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Post N° 44

Post n°44 pubblicato il 19 Luglio 2007 da SmokinDoll

 

 

 

 

 

afa, torpore, umidità, spossatezza, caldo, sudore, noia. quelli i nomi dei suoi amici che negli ultimi giorni le facevano compagnia. gli altri non si vedevano da un pezzo, persi tra il brilluccichìo in fondo alla strada, le gonne gitane e le camicie stirate bene, le zeppe di sughero e i rossetti color carne che non danno troppo nell’occhio, i trepperdue e le tanto sospirate vacanze che io me le merito. ultimamente poche parole l’accoglievano quando rientrava dal lavoro, rare conversazioni accompagnavano il suo ciondolare scemo per le stanze torride, se non quelle con lo specchio, colle pareti, col lavandino, con gli elefantini di vetro portafortuna che le regalavano i vuccumprà. a certi vuccumprà piace essere chiamati vuccumprà. a lei non piace quel nomignolo, però per farli contenti a volte li chiamava così, dopo aver chiesto loro se gli piaceva. forse anche per questo lei piaceva parecchio ai vuccumprà, tanto che ogni volta che ne incontrava uno ci guadagnava un elefantino. a volte in casa cianciava per ore, altre polemizzava su tutto, altre ancora cantava e basta. c’era abituata, al fatto che a volte solo i silenzi grevi riempissero come carcasse accatastate le sue stanze, e non le dispiaceva. quel giorno però tutto si era fatto più lento, madido, sfocato. “but.. no problem, that’s summer” si ripeteva. d’altronde quella era la vita che lei stessa aveva scelto, e c’aveva messo così tanto a guadagnarsela che abbandonare tutto le pareva come sputare una cucchaiata di amarene masticate con tutte le sue forze sulla crema di fatica che aveva appena finito di preparsi. pure questo si ripeteva spesso, e a volte non ne era proprio convinta del tutto, ma ci credeva. quel giorno, poco dopo il rientro, si stese lentamente sul vecchio divano del nonno che sapeva ancora di lui nonostante i mille bagni di sapone. lo faceva spesso, come un rituale.. così il nonno la poteva coccolare. a volte ci rimaneva per poco, altre per ore ed ore, a fissare il soffitto e le sue macchie come paralizzata dai suoi stessi pensieri, a sceverare incrinature, ragnatele e accenti persi nell’aria; ogni tanto poi, le capitava di scattare in piedi di colpo, come presa da una sconosciuta urgenza, e iniziare a riordinare i libri sugli scaffali, rimettere a posto i cd nelle custodie originali o scrivere i titoli dei pezzi su quelli masterizzati. a volte riusciva persino a cucinare il niente che aveva nelle dispense nell’attesa di un imminente banchetto con se stessa come ospite d’onore. le piaceva stare li, tra le sue cose, i suoi ricordi, le sue gioie mute e le sue angosce anche, che facevano cucù dai cassetti, dagli armadi, da sotto il letto e pure dal cesso. in fondo sola non era, tranne quel giorno che, dato che star sola non le dispiaceva, diciamo si sentiva abbandonata. dopo essersi sdraiata per un po’ sul divano le venne in mente di alzarsi, dato che tanto prima o poi avrebbe dovuto farlo: mise un bel po’ di talco dentro le sue scarpe grigie, tanto che tossì per quanto ne aveva messo. poi ci infilò i piedi e strofinò le dita per un po’. le piaceva strofinarsi le dita, specie quelle dei piedi. si liberò poi delle scarpe e cominciò a passeggiare per casa coi piedi infarinati, lasciando orme qua e la, per tutto il pavimento di casa. ecco, ora non era sola nemmeno quella sera, ne tantomeno abbandonata. non lo era mai, ne lo era mai stata in realtà, solo che quella volta, a differenza delle altre, tutti i suoi amici li poteva veder passeggiare e piroettare in giro per casa insieme a lei e agli elefantini di vetro.

 

 

*IMG: "Bored Talcum", (sono) scattata a Giugno 2007

 

 
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