A volte mi domando se è una cosa che presto o tardi han fatto tutti, oppure no. Una collezione personale di piccole pazzie caratteristiche degli adolescenti, intendo. Vero è che c’è anche chi le cazzate tipiche di quel periodo le fa a trent’anni e più, dato che -purtroppo o per fortuna- non è mai troppo tardi, ma non credo abbiano lo stesso sapore. Che poi ogni tanto me lo chiedo ancora, se le nostre erano davvero mezze follie, o se solo io, insieme alla mia sempre magra ghenga di associati, le considero tali.. un po’ come le grandi conquiste che ognuno attribuisce alla propria esistenza. Sono convinta però che se mi mancano, i miei compari e quelle esperienze, significa che erano diverse dalle persone che ho attorno oggi e dalle cose che faccio ora, che raramente ricordo con una tale nostalgia; se ci penso con una simile malinconia è perché mi emozionavano, mi regalavano brividi veri, mentre adesso di brividi non ne ho più molti, se non quando la caldaia si rompe e resto al freddo come stasera, quando pago setteuroesettanta per andare a vedere un film e poi sento dire che il cinema oggi è svalutato e non riceve più il giusto interesse, o quando inaspettatamente pesco nell'aria un odore che mi riporta lontano nel tempo. Considerazioni, queste, che nascono prive di cadenza precisa e riaffiorano senza permesso, quando meno me l’aspetto, senza richieste della memoria o nessi particolari con la realtà. Adesso, ad esempio, mi torna in mente che nel periodo tra la tarda adolescenza e la chimerica maggiore età ho avuto amicizie fortissime, viscerali, che rispetto a quelle d’adesso non c’è paragone, con persone di volta in volta estremamente diverse a seconda della mia fase vitale, e della loro, ovviamente. Chissà dov’è finita tutta quella gente. E chissà dov’è finita quella me. Mi viene da sorridere, di contentezza ripensando ad allora, di tenera rassegnazione riflettendo su chi rappresenta davvero l’amicizia nella mia vita, oggi, malgrado l'immutata importanza che essa continua ad avere per me. Ricordo bene i mesi che precedettero i diciotto anni. Disperazione, entusiasmo, azione&reazione. A modo mio, a modo nostro. Oggi ripenso a certe domeniche d’autunno, che somigliano ben poco a queste, e a com’ero allora, così diversa da oggi. Tante canne, tanti pianti e tante risate, allora. Tanto tè bollente, meno pianti e meno risate, adesso. Solitamente, mentre la maggior parte delle ragazze della mia età si preoccupava al massimo di abbinare borsetta e maglioncino per andare in discoteca a mischiare un po’ del suo alito con quello del “noto sconosciuto” più ambito del momento, io facevo la punta alla matita per le labbra ed al kajal, e me li infilavo in tasca per truccarmici appena fuori casa, lontano dalla vista dei miei genitori, se non altro per sfuggire alle prediche di mia madre che non perdeva occasione per ricordarmi quanto mi trovasse poco femminile nell’abbigliamento e troppo azzardata col trucco. Così, a pomeriggio inoltrato, quando i miei s’erano definitivamente assopiti davanti alla tivù, m’infilavo un paio di jeans, un maglione enorme e un giubbino pesante a nascondere il tutto, li salutavo sottovoce con tono simil-entusiasta più innocente possibile, e m’incamminavo verso casa di Rox, verso il centro del paese, con la promessa –di rado mantenuta- di rincasare prima delle undici. Non mi truccavo per civetteria, tanto non m’avrebbe vista praticamente nessuno, e sapevo che di lì a poco, come ogni volta, mi sarei levata via tutto strofinandomi gli occhi e mordicchiandomi distrattamente le labbra; in realtà lo facevo perché mi piaceva mettere in relazione i cromatismi del mio corpo con quelli delle stagioni, e adoravo delineare i contorni della mia bocca e le pieghe degli occhi con la matita, strada facendo, senza specchiarmi, in modo da testare la consapevolezza delle mie forme, delle linee del mio viso. La maggior parte delle volte, mentre passeggiavo, pensavo a quale stranezza combinare nelle ore successive. E la maggior parte delle volte un’idea la trovavo, o la trovava Rox. Con lei in particolare, un’amicizia vera, madida. Bellissima. A volte muta, altre assordante. Due estremi di una molla che tutt’oggi si allunga e poi si ritira, facendoci avvicinare e poi sparandoci lontane, allentandosi a volte, ma senza mai irrigidirsi. Un sodalizio tra vite agli antipodi, vissuto a volte da vicino, altre da lontanissimo, ma sempre con la stessa immutabile intensità. Mi ricordo soprattutto di quei giorni in cui ci davamo appuntamento alle scalinate del paese, zona franca a metà tragitto verso il centro, facilmente raggiungibile da entrambe. Ci incontravamo verso le cinque del pomeriggio -da settembre in poi a quell’ora era già quasi buio e sempre piuttosto freddo- arrivando ognuna a piedi o sul proprio motorino. Un bacio frettoloso, affettuoso e complice, poi l’inizio delle diaboliche quanto ridicole congetture: bernoccoli di idee che in poco tempo diventavano floridi piani, finemente studiati per dimostrare insofferenza all'ordine e creare un po' di scompiglio. Una disubbidienza traducibile in piccole soddisfazioni da aspiranti fuorilegge per noi due, e disorientamento nelle persone, specie in quelle vestite in uniforme blu che giravano per il paese più annoiate di noi, alla ricerca di qualche diversivo. Si può dire che lo facessimo anche per loro, in fondo, di andare a rubare i cartelli stradali. E’ quello uno dei nostri più grandi vanti a orologeria. A volte si partiva in missione col mio motorino sgangherato bianco, ovviamente comprato usato, altre volte con lo scooter di lei. Che io ricordi non li abbiamo mai usati tutti e due contemporaneamente. Meglio in due su un mezzo solo, che così si spendeva meno e quella che sedeva dietro, a turno, poteva ripararsi un po’ dal freddo. Così, per qualche mese, passammo serate intere alla ricerca di articoli di segnaletica, dapprima di facile reperimento, poi sempre più difficili da ottenere. Partivamo dalle scalinate spesso senza una meta precisa, ma con un obbiettivo ben preciso, con le sciarpe alzate fin sopra al naso e il cappuccio sollevato: le prime volte si trattava di cartelli segnaletici di lavori in corso, deviazioni, transenne.. poi passammo alle cose serie, per dimensioni e locazione più difficili da trafugare, come cartelli di entrata scuolabus, attenzione uscita autocarri, attenzione al canale nei pressi della diga comunale, limite massimo trenta chilometri orari, pericolo di passaggio animali selvatici.. roba da professionisti, non foss’altro che per la difficoltà richiesta per attuare il colpo, che spesso avveniva in luoghi frequentati da passanti o, peggio ancora, da ragazzini curiosi e pettegoli. Le mani si congelavano al contatto col metallo, i nostri nasi s’inumidivano al freddo, le ossa s’impregnavano di fretta, paura e libertà. Nulla di speciale, a dirlo così, eppure nulla appariva più bello di quel momento in cui ripartivamo di corsa col motorino, portando soddisfatte il bottino di turno tra le gambe o sulle spalle. Passammo mesi ad organizzare ed attuare fini complotti, articolati in missioni logistiche e blitz degni di una coppia scellerata, finché ci rendemmo conto che, nell’arco di poche settimane, avevamo dato alla luce una collezione raffinata ed ambita quanto inutile, le cui gallerie, ormai inagibili a causa dell’ingombro dovuto al troppo materiale che le riempiva, erano un po’ il garage di casa sua, un po’ la cantina di mio zio. Era una sera d’inverno pieno, quando decidemmo di rassegnarci all’idea che i cartelli stradali erano infiniti, e avrebbero di certo resistito alla nostra indocilità, nonostante i nostri innumerevoli e divertiti sforzi. Così, senza fretta, ci adoperammo per sperperare i nostri cimeli in giro, utilizzandoli come regali di compleanno e di Natale, non sempre graditi, nonostante la ricercatezza e la particolarità che essi possedevano, quantomeno ai nostri occhi di conquistatrici. Oggi quei garage sono vuoti, la dentro quell’arsenale di cartelli stradali non c’è più. Non si vedono più quelle due ragazze infreddolite scorrazzare sorridenti e fiere con un motorino scassato per le viuzze del paese. C’è solo qualche superstite riscoperto di recente appeso ad una parete qua e la, o in qualche taverna, a casa di amici che non ricordano nemmeno da dove provenga quell’oggetto di metallo pesante, curioso e anonimo. Al posto di quelli rubati, per strada, ora ce ne sono di nuovi, laddove il tragitto e le strutture non sono state modificate. Un tesoro materiale perduto quello, sprecato forse, depauperato insieme alla passione adoperata per ottenerlo, un bottino disperso, diventato simbolo di una freschezza perduta con esso, che forse è rimasta appesa ad una parete dell’anima, assieme alla nostra voglia di cambiare le cose, la domenica pomeriggio.
*IMG: fotointervento su opera di Tracey Emin @ Biennale 2007
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