Anzitutto una doverosa, ancorché trista, segnalazione. La salumeria della musica è a pochissimi passi dalla Casa 139 (via Pasinetti è una laterale di via Ripamonti, basta praticamente attraversare la strada), il circolo Arci chiuso dal marzo scorso a causa di -presunte- irregolarità nella gestione delle tessere e di -pare- carenze circa le misure di sicurezza. In una città come Milano, che non abbonda di locali dove sia possibile ascoltare buona musica, la chiusura della casa -protratta per ben sette mesi- è un fatto grave. Non ho perso la speranza che tutto si possa risolvere presto, ma certo osservare le luci spente e il portone sigillato mette malinconia.
La salumeria è un club medio piccolo, che deve il proprio nome alla presenza di un bancone da droghiere, sopra il quale fanno bella mostra di sé prosciuttoni grossi così, destinati all'affettio e distribuzione ai tavoli. Non so i prezzi del cibo, ma una birra media costava ieri sera sei euro, che pare una cifra esagerata, in particolare per una affligem-mcfarland-heineken. C'era un caldo bastardo, da starsene in maglietta maniche corte: non il massimo per chi deve cantare, credo. Locale non pienissimo, duecinquanta/trecento persone, tra sopra e sotto (c'è un piano rialzato con altri tavolini). Pensavo più, considerato che Lekman non passava da noi da qualche annetto e non è scontato che torni a breve, e visto il credito e l'affetto (ampiamente meritati) di cui gode nel nostro paese. Solite ristrettezze della scena musicale italiana, pubblico compreso.
Esauriti gli evitabili preamboli, il concerto. Preceduto da Lia Ices, americana del Connecticut (non proprio esaltante, siamo dalle parti, in sedicesimo, di Tori Amos, Cat Power e similia), Lekman ha attaccato il jack alla chitarra intorno alle 22.30, con perdonabile ritardo. Giacchetta scura e maglietta (bella) di Toro y Moi, calzine rosse e jeans esageratamente risvoltati. Che sia tenerissimamente amato dal proprio pubblico (indie-pop addicted, il sottoscritto tra questi) è apparso subito chiaro: sorrisoni, bacetti, coccole e carezzine, urletti isterici ('sei bello!') e accompagnamenti nel canto. Jens ha trent'anni. L'età media dei partecipanti era di 27,45, secondo stime Nielsen (in realtà ottenuta mediando quanto dichiarato su last.fm dai cinquanta aderenti, col sottoscritto a alzare troppo la media, e su questo fatto mi tocca meditare: che ci faccio io qui, eh?).
Strumentazione ridotta all'osso (del resto, palco ristretto): un paio di chitarre acustiche (una veramente piccina), un campionatore Roland (SP-440-SX, per gli amanti delle statistiche), utilizzato per gli archi romantici e tratti di drum machine, e l'accompagno di Addison Rogers, amico batterista imponente (fotina sul blog di JL), che l'ha sostenuto qua e là anche nel cantato. La performance parte dolce, con una canzone già proposta in altri show ma inedita su album, credo, Every little hair knows your name, ma piazza subito un pezzullo da novantuno, quel A sweet summer night on Hammer Hill il cui ritornello -bomp-a-bomp-a-bomp-a-bomp-a-bomp- è cantato già col pubblico, il microfono che rimbalza infine sul cuore: non so gli altri, ma il sottoscritto era già in sua balia.
Dal vivo più a suo agio nei pezzi dove può allungare teneramente la voce e morrisseiggiare che non in quelli da ritmo spezzettato, che richiedono frequenti cambi di passo -chitarrina adorabile, comunque-, conferma in pienissimo la bravura e la capacità di intrattenere senza un filo di noia con la sola acustica. Un paio di pezzi dal nuovo EP, An argument with myself e Waiting for Kirsten, introdotta da una lunga buffa spiega sull'appostamento, in compagnia di un amico, fuori dall'hotel di Kirsten Dunst a Gothenburg: che poteva fare del resto un ragazzo cresciuto all'ombra di una fabbrica di patatine, se non lo stalker di una star del cinema che parla bene di lui in un'intervista e viene a girare un film (Melancholia, di Von Trier) proprio nella sua città natale?
I momenti più coinvolgenti: il medley Golden key / The opposite of hallelujah (memorabile!), con campionatura di archi, coriandoli lanciati sul pubblico, Jens a ballare col tamburello e mimare nell'aria una tastierina immaginaria; e ancora, l'esecuzione di Black Cab, spiazzante, minimale acustica e rallentata, ritornello sussurrato da tutti i presenti, emossionati come bisce. Poi il solito divertito understatement paradossale con The end of the world is bigger than love, dedicata a tutti i broken hearts. La tenera Julie (oooh Julie, meet me by the vending machineeeeeee, while the fucking cherry trees are still in blossom, yep), il sogno di stivali da cowboy (Cowboy Boots) che interrompano un incubo ricorrente e ti portino anywhere but back to you.
Bei bis acustici, per chiudere, con A postcard to Nina (cielo, c'era chi la conosceva tutta quanta a memoria) e una splendiderrima Pocketful of money, con schioccar di dita dal pubblico e ritornello tutto nostro: I'll come running with a heart on fire, arriverò di corsa col cuore in fiamme, Jens. Si chiude dopo un'oretta stenta, con la voglia matta di averne ancora e di più. Ma dopo l'ultimo bissettino (evvabene, one more song) Jens torna, si scusa, dice che non ce la fa proprio più e se ne va.
Jens, we love you, e gli assenti hanno avuto torto marcio. Fuck you! No, fuck you!
Inviato da: Gesu
il 28/07/2022 alle 01:24
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il 28/07/2022 alle 01:22
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