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St. Vincent - Strange Mercy

Post n°180 pubblicato il 03 Gennaio 2012 da syd_curtis
 

 



L'album che non t'aspetti, mettiamola così, giusto per usare una bella formula abusata. Uh, ma che sorpresa. L'album del 2011, per il sottoscritto.

Ho un ricordo legato a Annie Clark, alias St. Vincent. Risale a quattro anni fa, Dicembre 2007, concerto dal vivo alla Casa 139, Milano. La stessa Casa che, a quanto ne so, probabilmente non riaprirà più i battenti, ahimé, dopo lo stop del marzo scorso imposto dalla polizia annonaria (cielo, questa locuzione rimanda alle tessere per il pane degli anni della guerra mondiale), causa presunte irregolarità sulle misure di sicurezza del locale. A quel concerto ci andai, lo confesso, perché lo apriva Alela Diane. Alela mi fece la stessa impressione d'una apparizione della Madonna: stivaloni, chitarrina acustica, capelli lunga da nativa americana. Le canzoni delicatissime di Pirate Gospel, The Rifle su tutte. Ricordo che dopo il concerto si mise dietro al banchetto per vendere la propria musica. Mi scrisse il suo nome con la biro nera sulla copertina nera del cd. Poi me lo scrisse sul biglietto bianco del concerto. For Allessio. Quanto le piacevano le mie consonanti. Aveva le mani fredde. Così da vicino, giù dal palco, mi sembrava piccina picciò.

Quella sera, dopo Alela Diane, suonò St. Vincent. Dal vivo se ne usciva meglio che su cd. Non che l'album d'esordio (Marry Me) fosse brutto, tutt'altro. Solo che a una prima parte bella compatta e necessaria, oserei pure l'aggettivo sorprendente se non temessi il ridicolo, seguiva una caduta nel jazzy più scontato, quasi da piano bar. Gran voce, e gran piglio dal vivo, questo ricordo. Dopo quel primo disco ne seguì un secondo (Actor) che ricordo non trovai memorabile, scontatiello, poco mordente, un'easy listening già bollito, pensai. Prometto di riascoltarlo quanto prima, con la cenere sulla testa.

Strange mercy, eccoci finalmente, è invece di tutt'altra pasta. Mi spingo subito sino alla coda. Quella Year of the Tiger che oso segnalare come miglior canzone del 2011, ohibò. Ha tutto quel che serve per solleticare le mie corde di ascoltatore emotivo. Passo strascicato, intro acustica, basso in evidenza, incrostazioni elettroniche, voce tra il tenero e il qualcos'altro. Quel ritornello che fa venire le lacrime agli occhi, tanto è evocativo di chissà che. Una coda con accenno di concitazione. Oh. Ascoltatela.

Ripercorrendo il filo delle tracce, (quasi tutto) ciò che viene prima di Year OTT è di valore assoluto. Chloe in the afternoon (che riecheggia in salsa bdsm un antico film di Rohmer), si apre su un synth liquido e prosegue intrecciando chitarra elettrica -che dà più spessore che melodia- e ritmica incalzante. Cruel, il brano di presa immediata, il manifesto del modo di fare musica di Annie Clark: la mescolanza di elementi propri del rock classico, l'elettrica dura, con synth dal colore smaccatamente pop, che intonano ritornelli di facile presa; voce zuccherina-eterea-evocativa e arrangiamenti d'archi nel fondale: come il tutto suoni miracolosamente fresco e innovativo è un fatto che meriterebbe di essere meglio approfondito. 

E tutto il resto, lo sgocciolio elettronico di Cheerleader; Surgeon, con apertura gioiosamente melodica e finale concitato e stridente; Northern lights, dove la chitarra di Clark è più distorta che mai; la suadente Strange Mercy, che sembra una canzone scontata, ma ha pericolose deviazioni elettroniche a un solo passo da sé;
Neutered fruit, geniale, altra apertura di voce sofficissima e batteria nervosa, contrappuntata da uno schizzo di elettrica a singhiozzo: altro pezzo che si fa concitato via via che s'allunga; e per chiudere, Champagne Year, con voce evocativa in massimo grado e eroticissima: nel fondo, un pattern che pulsa e sanguina come un cuore, trafitto da micro inserti elettrici e elettronici.


Chiudo ricordando una essenziale intervista da Pitchfork, in cui Clark accenna al proprio processo di scrittura, citando per analogia Philip Roth: la scrittura quotidiana come habitus, anche quando non ci si senta particolarmente ispirati, per nulla confidenti che qualcosa di buono verrà.
Utilizza una metafora divertente per raccontare i propri tre dischi, come fossero figli suoi: I think about it like people talk about children. With the first kid, you micromanage it, making sure there’s no hair out of place when it goes off to school. But by the third kid, it's more like, “Oh, you want to wear a splatter-painted, Hard Rock Café T-shirt for seven days in a row and not brush your hair? Go for it. Be who you want to be.”
Paga un tributo a Steve Albini, produttore di molta della musica ascoltata e amata negli anni dell'adolescenza.

Citato nell'intervista, consiglio di dare un occhio al video che incollo a seguire. Si tratta di una cover sensazionale di Kerosene dei Big Black, eseguita dal vivo a NYC nel maggio del 2011.

 

 
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