QUELLI DELL'83

Associazione di Volontariato

 

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ATTO COSTITUTIVO E STATUTO Q83

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Costituzione

I soci fondatori si sono riuniti e di comune accordo hanno costituita l'Ass. di Volontariato “Quelli dell’83. L’esperienza della nostra associazione parte da lontano e dal metodo scout.

Scopi dell'associazione

L’associazione opera negli ambiti: a) socio-assistenziale; b) sanitario; c) tutela e promozione dei diritti; d) tutela e valorizzazione del patrimonio ambientale; e) attività educative e formative; f) attività turistiche e culturali e di tutela e valorizzazione dei beni culturali; g) protezione civile; h) educazione alla pratica sportiva e attività ricreative.In particolare, scopi dell'associazione sono:di intervenire in tutti gli ambiti sociali, culturali e turistici per eliminare i gap esistenti sul territorio

Caratteri e principi ispiratori

L'associazione ha carattere volontario e opera esclusivamente per fini di solidarietà; è apolitica e apartitica; non ha fini di lucro; garantisce la democraticità della struttura, l'elettività e la gratuità delle cariche associative, la gratuità delle prestazioni fornite dai soci volontari.

 

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LA VITA DI KALEN

Post n°295 pubblicato il 15 Gennaio 2010 da quellidell83
Foto di quellidell83

Suor Maria Regina corse trafelata alla mia capanna e quasi gridando mi disse: “vieni, padre, c’è bisogno d’aiuto”.
Mi infilai addosso la prima cosa che mi capitò sotto mano e corsi verso l’ambulatorio.
C’erano tante donne ad attendermi e tutte mi guardarono con occhi pieni di dolore.
Entrai nella piccola sala e trovai sul lettino una bambina quietamente addormentata, chiesi a Suor Maria Regina cosa potevo fare e lei mi disse guardando la bambina: “Aiutala a lasciare la sua terra e a raggiungere gli spiriti dei suoi antenati con il cuore leggero”. Suor Maria Regina è una donna forte, apparteneva alla tribù più feroce delle montagne della Papua Nuova Guinea, ora è diventata tenerezza piena.
Mi avvicinai alla piccola donna distesa sul lettino, sentivo la rabbia invadere ogni parte di me, non trovavo cosa dire. Le toccai le mani, aprì gli occhi e dolcemente mi sorrise.
Era Kalen, la bambina che scendeva a valle ogni settimana insieme alla mamma con la grande sacca sulle spalle, per vendere le patate dolci che la sua tribù coltivava lassù in alto, vicino al cielo.
Conoscevo la sua storia, sapevo del suo dolore, avevo partecipato alla sofferenza della sua tribù quando era stata rapita e violentata mentre cercava rifugio tra i filari delle piante del caffè, mentre intorno a lei scorreva il sangue della sua tribù attaccata da quella della valle. Kalen aveva avuto paura, aveva lasciato la sua sacca ed era corsa dove sperava di essere salva. Tra le piante colme dei frutti del caffè l’aveva trovato un uomo che le aveva offerto rifugio nella sua capanna.

Kalen fu ritrovata alcuni giorni dopo, abbandonata lungo il fiume Waghi, affamata, ferita e vilmente abusata per giorni e notti.
Fu portata all’ambulatorio della missione per essere visitata e medicata. Suor Maria Bernarda, l’infermiera, ci fece capire quello che Kalen aveva subito e ci chiese di pregare perché la bambina potesse superare lo shoc della brutalità subita.

Avevo sempre temuto per le bambine dei monti quando scendevano a valle per poter scambiare il loro raccolto con qualche scatola di pesce o degli indumenti usati.

Avevo sentito dei rapimenti delle bambine e delle violenze che subivano se venivano trovate sole a prendere l’acqua al fiume o la legna nella foresta.

Avevamo detto loro di stare attente, di non allontanarsi troppo, di non fidarsi di persone che non conoscevano, ma l’imprevisto aveva portato Kalen lontana dagli altri, in balia della bestialità.

Kalen era tornata al villaggio, dalla sua tribù, aveva ripreso la vita di sempre, ma un male si stava impossessando di lei senza che lei se ne accorgesse.

La mamma l’aveva portata a valle, da Suor Maria Bernanda, per farla visitare. Erano trascorsi tre anni dall’aggressione subita. La suora aveva capito subito di cosa si trattava, aveva fatto le analisi e il risultato era stato che Kalen era stata infettata dal virus dell’HIV durante la violenza subita.

Le suore l’aveva tenuta con loro, non era tornata alla sua tribù dei monti. L’avevano curata con tutte le medicine che avevano, ma era tardi. Nel tempo che Kalen era rimasta alla missione era diventata cristiana, aveva accettato di perdonare chi gli aveva trasmesso il virus della morte.

L’avevo battezzata con il nome di Maria Goretti, le avevo raccontato la storia della piccola ragazza italiana che era stata uccisa per difendere la sua verginità. Le avevo detto che ora anche lei era una santa.
Quella sera Kalen dopo che ebbe ascoltato il Vangelo che diceva: “Il Regno dei cieli è fatto per i bambini”, si addormentò nel Signore con la sicura speranza che Gesù l’avrebbe risvegliata per farla ancora correre lietamente tra le montagne della sua tribù, dove l’uccello del paradiso vola libero e felice, dove gli alberi sono tra cielo e terra, dove la sua casa è sulla cima più alta dell’albero più bello della foresta.

Si addormentò sicura che i suoi antenati l’attendevano per farla diventare spirito dell’acqua del fiume, delle rocce possenti che danno il fuoco, degli alberi che danno frutti e sostegno alle loro capanne, della sua tribù perché avesse forza, del suolo perché producesse spontaneamente le patate dolci, dei guerrieri perché cacciassero il cinghiale quando la sua tribù celebrava la gioia di essere libera.
Vicino a quel lettino dell’ambulatorio di Banz, Suor Maria Regina, Suor Maria Bernarda ed io facemmo una promessa: andare sulle montagne, tra le tribù dei monti, ad informare, aiutare e curare tutte le persone che inconsapevolmente, o a causa di violenze, erano state infettate dal virus dell’HIV/AIDS.
Sapevamo che lo spirito cattivo stava distruggendo le persone più innocenti della terra, sapevamo che nessuno aveva parlato loro dello spirito malvagio dell’HIV/AIDS, sapevamo che era tempo di proteggere le nuove generazioni, sapevamo che era tempo per tutta la missione di intraprendere un nuovo impegno: portare la vita dove lo spirito infame di questo male stava distruggendo l’esistenza di un popolo che era vissuto nell’innocenza fino quando la cupidigia e la viltà dell’occidente non l’aveva scoperto e degradato.
Abbiamo già cominciato ad andare su per le montagne portandoci appresso gli strumenti per fare le analisi, per cercare e trovare dove è già arrivato lo spirito maligno del virus dell’HIV/AIDS, ma siamo ancora tanto lontani dal raggiungere tutti.
A voi chiediamo di aiutarci a salire le montagne, a darci la possibilità di informare le popolazioni, che vivono lassù, del male che sta serpeggiando tra loro, a scovare questo nemico mortale, ad isolarlo, a mettere le mamme in grado di non trasmettere l’infezione ai propri figli.
A Voi chiediamo di aiuatarci a portare la vita dove si sta insinuando la morte.
Voi potete aiutarci a compiere la missione per cui siamo stati mandati ai confini della terra: Dare la vita, una vita abbondante a tutti in nome di Gesù Cristo.
Vi stendiamo la mano perché senza il vostro contributo non riusciremo mai a fare quello che Dio vuole: Portare la vita dove si è insinuata la morte.

don Ciro Biondi

 
 
 
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Data di creazione: 14/10/2007
 

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“ PREMIO GIGLIO DELLA BONTA’ “

L' Associazione di Volontariato “ Quelli dell’83 “ , in collaborazione con il Comune di Nola, si propone di diffondere e consentire l'approfondimento della cultura della bontà  e bandisce un concorso annuale, denominato  "Premio Giglio della Bontà", avente come destinatari gli alunni delle scuole d'ogni ordine e grado (materna, elementare e media inferiore) del Comune di Nola. Considerato che un premio per l’impegno generoso e disinteressato di “farsi carico dei problemi degli altri”, è un segno tangibile dedicato alle persone semplici che compiono gesti di semplice umanità verso il prossimo spontaneamente, senza lodi e senza attese, oltre la professione, la vocazione, la parentela; nell’intento di ribadire che il progresso dell’umanità è dovuto anche alla moltitudine di persone anonime e responsabili che compiono il loro dovere e senza esitazione:diventa quindi un’occasione per diffondere l’approfondimento della cultura della bontà, il tutto rivolto agli alunni delle scuole d’ogni ordine e grado ( materna, elementare e media inferiore) perché nei giovani l’esperienza del bisogno, della malattia, del disagio, della sofferenza,dell’invalidità, dell’handicap – fisico e/o psichico è una vera e propria scuola di vita che dimostra i limiti della condizione umana. L'esperienza del bisogno, della malattia, del disagio, della sofferenza, dell'invalidità, dell'handicap - fisico e/o psichico, interessa tutti, anche i giovani e i bambini. E' una vera e propria scuola di vita che induce a sperimentare i limiti della condizione umana: limiti non solo fisici, ma anche psichici, relazionali. Pertanto, i criteri scelti per l'assegnazione del Premio valorizzeranno l'impegno generoso e disinteressato di "farsi carico dei problemi degli altri".
 

SEMEL SCOUT, SEMPER SCOUT !!!

 

II PREMIO GIGLIO DELLA BONTA'

 

Foto di quellidell83

 

GIUGNO NOLANO 2008

 

SEDE 1° PREMIO BONTA'

 

I° PREMIO GIGLIO DELLA BONTA'

 

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