Creato da universaltrailers il 20/04/2009

State Of Play

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S.o.p. - La costruzione del film

Post n°3 pubblicato il 20 Aprile 2009 da universaltrailers
 
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Dall’adattamento all’azione: l’inizio di State of Play

 “Nulla può essere ricollegato a me”

— Stephen Collins, membro del Congresso americano

 Dalla fase di acquisto alla selezione di cast, la strada per realizzare STATE OF PLAY è stata lunga e tortuosa quasi quanto la storia che il film stesso racconta. Tutto ha inizio con il bellissimo materiale prodotto dalla penna di Paul Abbott, il creatore della nota e acclamata serie del 2003, in onda su BBC. La determinazione del produttore Andrew Hauptman—affiancato ai colleghi Tim Bevan ed Eric Fellner della Working Titles— ha reso possibile che l’adattamento arrivasse sul grande schermo. La BBC ha trasmesso la prima puntata di State of Play nel maggio del 2003. Pubblico e critica sono stati immediatamente rapiti e conquistati dall’intreccio delle vicende di Stephen Collins, Cal McAffrey e dei loro colleghi politici e giornalisti. Poco dopo l’esordio televisivo della serie, Hauptman ha avviato una trattativa con agenti londinesi, per la cessione dei diritti del lavoro di Abbott al fine di realizzare una trasposizione cinematografica. La sua tenacità lo ha infine condotto a un meeting con lo stesso Abbott nella sua casa di Manchester. Lì Hauptman è riuscito a convincere lo scrittore di essere l’uomo giusto per produrre un film basato sul suo lavoro, un film che sarebbe rimasto fedele allo spirito della produzione originale. Hauptman ha concluso l’accordo per adattare STATE OF PLAY nel novembre 2004 e ha quindi dato il via al lungo processo di collaborazione fra gli scrittori per plasmare la complessa miniserie di sei ore scritta da Abbott, in un film a soggetto che sposta l’azione nel fulcro del potere americano: Washington, D.C.Hauptman riflette sul suo interesse in questo progetto, che ha avuto una lunga gestazione: “La serie originale è stata molto preziosa come materiale a cui attingere. Era una serie avvincente che catturava lo spettatore; mi è rimasta dentro per tanto tempo. Ho sempre pensato che spostando l’azione a Washington D.C., la storia avrebbe avuto ancora più respiro, avrebbe acquistato più forza e sviluppato le sue potenzialità, conservando tutta la sua intelligenza. “La vicenda è stata arricchita dalla possibilità di entrare nel mondo di una redazione televisiva e di percepire le difficoltà di fare un giornale, di cercare una storia e la sua verità, con tutte le sue implicazioni”, continua. “La miniserie funzionava bene perché raccontava del sottile equilibrio fra politica e giornalismo, delle dinamiche dei media televisivi, di spionaggio aziendale e di cospirazioni. Ma allo stesso tempo ci si rende conto che è una storia che parla anche di individui, di scelte e di motivazioni profondamente personali. Una storia sui conflitti, cui compromessi, sulla lealtà, sull’amore, sul potere e sulle aspirazioni professionali. Un intreccio fantastico”.Abbott ovviamente non voleva che la sua serie costruita ad arte, andasse a finire nelle mani sbagliate per quanto riguarda la trasposizione. “Nelle mie iniziali conversazioni con Paul, mi sono reso conto che era preoccupato di come avremmo trasformato il suo dramma in sei ore in un film a soggetto”, continua Hauptman. “Tutti e due volevamo fare un film che fosse degno della serie e che ne preservasse la qualità”. Hauptman ha trascorso gli anni successivi a sviluppare il progetto, quindi lo ha presentato alla Universal Pictures, che si è avvalsa della collaborazione della Working Title Films, la società di Tim Bevan ed Eric Fellner nota per aver prodotto alcuni dei film di maggior successo in Inghilterra. Afferma Fellner rispetto al desiderio da parte della Working Title, di far parte del progetto: “Anche noi, come tutti gli altri, siamo rimasti folgorati dalla miniserie di diversi anni fa. Paul metteva in mostra il lato più oscuro dell’essere umano, i suoi lati peggiori di avidità, corruzione e inesorabile ambizione. Tim ed io sapevamo che sarebbe stato complesso distillare tanto materiale valido e ideare una storia altrettanto accattivante… una storia forte e a se stante. Con Andrew e Kevin al nostro fianco e la giusta squadra di scrittori, abbiamo pensato di poter rendere giustizia alla serie”. Tovare il giusto regista per il progetto è stato un processo altrettanto elaborato. I produttori hanno compiuto una scelta piuttosto singolare quando hanno scelto un documentarista scozzese vincitore di un Oscar® (e di due premi BAFTA), che non era ancora molto noto nel mondo del cinema, fino a quando il suo esplosivo primo film a soggetto L’ultimo re di Scozia, non ha trascinato pubblico e critica. Con un film che ha meritato a Forest Whitaker l’Oscar® come Migliore Attore, Macdonald in precedenza è stato un’istituzione nella comunità giornalistica per il suo lavoro importante quale l’analisi - premiata con l’Oscar - dei tragici omicidi degli atleti delle Olimpiadi di Monaco di Baviera di One Day in September (Un giorno a settembre). La sua specialità è quella di mostrare il lato più nascosto di uomini che sono diventate icone – sia che si tratti di leggende del rock o del cinema come Mick Jagger e Howard Hawks, o di efferati assassini quali Idi Amin e Klaus Barbie. Ricorda Hauptman rispetto alla sua decisione: “Abbiamo cercato in tutto il mondo la persona giusta e siamo stati molto fortunati a incontrare Kevin, un ragazzo molto integro. Aveva visto la serie ed era stato molto toccato dai suoi temi. Dal punto di vista di un esperto di documentari, si tratta di temi molto attuali, molto interessanti da esplorare”. “Quando ho visto State of Play in TV, mi è piaciuto moltissimo”, osserva Macdonald. “E’ piaciuto a tutti in Inghilterra e ha vinto ogni possibile premio televisivo. Cinque anni dopo, ho ricevuto un copione. Ero incuriosito ma anche piuttosto sospettoso, inizialmente, perché la serie mi era piaciuta molto e non volevo che un film potesse in qualche modo rovinarla, soprattutto condensando eccessivamente gli eventi che in TV si sviluppano nell’arco di sei ore”. Macdonald non aveva interesse nel girare di nuovo il lavoro dei creatori della miniserie e spiega “Nonostante la storia sia fondamentalmente la stessa, l’abbiamo resa molto diversamente. L’abbiamo re-inventata, era l’unico modo per rendere giustizia ad una fonte tanto perfetta”. Il filmmaker era incuriosito in particolare dal modo in cui il copione di State of Play osserva il declino del giornalismo della carta stampata e la fine dei quotidiani in alcuni mercati. Considera Cal McAffrey una specie di sopravvissuto in una generazione quasi scomparsa: un giornalista tradizionale che scandaglia fino a quando non si ritiene soddisfatto, un giornalista che ‘lima’ la sua storia la notte prima che vada in stampa. Il capo di McAffrey accetta la sfida di pubblicare lo scandalo o di rovinarsi e Della Frye proviene da una nuova scuola di giornalisti che ha familiarità con il multi-tasking e l’accesso istantaneo all’informazione. Nel suo mondo il blogger che per primo pubblica un’informazione, è spesso l’esperto in materia (e quindi la fonte più citata). Prima che il film iniziasse, State of Play è rimasto in una fase di stallo dovuta allo sciopero degli scrittori del Writers Guild of America, iniziato alla fine del 2007 e terminato all’inizio del 2008. A causa del forte ritardo che ha colpito la produzione, i due protagonisti originali del film hanno abbandonato il campo. Tuttavia i produttori erano convinti del loro copione e hanno deciso di andare avanti. Hanno presentato il progetto a due attori premi Oscar® che hanno prontamente infuso nuova vita al progetto: Russel Crow e Ben Afflek. 

 
 
 
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