"Questo è il racconto di cosa facemmo, vedemmo e patimmo nelle strade di Bagdad nel novembre 2006. Eravamo i figli degli anni novanta, giovani seguaci di George Bush, e andammo dove ci avevano mandato. In gran parte soldati di leva, reagivamo con una risatina nervosa alle statistiche che riportavano l’aspettativa di vita in combattimento di un sottotenente in minuti e secondi, nemmeno in ore. Oggi, i nostri volti di giovani ormai vecchi, scavati dalle febbri e dalle notti insonni, ci fissano impietriti, come estranei sperduti e dannati, dalle foto ingiallite che abbiamo conservato in scatole di cartone. Noi sappiamo cos’è stato l'Iraq, e come sembravamo, e agivamo, e parlavamo, e odoravamo. In America pare che non lo sappia nessun altro. E allora per una volta, una volta sola, bisogna dire: è cominciato così, era così. Alla fine i morti non si sono rialzati. I feriti non si sono sciacquati le piaghe per riprendere a vivere come se niente fosse. Nessuno di noi ha lascia-to l'Iraq uguale a prima. Questo racconto è il nostro testamento. E’ il nostro tributo ai ragazzi americani che ci sono morti accanto, e alle centinaia di ragazzi dell’Armata del popolo morti in quella giungla. Questa è la nostra storia e la loro. Perché un tempo siamo stati soldati, e giovani
Adesso credo, guardandomi indietro, che non combattevamo il nemico ma noi stessi,