| « # | Scusate ma io sono stupida » |
Punto e a capoIeri, per la prima volta, mi sono detta: posso farcela. La cosa difficile è svegliarsi la mattina, avere un sacco di cose da fare e pensare: "Che senso ha che mi alzi oggi?" O guardarsi allo specchio, chiedersi perchè. Ascoltare consigli, tanti consigli: tutti hanno la chiave, tranne me. Farsi consolare dall'amico che dice di aver pianto per un anno, che ne avrò per molto tempo ancora; da quello che dice di non credere più a niente, che ogni volta, in fondo, ci illudiamo soltanto che sia la persona giusta. Ascoltare l'amica che ha attraversato una situazione simile, sperando che abbia ragione lei. Sentire il calore di chi ha visto da fuori tutta questa storia. Non riuscire a sopportare l'amore di chi mi dice "è meglio che tu ne esca ora". E il tempo... sono tutti convinti che il tempo possa aggiustare tutto, soffocare tutto, farmi cambiare idea. Farmi scivolare lentamente nella consapevolezza che merito qualcos'altro. Non è solo questione di tempo, ma di volontà. Passo molto più tempo con gli amici, più tempo a lavorare, meno a studiare. A volte sono talmente circondata dal morbido cuscino umano degli altri, che riesco a dimenticarmene. Mi sento schizofrenica: Silvia brillante, sorridente, scherzosa VS Silvia nera, malinconica, svuotata, a terra. Non sopporto la domada più banale "come stai?" - non chiedetemelo, per favore. Silvia ha bisogno di ridere. Venerdì sera non ho pensato, mi sono solo divertita alla festa di G-cameraman ("Non toccarmi il braccio, se no sembra un film di David Lynch!"). Ma all'alba è tutto diverso: l'ebrezza si scolorisce, gli ultimi che restano sono pochi e salutandosi torna l'amaro in bocca. Un sogno. Giovedì notte. Un desiderio, una fantasia. Come quella volta nella stanza delle palme, quando il suo corpo, quando il mio corpo... quando nell'istinto un altro pezzo di lui mi è appartenuto. Ho sognato un desiderio rimasto sospeso, appeso, che dovrei lasciare asciugare: ma è lì, pulsante. Ogni cosa lo richiama. Quella camicetta a quadri che "te l'ha fatta mamma con una tovaglia perché eravate troppo poveri", quella strada che abbiamo fatto insieme, quel film che ho visto giovedì con gli amici, che sarebbe stato perfetto vederlo insieme. Un accento che non avrei mai riconosciuto, ma che adesso mi è familiare. Quel libro che ho sul comodino. La fermata della metro, quando torno dal lavoro: se vado a destra sono a casa mia, a sinistra casa sua. Gli impegni che una persona adulta non dovrebbe far saltare per ragioni sentimentali. L'amore non è un barattolo con la data di scadenza. Non so per quanto tempo ancora dovrò stare così. Non so per quanto mi aggrapperò stretta all'idea di aspettare. Non so quanto tempo possa vivere la speranza, dopo che tutto il resto è morto. |
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KAMIDANA
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