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Tesina 15/06/2007
Post n°42 pubblicato il 18 Giugno 2007 da Grisha
15/06/2007 Tesina (matricola: 0509978) Cineforum: “La Patologia della Normalità.” Gregorio Ciavarello C.d.L.: Scienze e Tecniche psicologiche della personalità e delle relazioni d’aiuto (II)
Nei sei incontri con i colleghi al cineforum organizzati dall’associazione studentesca P.S.C. di Ezio Lo Iacono, nel mese di marzo e aprile intitolato “la patologia della normalità” sono intervenuti i professori: Maurizio Cardaci, Gregorio Napoli, Stefano Boca, G. Schembri, Adriano Schimmenti, M. Miori e Gabriele Profita).
Il titolo, tema del cineforum è stato scelto come argomento di unione nelle quattro trame sui cinque film, prese in esame qui da me: i primi quattro film. Tra essi mi ha particolarmente interessato, fatto riflettere e piaciuto maggiormente il la parodia tragi-comica “Arancia meccanica” di Stanley Kubrick (1971). Il maestro dell’horror sembra volerci lasciare intendere quanto può diventare controproducente rieducare anche il peggiore dei criminali tramite la un processo traumatizzante.
Nella letteratura internazionale europea l’autore che ha maggiormente trattato e definito “la Patologia della Normalità” è Erick Fromm nel 1953 nel suo testo da cui è stato tratto il titolo del cineforum, definito essenzialmente da Fromm come quella capacità dell’uomo contemporaneo che egli si sente obbligato acquisire come una relazione attiva e autonoma con la realtà.
Erik Fromm tratta il tema della pigrizia umana e quanto questa è innata, in ognuno e in relazione al background culturale in cui egli vive. Da buon pessimista, l’autore del libro definisce ogni società prodotta dall’uomo come non buona, come sopra era il 1953, l’inizio della ripresa economica dell’Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale.
Da questo spunto abbiamo svolto il primo dei nostri dibattiti, con ausilio film “The Experiment” (1971), tratto da eventi realmente accaduti e riprodotto da Oliver Hirschbiegel. Ci siamo posti la domanda: “E’ assolutamente necessario chiederci se sia sano anche un individuo che si adegua a una società malata[1]”.
Una società che si sente costretta autocontrollare ed analizzarsi in fondo fino a finanziare l’esperimento di Zuckerman ed osservatori è più patologica che sana, non per l’esperimento in se che ci ha comunque consentito un’evoluzione nella comprensione delle dinamiche dell’abuso di potere legalizzato e nel sistema di ricerca di ciò che conduce ad esasperazione in ambiti di reclusione, ma ci siamo resi conto inoltre come siano fuorvianti le tendenze dove esistessero ancora tali <> come qualsiasi società con troppi ospedali psichiatrici.
Sono intervenuto al dibattito che si svolgeva in quel momento, condotto dal prof. Maurizio Cardaci, per chiedere a lui, incuriosito dal film, se la situazione nel carcere sfuggì di mano agli osservatori dell’esperimento a causa in parte anche dall’aver dato il ruolo di “guardie” a soggetti con aggressività verso l’esterno, seppure repressa, a soggetti con maggiore interesse alla retribuzione finale rispetto la media degli intervistati, a chi si era sentito precedentemente oppresso dalle leggi
(Gregorio Ciavarello)
dello stato americano o dal gruppo sociale di appartenenza (uno di tali soggetti “promosso a guardiano” in base ai test di personalità condotti prima dal gruppo osservatore aveva anche avuto una carcerazione precedente, quanta voglia di rivolta aveva il personaggio è stato rappresentato con efficacia).
Il nostro professore ha confermato questo come il motivo per cui tale esperimento andava senz’altro condotto in altra maniera, anche se, fortunatamente, non è mai stato ripetuto nella storia. A lui i miei ringraziamenti per avermi chiarito le idee, come agli organizzatori del piacevole studio fatto.
Per me è necessario anche dire che è maggiormente sana una società dove ogni cittadino è in grado di fare presente uno stato di sofferenza riguardo le istituzioni dello stato invece che doversi pensare costretti ad aspettare un’occasione giusta per potere opprimere, fare agli altri ciò che si è subito, con un sentimento di rivalsa per convincersi di avere cambiato qualcosa.
La patologia della normalità, al di là di ogni definizione letteraria è senz’altro l’ossimoro nella nostra professione che sono fiducioso mi consentirà di comprendere meglio una persona, o un gruppo, secondo l’indirizzo che prenderò, in un’ottica psicosociale. Interpretare opportunamente ogni comportamento all’interno o all’esterno di questo sottoinsieme della normalità con alta propensione al rischio di patologia nel proprio volersi definire normale, ci consentirà di essere in grado di comprendere meglio come intervenire.
Normalità è un concetto che evoca l’assenza assoluta di anomalie, e questo significherebbe dover precludere la possibilità di diversità tra ogni persona. Sappiamo bene dall’approccio psicopatologico che, me compreso, per quanto veniamo definiti soggetti sani, integrati e armonici riguardo il contesto, ogni persona ha una innata particolare propensione ad alcune patologie, io stesso sono stato dallo psicologo in passato, e mi fu fatto accorgere di essere molto pignolo, a causa di una educazione all’antica, ho dovuto lavorare su me stesso per imparare a vivere maggiormente i sentimenti.
Nella storia della psicologia della personalità fin da Galeno i quattro tipi psicologici fondamentali affermano appartenenti a diverse potenziali di deviazioni mentali dalla normalità, seppure si esprimesse in termini arcaici, Galeno afferma che in base a quale dei quattro umori prevale nel delineare la nostra personalità potremmo prevenire le malattie psicosomatiche. Oggi siamo molto avanti rispetto a questa antichissima teoria ma Galeno aveva ragione, in quanto, essere sani psicopatologicamente significherebbe non rientrare in alcuna delle numerose catalogazioni dei profili di personalità patologici rappresentativi nell’approccio comportamentista della psicopatologia.
Oggi comunque sappiamo che la persona più sana da noi immaginabile sarebbe almeno narcisista, anche se di un narcisismo sano, sappiamo tale confine è quasi impercettibile col narcisismo patologico, la nostra professione sembra poggiare sulla certezza che nessuno è immune di una normalità tendente al patologico. In senso più psicologico essere sani si traduce come capacità anche di integrazione del proprio vissuto adolescenziale o infantile e delle proprie esperienze traumatiche o negative in maniera positiva verso le vicende giornaliere che il mondo può proporre come fastidiose o difficili, con un’ottica di realismo proiettata al futuro.
Ciò è possibile a delle condizioni che non sempre dipendono da noi stessi, soprattutto dall’ambiente
(Gregorio Ciavarello)
familiare e sociale. Dalla conferenza del professore Stefano Boca ho compreso anche che sono pochissime le persone con un ambiente sociale disgregante che conoscono il modo o sono in grado anche inconsapevolmente di conservare quell’energia psichica che gli consentirebbe affrontare la vita quotidiana in maniera plausibile, e riuscire a mantenersi razionali nelle vicende stressanti.
Sono davvero tanti gli elementi che contribuiscono a renderci normali e che secondo me anche per noi, futuri addetti alla professione è raro davvero e quindi patologico in se avere il coraggio di definirsi così da soli, ed esserlo davvero senza la conferma di uno psicologo esperto.
Ancora oggi, nel 2007 d.C., in parte può sembrare strano alla gente comune che il ministero della sanità due anni fa circa abbia affermato che nessun centro sanitario o ospedale dovrebbe fare a meno degli psicologi, ma se si ci riflette bene è qualcosa di essenziale e importante, fondamentale, potersi confidare per ogni persona, in un mondo che sembra pensare a correre per raggiungere il predomino sullo spazio.
E’ dal primo film citato sopra, “Arancia Meccanica” che mi sono reso conto come ogni eccesso di aggressività (manifestata del protagonista del film) rientra nel patologico anche quando fosse latente e pensata come controllabile dal soggetto. In Alex questi sentimenti di dominio e rivalsa si manifestano verso il mondo inattivo che lo circonda, apparentemente determinati da alcune incomprensioni provenienti dal proprio nucleo familiare di appartenenza, in effetti disinteressato e quasi ostile ad Alex.
Il giovane si unisce ad una banda di mascalzoni (boy-gang, definizione tratta da me dalla sociologia), ne è anche il capo-organizzatore, per reazione al mondo che lo teneva coartato, chiuso, fermo in un mondo assillante di noia? O per incapacità di Alex ad elaborare una risposta davvera corretta ai suoi problemi. Nella sua perversione omicida, Alex sembra tentare una propria filosofia di morte del prossimo, che dovrebbe condurlo a sentirsi paradossalmente vivo, anche se funesto e distruttivo: vivo riguardo ad “il sonno” che attribuisce alla gente comune, quasi un demagogo illuminato nello spezzare le speranze delle altre vite umane, nelle tenebre in cui vive, nel sonno della ragione di cui lui è vittima, colpisce a morte tutte le persone che lui decide essere arbitrariamente inutili, si appropria del diritto degli altri di esistere, come poter far così fronte alla pressione del suo, comunque solo suo, non saper fare, e condannando tutti coloro che può come “superfluo”, per sentirsi in maniera ancora maggiormente grave ma nuovamente vivo nei confronti della sua depressione congenita demoralizzante.
Questo film di Kubrick è una tragedia greca quasi comica in cui alla fine Alex ha la meglio sul sistema in base alla ottenuta conquista dell’opinione pubblica, seppure in un modo penoso.
Al di là di quanto ancora oggi saremmo in grado di considerare sani i criminali (o di quanto sarebbe assurdo un trattamento simile a quello messo in atto per traumatizzare Alex nel film); cosa è la normalità, e qual’è il tipo di normalità che può condurre ad ammalarsi, o avere da prima insito le caratteristiche del patologico? Senz’altro l’ambiente dove sarebbe cresciuto il protagonista non gli è stato di buon esempio; ma a mio parere comunque non basterebbe nel mondo reale per spiegare l’efferatezza dei reati che il protagonista compiva nel film in gruppo. Abbiamo concordato tutti in sala nel dibattito che qualcuno così è senz’altro un pericolo fin dalla nascita e abbiamo anche sottolineato l’assurdità nei tentavi del partito di opposizione al governo immaginario del film di traumatizzarlo fino alla rieducazione.
(Gregorio Ciavarello)
Questo film inoltre mi ha fatto porre diverse altre domande come: E’ normale voler provocare dei cambiamenti nei soggetti alla soglia del normale solo e quando diventano un ostacolo nei confronti del resto della società? Oggi ci siamo resi conto infatti quanto è importante per ogni persona avere una figura psicologica di riferimento, anche solo come guida alla prevenzione nella popolazione.
Quante persone di successo nella quotidianità rientrano in patologie, seppure siamo in grado di diagnosticare (ma spesso soltanto attraverso sondaggi di comunità svolti quasi sempre in maniera anonima) che sono lì, presenti seppure in modo latente, non riusciamo a prevenirne tragiche conseguenze, che leggiamo o ascoltiamo nelle cronache.
Quanti uomini e donne emblema della normalità hanno le loro fissazioni, deviazioni, istinti incontrollati, fobie, manie o desideri ritenuti da loro inconfessabili, ma essi riescono a nascondere dietro il procedere delle routine lavorative, per poi scoprire che tali <> o <> “non coincidono con quello di cui si ci dovrebbe accontentare, per ritenersi sani, mentre, seppure in relazione ad ogni patologia della normalità, è già eccessivamente stressante per tutti: “magari una società in cui la ricerca del particolare è considerato malato”.
Penso che non è pazzo chi riesce a far fronte alla noia fino a quando questo avviene nel rispetto dei permessi di quello che ci viene consentito dalle altre persone.
“Normalità” quindi come discrezione o mediocrità? Il professore Giuseppe Ruvolo ci ha fatto notare quanto è importante, ed è questo ciò che salva la protagonista Janet del film (storia vera) intitolato dalla regista “Un angelo alla mia tavola” (Jane Campion, 1990): “vivere poeticamente nel mondo”, quanto è importante sapere apprezzare il bello, la natura del mondo che ci appartiene, con rispetto nei confronti di tutti per poterci davvero considerare al di fuori di ogni principio di mente insana. Riuscire a non ossessionarsi a definire sempre o pianificare ogni cosa, sapere lasciarsi trasportare dalle onde del mare quando questo è sereno, cioè avere fiducia negli altri se è possibile, e sapere lasciare loro uno spazio vitale adeguato per esprimere se stessi, consentirci la possibilità di essere felici, costruendo (Psicologia Del Benessere, Maslow). E’ così che Janet Frame si salvò nel 1924 dalla lobotomia, prescrittale dagli psichiatri e in fase quasi di attuazione, per una “dementia precox” diagnosticatale in modo falso e distratto. Oggi la lobotomia è un metodo completamente abbandonato del tutto, almeno in Italia.
L’oggetto del dibattito in questo film “Gli uomini mi hanno definito pazzo, ma non è ancora ben chiaro se la pazzia sia o non sia la più alta forma di intelligenza e se le manifestazioni più meravigliose e profonde dell’ingegno umano non nascono che una deformazione morbosa del pensiero, che aspetti mentali esaltati a spese dell’intelletto normale”
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Inviato da: Grisha
il 12/06/2012 alle 20:06
Inviato da: Grisha
il 16/03/2011 alle 22:52
Inviato da: Grisha
il 16/03/2011 alle 22:48
Inviato da: pasticciona76
il 30/07/2009 alle 19:19
Inviato da: pasticciona76
il 17/05/2009 alle 19:41