuto, ti mando io dritto dritto all’inferno!” urlò Clemente balzando in piedi e brandendo il telecomando come se fosse un coltello. Ma Pio, per niente spaventato dalla reazione dell’anziano, continuò con la sua predica. “Ira, sesto vizio capitale, il lasciarsi prendere facilmente dalla collera. Finirai all’inferno. Sì, sì, dritto dritto all’inferno”. Clemente aveva alzato la mano che stringeva il telecomando sopra la testa, pronto a colpire il pappagallo dall’alto con un micidiale fendente, ma alla fine riuscì a fermarsi. “Non ti tiro il collo perché mi sei costato trecento euro, ma domani mattina ti riporto dove ti ho preso”, disse tra i denti il pensionato schiumando per la rabbia. “Avarizia, secondo vizio capitale, l’eccessivo attaccamento al denaro. Finirai all’inferno. Sì, sì, dritto dritto all’inferno”, rispose il pappagallo con il suo solito tono di voce. “ Ma perché non ho comprato un cane!? Un bel  pechinese come quello che ha il mio vicino!” urlò a squarciagola Clemente, ormai vicinissimo all’infarto. “Invidia, quarto vizio capitale, il malsano desiderio delle cose degli altri. Finirai all’inferno. Sì, sì, dritto dritto all’inferno”, gracchiò nuovamente Pio come un disco che salta nello stesso punto, ripetendo continuamente le medesime parole della canzone. A quel punto il povero pensionato perse completamente il lume della ragione ed iniziò a rovesciare i mobili ed a lanciare qualunque cosa gli capitasse tra le mani. Clemente, dopo aver distrutto completamente il salotto, stremato dallo sforzo finì a terra privo di sensi. Alle prime luci del mattino, una voce lontana iniziò a cantilenare, finché, Clemente non aprì gli occhi. "Accidia, accidia”, ripeteva insistentemente la voce. Clemente si sentiva confuso e non riusciva a ricordarsi perché si trovasse sdraiato sul pavimento del suo salotto, o, per meglio dire, di quello che una volta era il suo salotto, visto le disastrose condizioni in cui versava. Sembrava che una tromba d’aria fosse passata da lì sparpagliando ogni cosa, dalla più piccola stoviglia al mobile più voluminoso. Ma la voce assunse l’inconfondibile tono da invasato predicatore e Clemente capì subito chi fosse a parlare, ricordandosi tutto quello che era accaduto qualche ora prima. La fine della sua noiosa ma tranquilla vita da pensionato era stata causata da quel fanatico pennuto e se non voleva impazzire doveva sbarazzarsene il prima possibile. “Accidia, settimo vizio capitale, l’ozio e la scarsa voglia di fare. Finirai all’inferno. Sì, sì, dritto dritto all’inferno”, disse con voce saccente il pennuto. “Senti, piccolo Torquemada col becco, ora ci facciamo una bella passeggiata”, rispose Clemente, con la voce impastata dal sonno. Quando il titolare de “L’Arca di Noè” vide entrare nel negozio Clemente con trespolo e pappagallo annessi, non sembrava credere ai propri dilatatissimi occhi. “Che cosa è successo?” domandò sorpreso “Niente, solo che vorrei cambiare questo pappagallo con quello comunista, mmm… cioè, volevo dire, con quello con la cresta rossa. Sa, il rosso è il mio colore preferito”, balbettò Clemente mentre, posato il trespolo con il Pio, prendeva quello occupato da Carlo. “Signore, ho il dovere di avvertirla, Carlo è addestrato anche a bestemmiare”, disse l’uomoavvoltoio. “Meglio così!”, rispose secco Clemente, suscitando un’ altra ondata di stupore nel titolare. “Come meglio così!? Ma lei non è cattolico!?” chiese sbarrando quei suoi stranissimi occhi che sembravano pronti a cadere da un momento all’altro, come quelli delle maschere di carnevale. “Sì, sono cattolico, ed è per questo che voglio l’altro pappagallo, è mio dovere portare verso la retta via quelli che l’hanno perduta”, rispose Clemente, dirigendosi velocemente verso l’uscita con il pappagallo comunista. Clemente e Carlo erano appena usciti dal negozio quando la voce di Pio li raggiunse, tuonando minacciosa. “Superbia, primo vizio capitale, quando un uomo ritiene di essere superiore rispetto ad un pappagallo.”

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