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Post N° 27
Post n°27 pubblicato il 14 Marzo 2007 da SmokinDoll
Tre… due… uno… boom! Ed erano giunti al nuovo anno, tra bicchieri di plastica semivuoti, abbandonati in giro per il locale, e canzoni famose -quanto la loro banalità- a riempire la stanza già fitta di odori nauseanti e patatine sbriciolate. Avevano di nuovo saltato in sincronia la recinzione calendarizzata. Anche stavolta insieme. Il posto era come sempre uno schifo, ma l’importante era che ancora una volta festeggiavano l’una a fianco dell’altro. Ancora una volta respiravano l’aria dell’anno nuovo nello stesso luogo, vicini, sotto lo stesso cielo illuminato a giorno dai colori dei fuochi artificiali. Se lui avesse saputo quanto tempo le ci era voluto per abbellirsi così… tutta la settimana a cercare qualcosa di sexy ed elegante da indossare, poi la parrucchiera, e l’estetista per la ceretta… Pensava che forse l’avrebbe apprezzata di più, se avesse saputo cosa e quanto le era costato il risultato di tanta fatica. Ammesso lui lo vedesse, quel risultato. Forse avrebbe voluto fare l’amore con lei anziché con sua moglie, per una volta. Forse si sarebbe accorto di quanto lei l’amava, anziché continuare a pensare che li univa un’amicizia inattaccabile. Tutti ballavano intorno, infilati nei loro vestiti di poliestere e sudore luccicanti, tranne loro due: lui a chiacchierare col cameriere del caso, lei a piangere in bagno ogni mezz’ora. Nei tempi morti qualche pettegolezzo inutile con gli altri partecipanti alla festa e innumerevoli brindisi insensati. Così, uscita dal bagno con gli occhi gonfi e il naso arrossato, lo cercò con lo sguardo tra i tavoli di fòrmica addobbati per l’occasione con tovaglie rosse di carta-tessuto, e dopo averlo scorto, aggrappato al bancone del bar mentre tentava di farsi versare l’ennesimo Lagavulin non compreso nel menù fisso, si avvicinò: “Che ne dici di andarcene? Ti accompagno io, sei ubriaco marcio…” Fu in quel momento preciso che decise che avrebbe approfittato di lui quella notte. E visto che fino a quel momento non se l’era mai concesso, l’avrebbe scopato fino a stremarsi. Una volta per tutte, senza preoccuparsi troppo di cosa questo avrebbe comportato. Per una volta avrebbe pensato solo a se stessa. Lui non avrebbe mai immaginato le sue intenzioni, nè avrebbe opposto resistenza, e il giorno dopo non avrebbe ricordato più nulla. O almeno questo è ciò che lei credeva. Due mesi dopo il loro orgasmo notturno, consumato energicamente su un’utilitaria ora rottamata - non più utilizzabile quindi per le indagini - era in stato di arresto. S’era beccata dodici anni, undici con l’attenuante. Le lacrime le aveva finite, oramai. I suoi pianti avevano lasciato il posto a languidi sospiri di nostalgia e rammarico, ma l’avrebbe fatto di nuovo se avesse potuto. L’avrebbe amato ancora, ancora e ancora. Più forte, più a lungo, più appassionatamente. Solo forse stavolta sarebbe stata più attenta a togliere quel pezzo di sushi che le si era conficcato nel tacco, quello delle scarpe nuove, lo stesso che l’aveva ucciso, strappandogli il fiato e la vita sul sedile del loro talamo d’acciaio.
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