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Post N° 39

Post n°39 pubblicato il 08 Giugno 2007 da SmokinDoll

 

IMG: Karin Arink - De Verstrengelden
 

  


Bianco. Bianco e muffa. Bianco e crepe. Bianco e reminiscenze salmistrate. Seguitava a pensare, a trapanarsi la mente con flashback pastorizzati e schegge di umori cristallizzati come piccole scaglie di colla che gli trapassavano il cervelletto, eppure quel soffitto rimaneva sempre troppo grande, troppo esteso, troppo candido. Non mutava, non si riempiva, non s’imbrattava di discarichi nonostante i suoi sforzi. Tutto quello che c’era da dire lo poteva solo sentire. E intanto si sfiniva interrogandosi sull’ipotesi che gli altri lo sapessero, che qualcuno avesse visto tutto. Se così fosse stato, allora era sicuro che, anche in quel momento, da qualche parte, tutti quelli del suo mediocre giro di conoscenze ne stavano sicuramente chiacchierando, sguaiatamente, come tacchini che starnazzano convulsamente tra le pareti di un vecchio pollaio al neon, decretando per sempre la sua condizione fortuita quanto definitiva di reietto.

 
Nient’altro che l’ennesimo riflesso di una vita scialba, proiettata su uno specchio male alluminato.
 
Venerdì fuori a farsi un paio di shots e guardare qualche culo flaccido nascosto malamente sotto una minigonna. Poi sabato, appena dopo pranzo, la solita scorribanda da spavaldi pocodibuono in centro per scolarsi le prime birre della giornata dopo un rapido passaggio in officina da Phil, e poi giù al locale come ogni fine settimana che si rispetti, in anticipo come sempre sull’orario d’apertura. Tanto al Moisture oramai avevano smesso di fare storie da un pezzo, pur di non farsi imbrattare di piscio e pittura le pareti dell’ingresso per l’ennesima volta.


Immancabilmente la situazione s’era trasformata come sempre nella solita sera con le solite facce, le solite battute, i soliti drink, i soliti culi. Come soliti erano i jeans che indossava quella sera, che gli comprimevano il pacco come se si portasse in giro un prosciutto intero tra le gambe, e un flusso ormonale inarrestabile che lo cavalcava ora sordido ora fanciullesco, standosene in groppa all’alcool che beatamente se ne andava in giro per il suo corpo:
 

“Cazzo, stasera non si respira proprio qui dentro.. Manco c’avesse chiusi in un sacco di cellophane quello lassù..”
 

[...]
 

“Si, è veramente uno schifo di posto, dovremmo sfasciarglieli del tutto i convettori al ciccione, così almeno staremmo soffocando per un motivo valido, cazzo..”
 

“Già, hai ragione..  Maledettamente ragione.. Si, ragione si..“
 

[...]
 

“Che poi ogni fine settimana io glielo dico che qui non ci voglio più venire.. Che qui ormai le facce e le tette sono sempre le stesse; di quelle che mi sono già scopato e quelle che non me la daranno mai. Io c’ho voglia di cambiare aria, cazzo..”
 

“Giuro che stasera è l’ultima volta che ci vengo in questo schifo di buco, porcavacca.. Col cazzo che mi vedono ancora..”
 

“Ti ricordo che hai detto la stessa cosa anche sabato scorso, idiota.. E siamo ancora qui a menarcelo, ognuno con la sua lattina in mano..”
 

[...]
 

“Già, cazzo.. Ormai mi fa male a forza di sdrucirmelo con le mani che mi ritrovo..”
 

“Hahahahaha.. idiota! Hai le mani ruuuuuvide tesoro?! Dammi qui che ti metto un po’ della mia cremina.. Hahahahaha.. anzi no, prendi questo, prenditela, che a me non dispiace l’attrito dei calli! Fffffh..”
 

“Maccheccazzo dici?!Finiscila di sparare idiozie e vai a prendere un altro paio di birre, pezzo di scemo, me ne devi almeno otto litri..”
 

Già la situazione s’era fatta chiara, nonostante fosse ancora presto. Ultimamente accadeva spesso, e da parecchio tempo tra l’altro. Il dj avrebbe fatto girare in loop le solite tre cazzate  pro- dimenìo etilico. Di lì a poco Samo si sarebbe trascinato fuori a vomitare e lui non aveva affatto voglia di scarrozzarlo a casa inalando i suoi miasmi agrodolci. E poi lui, anche quella sera, soprattutto quella sera, voleva disperatamente ficcare il suo coso da qualche parte, in una piccola tasca tiepida e profumata di sesso, come non gli succedeva da troppo. Il problema era trovarla, quella tasca. Anche perché l’alcool adesso gli era salito abbastanza da catapultarlo nelle sue stesse disinibite proiezioni sessuomani protobarocche, ma troppo per improvvisare qualche aborto di corteggiamento spray con una femmina iperfragrante.


Per un attimo e mezzo il suo sguardo lesso incrociò quello del suo amico Samo che tentava di rantolare fuori della porta di sicurezza, pronto a riversare a terra se stesso e tutto ciò che il suo stomaco conteneva. Fu in quello stesso istante che realizzò l’avvenimento del suo prossimo rifornimento carnale. Con una determinazione mai tastata prima trovò istantaneamente soluzione a quell’esecrabile pulsione. Ora, tra le sue cosce ammorbidite dai drink, un’erezione inarrestabile si faceva furiosamente strada tra i corpi accaldati che aveva bramato fino a poco prima, dirigendo la sua carcassa barcollante verso l’uscita posteriore del locale.. e del suo amico.


Era sicuro che non avrebbe potuto trovare un posto migliore, quella sera, per mettere al riparo tutto il suo dolore. Un mazzo di calami irrorati di violenza, trasporto e tenerezza ben assestati all’occhiello del suo  fugace desiderio violaceo.

 

 
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