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L'ENIGMA VALTORTA

Post n°86 pubblicato il 01 Dicembre 2015 da Veritatis1973

http://www.libreriacoletti.it/images.php?filename=978887987174.jpgJEAN-FRANÇOIS LAVÈRE, L’ENIGMA VALTORTA, CEV, Isola del Liri 2012, pp. 296.


L’ingegner Lavère si è dedicato con metodo all’analisi dell’Evangelo come mi è stato rivelato di Maria Valtorta. Il testo valtortiano fu steso dal 1944 al 1947, anche se alcuni brani sono del 1951.

L’opera è una concatenazione di visioni e dettati. Racconta l’infanzia di Maria e di Gesù, la vita pubblica di Cristo fino alla sua ascensione, gli inizi della Chiesa; finisce con l’assunzione in cielo della Madonna. Il testo si riferisce o rimanda a quanto di Cristo è detto nei Vangeli, ma ci sono pure descrizioni di eventi non raccontati nei Vangeli. I dettati fanno da commento. E’ notevole la coerenza tra il Gesù e la Maria qui descritti e quanto sappiamo di loro dalla Scrittura e dalla Tradizione. Il cinema e le varie narrazioni in commercio non giungono quasi mai allo stesso livello.

L’opera è ricca di informazioni esatte dal punto di vista archeologico e storico, spesso note solo agli specialisti. Ma la Valtorta non ha fatto studi archeologici e non ha potuto documentarsi, essendo costretta a letto durante i quattro anni che ha impiegato a scrivere l’opera.

Da qui l’enigma: visto che l’autrice dichiara di “vedere” ciò che descrive e di ricevere dei dettati, ci si chiede se l’opera sia solo una narrazione verosimile, documentata, ma costruita con l’immaginazione, o se dipenda da una rivelazione privata.

Lavère ricostruisce il quadro dei rapporti ufficiali tra la Chiesa e l’opera valtortiana. Spiega che l’opera è stata messa all’Indice nel 1959, ma non per errori dottrinali. La notifica sull’abolizione dell’Indice dei libri proibiti del 1966 ha infatti distinto tra quelli messi all’Indice perché contengono affermazioni contrarie alla dottrina cattolica e quelli messi all’Indice perché pubblicati senza il previo consenso delle autorità ecclesiastiche: in questa seconda categoria è stata inserita l’opera della Valtorta. Mons. Danylak nel 2002 ha ricordato che la messa all’Indice non mette in causa l’ortodossia del testo, ma «il fatto che la diffusione sia stata iniziata prima di aver ricevuto l’imprimatur ufficiale» (pp. 14-15) ad opera di alcuni lettori. Danylak ha anche pubblicato una difesa dell’opera valtortiana.

Non c’è alcun testo ufficiale della Chiesa che denunci deviazioni rispetto alla dottrina cattolica nell’opera valtortiana. Mons. Alfonso Carinci, Segretario della Congregazione dei Riti, ha dichiarato fin dal 1949 che non c’è nulla di contrario al Vangelo, ma l’opera contribuisce ad una migliore comprensione del suo senso. Padre Agostino Bea, allora Rettore del Pontificio Istituto Biblico, confessore di Pio XII, ha scritto nel 1952 di aver letto buona parte dei libri di Maria Valtorta. Ha scritto: «Per ciò che riguarda l’esegesi, non ho trovato alcun errore nelle parti che ho lette» (p. 14).

Il cardinale Edouard Gagnon, conoscitore dei canoni relativi alla censura dei libri, in una lettera del 31 ottobre 1987, giudicava del tutto conforme alle esigenze del diritto canonico il genere d’imprimatur accordato dal Santo Padre davanti a testimoni, alludendo a quanto disse Pio XII nel 1947. Dopo aver preso conoscenza del testo, il Papa ne autorizzò la pubblicazione senza che nulla venisse tolto, neppure le parti in cui si dice che la Valtorta ha “visioni” o riceve “dettati” di origine soprannaturale: «Pubblicate l’opera così com’è. Non è il caso di dare un’opinione riguardo alla sua origine, che sia o no straordinaria. Chi legge capirà» (p. 15). Secondo l’Osservatore Romano del 27 febbraio 1948 erano presenti allora i padri Migliorini e Berti, dell’Ordine dei Servi di Maria, con il Priore, padre Andrea Cecchin. Nessuno di loro ha contestato la veridicità delle parole del Papa.

Nel 1962 è stata data un’autorizzazione alla pubblicazione dal vice commissario del Sant’Uffizio, padre Marco Giraudo.

Dal 1970 al 1976, padre Gabriele Allegra ha difeso pubblicamente l’opera valtortiana. In seguito è stato dichiarato venerabile da Giovanni Paolo II. Lavère argomenta che se l’opera avesse contenuto qualcosa contro la fede cattolica, il processo di beatificazione sarebbe stato bloccato.

Padre Gabriele Roschini ammette che nessuno scritto mariano è riuscito a dargli un’idea altrettanto chiara e completa di Maria.

Lavère ha fatto una ricerca sistematica. Più di diecimila dettagli materiali presenti nel testo valtortiano sono stati «repertoriati, classificati e ordinati in una base di dati» (p. 41). Il capitolo “Al pari dei più grandi geografi” mostra i risultati del confronto tra l’opera valtortiana e i dati sulla Terra Santa, portando Lavère ad osservazioni molto interessanti.

La posizione di Betsaida è stata a lungo ignota dopo il sisma del 324. Nel 1839 lo studioso E. Robinson ha ipotizzato che ne fosse rimasta traccia nel monticello chiamato e-Tell, a 1,5 km a nord del punto in cui attualmente il Giordano sfocia nel lago di Tiberiade, ma la maggior parte degli studiosi ha respinto la sua ipotesi. Il testo valtortiano ha proposto la stessa idea di Robinson, precisando che i detriti portati dal fiume e le frane hanno modificato l’area. Nel 1987 gli scavi hanno confermato.

Prima del 1955, quando iniziarono gli scavi tra le rovine della città di Hatzor, nessuno studioso aveva mai accennato alle “rovine ciclopiche” lì presenti. Eppure la Valtorta accenna a rovine ciclopiche che ingombrano la zona.

Una dettagliata carta di Antiochia è stata disegnata nel 1963: corrisponde perfettamente alle descrizioni che la Valtorta ha fatto 20 anni prima della sua pubblicazione.

Nell’opera valtortiana, Gesù mostra ai discepoli alcuni luoghi da una collina che, dopo uno studio topografico dettagliato, risulta trovarsi a 1 km a sud-est di Beth Gimmal: è l’unica che permette di osservare tutti i luoghi nominati da Gesù. Due di questi luoghi riservano delle sorprese.

Al tempo della Valtorta, l’abitato di Gerimot si credeva fosse a 3 km più a est di quanto non sia in realtà. Scavi recenti hanno confermato le osservazioni della Valtorta. Geth o Gath oggi è identificata dalla maggior parte degli studiosi sulla collina detta Tell es-Safi. L’ipotesi coincide con quanto affermato nell’opera valtortiana. E’ l’unica collina della zona, e la Valtorta ne riporta una descrizione. Il sito fu identificato nel 1887, «ma solo i recenti scavi del 2001 hanno confermato le ipotesi anteriori» (p. 84).

Un acquedotto è stato scoperto presso Kafr Sabt nel 1989, dove si svolge una scena descritta dalla Valtorta: in tale scena si parla proprio di un acquedotto. Ci si chiede come poteva la Valtorta sapere già della sua esistenza.

L’abitato di Jotapata è stato localizzato e descritto dalla Valtorta nell’Evangelo, però è stato scoperto e studiato dagli archeologi solo dal 1992.

Ramot viene situata dalla Valtorta nell’area dell’attuale Es Salt, ma solo da poco tempo gli archeologi affermano che è questo il sito più probabile.

Parlando di Hammat Gader, la Valtorta dice che ci sono acque solforose dall’odore acre: questo dato era ignoto agli archeologi, che solo più tardi, dal 1979, hanno potuto portare alla luce l’insieme delle rovine della città.

Khirbat Humsin, villaggio di cui restano le rovine, era del tutto sconosciuto ai tempi della Valtorta, ma lei vi accenna.

Nel 1983 gli archeologi dell’Università Ebraica di Gerusalemme hanno scoperto in cima alla collina di Sion i resti di un palazzo dell’epoca di Erode. Ma nel 1975 Hans J. Hopfen, basandosi sulle indicazioni valtortiane, aveva ricostruito una piantina del palazzo di Lazzaro compatibile con quella del palazzo scoperto nel 1983. I resti sono nel solo punto da cui si vede il panorama che, secondo la Valtorta, si vedeva proprio dal palazzo di Lazzaro.

Possibile che la Valtorta abbia dunque ricevuto una rivelazione privata? Lavère correttamente cita la Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, che nel 1995 raccomandava di indicare nelle edizioni dell’opera la seguente nota: «Le visioni e i dettati riportati nei volumi (di Maria Valtorta) non possono essere ritenuti di origine soprannaturale, ma possono essere considerati come forme letterarie utilizzate dall’autrice per narrare a suo modo la vita di Gesù» (p. 13); ma ricorda che anche Leone XIII dichiarò nel 1878 che a Lourdes e a La Salette era solo permesso credere con una fede puramente umana.

La raccomandazione di considerare l’opera valtortiana solo un’opera letteraria mi sembra un’indicazione prudenziale, non un pronunciamento definitivo: non pare che impegni l’autorità apostolica del Papa e dei vescovi. Inoltre, non si dice nel 1995 che le visioni e i dettati non potranno mai essere ritenuti di origine soprannaturale, ma che non lo possono in quel momento. Se nuovi dati portassero a ritenere probabile che nella redazione dell’opera è accaduto qualcosa di umanamente inspiegabile, la situazione potrebbe cambiare. Quindi la questione potrebbe forse essere rivista, lasciando aperto il giudizio.

Le rivelazioni private, come Lavère ricorda, si prestano al rischio di essere riportate con qualche imprecisione dal veggente, che potrebbe in teoria fare errori materiali, o descrivere in modo impreciso o inesatto ciò che “vede”. Quindi va verificato che nulla vada contro ciò che la Chiesa sa già.

La Rivelazione si è completata con l’ultimo apostolo; ma va esplicitata, e i dettati valtortiani sembrano andare in questo senso. Inoltre, se sappiamo cosa Gesù ha detto e fatto in alcuni momenti, perché i Vangeli e la Tradizione lo dicono, è anche vero che se fossimo vissuti ai suoi tempi conosceremmo maggiori dettagli, che ci farebbero conoscere meglio il Signore e quindi il senso delle sue parole. Dunque non si tratterebbe, per quel che mi consta, di una rivelazione “alternativa”, ma di un aiuto a vivere la Fede.

Lavère ha segnato un punto di svolta sulla questione Valtorta: non si tratta solo di rimanere affascinati o meno da una narrazione. Il volume mostra che la Valtorta ha avuto una conoscenza dei luoghi di Terra Santa che non sembra potersi spiegare finché si parla solo di letteratura.

S. Finucci

Fonte: QUAERERE DEUM, ANNO V (2013) - N. 8

 
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