Creato da VELENOnelleVENE il 21/09/2007

PUNTO. E A CAPO

Minchiate assortite gusto fragola, vaniglia, rabarbaro, caffè o mais.

 

 

« WOWRABBIT ON YOUR HEADLIGHT »

ABITO AL LIMITE

Post n°99 pubblicato il 05 Marzo 2011 da VELENOnelleVENE

“Giochiamo che io sono un cucciolo ferito e tu mi devi curare?!”

Chiedevo sempre lo stesso gioco al mio fidanzatino dell’asilo e lui premurosamente si prendeva cura di me che mi accasciavo zoppicante e mugolante sui cuscini marroni dietro il castello di legno al centro della sala dei giochi. Avevamo quattro anni. Agli occhi delle suore e di chiunque altro doveva apparire un gioco innocente il nostro. Ma non ai miei occhi adulti ora. Quel gioco è morboso nella mia testa perché ispirato da un altro gioco che facevo in altro luogo, in altre ore e con qualcun altro. A quattro anni non potevo saperlo. Ma adesso che ho perduto ogni ingenuità, benché siano trascorsi diversi lustri, quando una finestra si apre su quel passato divento inquieta.


E’ un mattino pallido e freddo d’autunno inoltrato. Devo firmare delle carte in posta per mia madre per cui ho avvertito al lavoro che tardo. Mentre mia mamma illustra all’impiegata le nostre necessità io mi perdo all’inseguimento dei miei pensieri. La colonna sonora è putacaso Prova a star con me un altro inverno a Pordenone dei Tre Allegri. Rivivo flashback Fabrizio che monta scuse incredibili per rifiutare il mio invito al cinema (“ho allenamento, poi è un brutto periodo, non esco con nessuna donna, al limite per amicizia ma anzi neanche, il venerdì e il sabato sto in casa”), intimidito lui da me quanto io da lui. E ancora una volta non mi riesce di capire se sotto tutte le cazzate che dice glie ne frega qualcosa di me. Resta sempre questo ragionevole dubbio a disturbare la mia pace. Perché lo ritengo intelligente e onesto per quel poco che lo conosco. Ma in effetti so solo quello che lui dice di se stesso. E tra la rabbia e le lacrime mi è ogni giorno più chiaro che l’ipocrisia è il tessuto vitale di cui è fatta la società. Di cui siamo tutti fatti. E resistere ad essa sembra un insulto alla patria, un crimine contro l’umanità. Oltre che uno sforzo disumano che necessiterebbe dei superpoteri. “Io. Io. Io sono contro il mondo. È meglio se mi calmo” cantano i Tre Allegri.

“Mi dà un milione” chiede un’ anziana signora allo sportello accanto al nostro.

“Cinquecento euro” traduce per lei il ragazzo che l’accompagna.

Io sorrido dentro e fuori ed esco definitivamente dal mio dedalo quando mia madre, con assai poca discrezione, mi bisbiglia “Sai chi è quello?!” No mamma, non lo so” rispondo poco garbatamente. Potrei avere difficoltà a riconoscere anche lei a quell’ora se me la ritrovassi fuori dal suo contesto abituale. “E’ Giulio!”. Faccio mente locale. C’è solo un Giulio a cui mia madre può riferirsi. Il mio fidanzatino dell’asilo. Lo sapevo via per studio da voci sentite in giro molto tempo fa. Lui mi dà le spalle, cercando evidentemente di non dovermi salutare. Probabilmente mi ha già riconosciuta da un pezzo. Altezza a parte, i miei connotati non sono cambiati molto da quando ci conoscevamo. Lo fisso finché non può più fuggire i saluti e i come stai e cheffai di circostanza.

“Cosa fai?” mi domanda lui per l'appunto.

“Lavoro in un laboratorio analisi qui vicino” rispondo vagamente.

“Chimico?” incalza ancora lui come sapendo già la risposta.

“Ah-ah” annuisco. “E tu cheffai?” gli passo la palla per buona educazione.

Si irrigidisce e con un gesto teatrale della mano presenta il suo abbigliamento. “Non vedi come sono vestito?! Vendo gomme. Mi sono laureato a Milano e sono tornato da circa un anno.”

Faccio di nuovo mente locale. La sua famiglia ha una rivendita di pneumatici in paese. Mi è subito abbastanza chiaro che non è stata proprio una sua libera scelta quella di entrare nel family business.

“Beh dai, si sta meglio a casa! Io ho lavorato a Modena per un po’ e vivevo là. Ma stavo proprio male così lontano dai miei…” cerco di stemperare l’imbarazzo palpabile che si è creato.

Lui non pare affatto d’accordo e non dice nulla. Non ne ha nemmeno il tempo per fortuna perché mia madre reclama la mia attenzione. Pochi minuti dopo mi saluta mentre accompagna fuori sua nonna dall’ufficio postale. Ricambio con un caloroso “Ciao Giulio!” E lo guardo allontanarsi. E’ un ragazzo alto che comincia a mettere su la robustezza dei trent’anni. Ha la mia stessa età, ventisette anni. Ma glie ne darei tranquillamente più di trenta se non lo sapessi. Non tanto per l’aspetto in se e per sé quanto per l’attitudine: la parlata lenta, i movimenti precisi e misurati, gli spessi occhiali da nerd.


Casualmente e non ci incrociamo altre volte nei mesi a seguire. Suona in un gruppo. E figurarsi se non li vado a sentire. Perde in fretta l’aria tranquilla del primo incontro e si rivela uno smaliziato figaiolo.
Corvi neri scavano nel mio cuore la mattina. Tre Allegri sempre nella testa. Due impulsi contrari si contendono il mio umore. “Abito al limite della follia dentro una casa che è solo mia”. Stargli alla larga perché mi riporta ad un tempo che vorrei cancellare dalla memoria. “Abito al limite della periferia, in un bidone di latta che è casa mia”. E sapere se ricorda qualcosa di quando giocavamo assieme.

“Tu eri il mio fidanzatino dell’asilo” introduco finalmente l’argomento una sera.

“Cioè?!” mi guarda sbigottito.

“Sì dai, giocavamo sempre assieme all’asilo ed una volta che eravamo in gita hai mandato un tuo amichetto da mio padre a chiedergli la mia mano per conto tuo.”

“Ah, è strano che ti ricordi di me comunque, ero sempre malato!”

Ricorda poco o niente di quell’epoca. Assurdo per me che ho fotogrammi nitidissimi, seppur pochi. Il sapere è stato soddisfatto comunque. Stargli alla larga prevale nelle settimane che seguono. Fino alla scorsa settimana. Un loro concerto. Un non ho niente da fare sabato” e ce lo ritroviamo in macchina. Sono inaspettatamente serena accanto a lui al pub. Ha un buon odore ed un’aria inoffensiva. I corvi neri torneranno nei giorni successivi a mangiarsi gli occhi del mio fidanzatino dell’asilo rendendolo un mostro subdolo e feroce di cui diffidare. Ma se non altro mi resta in testa un lieve ricordo di un respiro al passo col mio.

 
 
 
Vai alla Home Page del blog

 

AREA PERSONALE

 
"But I don't want to go among MAd people." Alice remarked.

"Oh, you can't help that," said the Cat "we're all MaD here. I'm
mAD.
You're
MAD."

"How do you know I'm
mAd?"

"You must be" said the Cat "or  you  wouldn't have come hERe!"

[Lewis Carroll]
 

ARCHIVIO MESSAGGI

 
 << Maggio 2026 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
        1 2 3
4 5 6 7 8 9 10
11 12 13 14 15 16 17
18 19 20 21 22 23 24
25 26 27 28 29 30 31
 
 

TROPPO ME!
 

CERCA IN QUESTO BLOG

  Trova
 

FACEBOOK

 
 

ULTIME VISITE AL BLOG

cassetta2VELENOnelleVENEelegantesensualitapuffo.bluuMrJakowskinon.sono.ioScrivimiTuCamilla.si.perdeguastialbertoloryzenle_solitaireAcomeAntipaticakasia30577danil720
 
NikiTa_RodRigueZ art work
 

ULTIMI COMMENTI

Un saluto dal 2023
Inviato da: cassetta2
il 30/11/2023 alle 10:47
 
"ma già abbaiava" mi ha dato i brividi questo...
Inviato da: Nera_Mente
il 27/06/2012 alle 12:10
 
Immenso quell'album. Ma il live mi ha lasciato un...
Inviato da: VELENOnelleVENE
il 15/05/2012 alle 22:50
 
Qualcuno che ama l'autore di "Tabula rasa...
Inviato da: MarquisDeLaPhoenix
il 15/05/2012 alle 10:25
 
sì è stata un grande cane, anche se poi l'abbiamo...
Inviato da: VELENOnelleVENE
il 12/01/2012 alle 00:12
 
 
 
 

© Italiaonline S.p.A. 2026Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963