Twin Peaks
Il mio diario segreto (ma non sono Laura Palmer)| « Angelo Custode | Racconti metropolitani » |
SULLA SABBIA
Nel buio della notte, quando le voci si spengono e i rumori si affievoliscono, è lì che il palpitare del mio cuore diventa più forte.
La sabbia sotto i miei piedi era umida e fresca.
In lontananza vedevo il grande cilindro della centrale elettrica con le luci rosse sulla sommità. Come un faro mi indicava la direzione.
Alle mie spalle il sole era sceso, del suo tepore rimanevano soltanto lievi raggi arancio che sparivano lentamente dietro il promontorio dell’Argentario.
Camminavo lentamente e le onde accompagnavano i miei passi.
Avevo incontrato Roberto due anni prima, in autunno, ad una festa. Era stato un incontro fugace, ma intenso. Prima di lasciarci chiesi il numero e lui mi mandò un messaggio. “Ti ricorderai di me?”.
“Difficile dimenticare una persona come te” fu la mia risposta.
Mentre camminavo mi suonavano in testa parole e pensieri che avrei voluto scrivere e rendere immortali. Potevo fermarmi a scrivere sulla sabbia se avessi potuto e se ciò avesse avuto una sua utilità, ma scrivere sulla sabbia è da sciocchi. Le onde spazzano via tutto ciò che incontrano e se avessi scritto anche solo una parola, questa sarebbe stata cancellata per sempre.
Avevamo deciso di fuggire dalla città per un fine settimana.
Ci saremmo concessi un tranquillo weekend in Maremma; sole, mare, silenzio, tranquillità.
Avremmo dormito in macchina per risparmiare sull’alloggio e la mattina saremmo arrivati presto in riva a guardare gli uccelli pescare e imprimere per primi le proprie orme sulla sabbia grigia.
Arrivammo la sera poco prima del tramonto. Camminammo un po’ per cercare un posticino tranquillo e appartato.
Qualcuno prima di noi aveva costruito una capanna con delle canne e dei rami portati da una mareggiata, aggiustammo ciò che ne rimaneva e ci sedemmo là. Tirai fuori il libro che avevo comprato il giorno prima in stazione mentre andavo da Roberto, lui invece prese la matita e continuò il cruciverba che aveva iniziato mentre aspettava che il trenino mi portasse a destinazione.
Eravamo soli sulla spiaggia, ci abbracciammo. Facemmo l’amore con desiderio e passione come fosse la prima volta. Una volta finito ci stendemmo sul telo e restammo abbracciati ad attendere che il sole si spegnesse nel mare.
Il sole scese e prima che il buio ci avvolgesse decidemmo di tornare indietro.
Era molto che non percepivo una tale complicità fra noi. Avevo un continuo bisogno di certezze, di conferme da parte sua, dei suoi sentimenti, delle sue intenzioni con me. Sentirlo così vicino avrebbe dovuto rendermi felice e contento, ma per quanto assurdo possa sembrare, ogni volta che lui si avvicinava a me, mi assaliva una paura, una forte smania di evadere prima che il tutto peggiorasse e io perdessi ciò che avevo finalmente trovato.
Immaginavo che quello stato di grazia non potesse durare a lungo, che fosse in realtà effimero e il solo modo per non farmi illusioni era fuggire prima di crederci abbastanza da rimanerne irrimediabilmente coinvolto.
Dopo appena tre passi mi girai verso di lui e gli sussurrai nell’orecchio “Ti voglio bene, ti aspetto al parcheggio, ci vediamo dopo”.
Lui mi guardò con tenerezza e sembrò dirmi “Va bene”.
Mi incamminai sentendo il vento che muoveva delicatamente la mia camicia. Dei pescatori avevano piantato le canne nella sabbia e all’estremità avevano agganciato degli indicatori fluorescenti. Se un pesce avesse abboccato l’indicatore avrebbe cominciato a muoversi insieme alla punta della canna e il pescatore avrebbe gioito di non aver atteso inutilmente.
Camminavo chiedendomi il perché di tante cose.
Perché ero su quella spiaggia. Perché la vita a volte ci passa attraverso e noi non ci accorgiamo di quanto importanti siano le nostre scelte.
Mi chiedevo se questa felicità sarebbe durata un giorno, una settimana, una vita o forse solo un minuto. Giusto il tempo di rendermene conto.
Solo a distanza di tempo mi rendo conto che quello era un momento di assoluta felicità, una felicità che sarebbe scomparsa come aveva fatto il sole nelle onde poco prima.
Mi voltai. Dietro di me, a qualche minuto di distanza, scorgevo la sagoma di Roberto e la sua camicia bianca.
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