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Creato da: aiace_Ju29 il 25/03/2008
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Quarto Potere

Post n°11 pubblicato il 12 Gennaio 2009 da aiace_Ju29

E’ la sera del 30 Ottobre del 1938, la sera prima di Halloween (e la data di sicuro non è casuale), quando la stazione radiofonica statunitense della CBS decide di mandare in onda uno show speciale per celebrare tale festività. Come di consuetudine, è previsto un radiodramma, affidato quell’anno al miglior attore emergente di cui la radio disponeva: Orson Welles.

 E’ conosciuta come la più grande beffa mediatica del ventesimo secolo. Una farsa capace di gettare nel panico migliaia di americani provenienti da ogni strato sociale. Un radiodramma che cambiò definitivamente non solo la carriera del suo artefice, ma tutto lo studio sociologico sugli effetti dell’esposizione ai contenuti massmediatici.

Anno Domini 2006, Poche settimane prima della celebrazione della cerimonia principe per un appassionato di calcio i mondiali, va in scena la grande beffa mediatica del 21° secolo (almeno in Italia), che porterà alla retrocessione della nostra amata Juventus, la revoca di due scudetti e la diaspora dei campioni oltre alla beffa di vedere assegnato il titolo vinto, alla squadra europea perdente per eccellenza, di cui non ne scrivo il nome per decenza.

O. Welles ebbe il merito di dimostrare come i mass media potessero condizionare le masse scatenando il panico in una intera nazione, noi con la caccia alle streghe ordita da QUALCUNO e sostenuta dalla stampa, giornalaccio rosa in testa, ne abbiamo avuto la prova. Le streghe erano La Juventus, Moggi e Giraudo anni di vittorie tenendo i bilanci in regola, dividendi distribuiti agli azionisti e acquisto di grandi campioni nonostante la Famiglia non finanziasse la squadra davano fastidio, come davano fastidio Moggi e Giraudo che se non eliminati avrebbero tentato l’acquisto della società, chissà magari coi soldi di Gheddafi, e fatto presidente un Agnelli. Chi ha ideato la cosa furbamente ha fatto trapelare POCHE ma mirate intercettazioni giorno per giorno, alimentando con i sospetti le discussioni che ormai permeavano il paese pallonaro. Quelle che erano chiacchere da Bar diventarono serissime trasmissioni con intere serate dedicate solo al Mostro Moggi e di conseguenza sull’odiatissima Juventus. Ricordate la scena del film di Frankestein quando la popolazione inferocita sale verso il castello per uccidere il mostro sobillata da pochi, ma autorevoli concittadini? Ai vai cannaminchia e verdelli non fu difficile istigare milioni di tifosi romanisti, interisti laziali contro la Juventus, facendo loro le prime vittime, per anni del potere di Moggi e non dell’incapacità dei loro presidenti, far tacere i tifosi juventini “normalizzati” fu un colpo da maestro per perpetuare il “delitto perfetto”. Le regole vennero cambiate in corsa, i giudici, i gradi di giudizio, la procedura processuale, la non ammissibilità delle prove a discarico fu un vero e proprio attentato alle più elementari regole di una Democrazia e i mass media invece di rimarcarlo ne avallarono le scelte cavalcando la tigre del “Fare presto”. Loro sapevano che le loro accuse basavano su fallaci fondamenta e che un giusto e sereno processo le avrebbe smontate in poche settimane quindi la velocità diventò determinante per lo scopo prefissato. Poche settimane e la Juventus era in B, ma salvata dalla C dal grande Principe del Foro Zaccone, che patteggiava la serie B. Lo stesso fece la proprietà che qualche settimana dopo: una ventina di punti contro il ricorso al Tar…….la società demoliva 109 anni di storia in cambio di qualche punto e della cacciata della Triade. Quale era il vero scopo dei grandi vecchi Gabetti e Grande Stevens (Perché è evidente che il giovane Elkan non è altro che un burattino manovrato dai due)? Liberarsi della Juve ad un prezzo accessibile o sbarazzarsi di Moggi e Giraudo senza pagare Liquidazioni faraoniche? Oppure i due stavano già tentando di acquisire azioni Juventus sul mercato per scalare la proprietà e a Qualcuno ciò non piaceva? Ed eccoci ad oggi e alle conseguenze del processo Gea: per noi Juventini una speranza per gli altri una disfatta. Oggi tutti i giornalai che ci hanno massacrato rimarcano che i processi civili e sportivi sono diversi, che anche se Moggi vincerà a Napoli la storia non sarà cambiata, ma in loro si leggono le paure di chi sa di aver commesso un’ingiustizia e teme per le conseguenze di quel gesto. L’Avv D’onofrio ha detto chiaramente che al processo di Napoli porterà i tabulati di telefonate ai designatori dello stesso se non peggiore tenore di quelle di Moggi, ebbene forse non riavremo il maltolto, ma volete mettere la figura di merda di chi si professa onesto e di chi strenuamente lo ha esaltato e difeso alla luce di quelle intercettazioni?

Un mio amico ha scritto che si comincia ad intravedere l’alba,  Roccone (comincia a preparare il grignolino) . VINCEREMO NOI, NON C’E’ ALCUN DUBBIO!

 
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Post N° 10

Post n°10 pubblicato il 08 Gennaio 2009 da aiace_Ju29
 

Il passato non si cancella

Dall’interrogatorio di Chiara Geronzi nell’ambito dell’inchiesta romana sulla Gea. «Soci fondatori siamo stati io, Francesca Tanzi, Andrea Cragnotti e Giuseppe De Mita. (…) Le quote societarie erano queste: il 20 per cento lo detenevo io, il 20 per cento la Tanzi, il 20 per cento Cragnotti e poi c’era un 40 per cento in mano alla società Roma Fides, fiduciaria composta da Giuseppe De Mita e Roberto Mancini». La notizia è stata pubblicata da La Repubblica (autori Marino Bisso e Corrado Zunino) che a pagina 60 di ieri commenta: «Sopra il nome della Roma Fides c’è stato a lungo un alone di mistero. L’interrogatorio della Geronzi offre un nuovo scenario e chiama in causa Mancini, che in passato ha smentito più volte una sua presenza nella contestata società».
Dall’intervista a Sergio Cragnotti, ex patron della Lazio, concessa a Claudio Sabelli Fioretti (il collega che fece ammettere a Massimo Moratti di avere spiato l’ex arbitro De Santis) per il Corriere della Sera Magazine, in edicola oggi. Domanda: «Lei un giorno ha parlato dei “moralisti alla Mancini…”» Risposta: «Anche lui spingeva la cacciata di Cragnotti dalla Lazio. Quando me ne sono andato, la gestione della Banca di Roma gli ha aumentato lo stipendio da 2 a 7 miliardi netti. E lui alla fine se ne è andato all’Inter portandosi via i migliori».
Restiamo in (sfiduciata) attesa di leggere su qualche quotidiano amico della squadra e della società nerazzurra (ce ne sono tanti e di importantissimi) le ragioni per cui Mancini ha sempre smentito la sua appartenenza alla Gea. Smentirà anche Chiara Geronzi, sua amica o ex amica? E se lo farà quali argomenti potrà usare? Dubito fortemente che Mancini torni sulla spinosissima questione, visto il rapporto che ha con la stampa, con la lingua italiana e - non in ultima analisi - con la verità. Come dubito che vorrà rispondere a Cragnotti perché i moralisti di facciata sono sempre opportunisti della prima ora. Infatti Mancini era il centro della Lazio di Cragnotti. E si è servito dell’una e dell’altro finché gli ha fatto comodo per la sua inspiegabile carriera di allenatore protetto da Federazione, Settore Tecnico e ambienti ad essi contigui. Ricordate la deroga, letteralmente inventata, per farlo tesserare dalla Fiorentina nonostante avesse iniziato la stagione con la Lazio come allenatore
in seconda? Io sì. Peccato che tutti gli altri - Mancini incluso - fingano di dimenticarlo.
La Gazzetta dello Sport di ieri, mercoledì 22 novembre, pezzo a firma di Candido Cannavò. La rubrica dell’ex direttore ha un titolo esortativo “Fatemi capire”. È un invito che raccolgo volentieri. Perché nel prendere per l’ennesima volta le distanze dalla Gea, Cannavò - al pari di Mancini - incorre in qualche fondamentale amnesia. «La Gea World - scrive Cannavò - era una sintesi discutibile e intoccabile di un potere calcistico che attraversava la grande economia, le istituzioni, un popolo di complici e finiva nel grande laboratorio di Moggi, padre e figlio, che avevano le spalle ben coperte». Poi, però, Cannavò sprofonda nell’oblio: «Spocchia, spregiudicatezza, molta abilità e persino una grande “fiera del calcio” organizzata in grande pompa ogni anno a Milano, con una copertura televisiva che era più che altro uno spot pubblicitario, fondato sul culto della personalità della dinastia Moggi». Purtroppo Candido omette di dire che quella “fiera” si chiamava Expogoal ed aveva tra i partner principali proprio Rcs e la Gazzetta dello Sport, quotidiano che a quella “fiera” ha dedicato spazio e lustro grazie alle sue migliori firme, ai suoi migliori cronisti, ai suoi migliori editorialisti, ai direttori ed ex direttori. Cannavò era tra essi. Dati e date, non illazioni. Dalla Gazzetta dello Sport del 12 ottobre 2003. «Expogoal è caratterizzata anche dai convegni (…). Domani alle 14,30 “Campionato Aic della Solidarietà”, progetto sociale dell’Assocalciatori a favore degli anziani. Moderatore Candido Cannavò». Tutto scritto (e da ricordare).

Giancarlo Padovan (Tuttosport, 23 novembre 2006)

 
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Ronaldinho

Post n°9 pubblicato il 16 Luglio 2008 da aiace_Ju29
Foto di aiace_Ju29

Complimenti al Milan, che acquisto!

 
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Bertini si sfoga e vuota il sacco

Post n°8 pubblicato il 07 Luglio 2008 da aiace_Ju29



Parla l'arbitro accusato di usare le schede telefoniche di Moggi: "Non ci sono intercettazioni su di me". Venerdì scorso Gussoni ha deciso di 'dimetterlo' dai quadri arbitrali di A e B, insieme a Paparesta e Pieri

Firenze, 6 luglio 2008 - Una furia. Eh sì, l’ex arbitro internazionale di Arezzo Paolo Bertini spara a zero: «Sono stato dismesso dall’Aia, da Gussoni, per normale avvicendamento. Ma vi rendete conto? Vogliono far passare per cosa seria una motivazione che è una barzelletta. Un arbitro può essere dismesso per motivi tecnici. Ebbene, prima che venisse fuori l’intera vicenda il mio comportamento e il mio rendimento erano esemplari. Per cui l’Associazione Italiana Arbitri poteva punirmi per motivi disciplinari ma soltanto al termine del processo in corso, se dovessi risultare colpevole. Così è una carognata bella e buona. Per cui, d’accordo con il mio avvocato, ho deciso di denunciare Gussoni e l’Aia che si sono comportati molto peggio della giustizia sportiva. Ce l’ho con loro, ce l’ho con la Federazione, ce l’ho con chi mi vuole cucire addosso reati che non mai commesso».
A PROPOSITO di giustizia sportiva Paolo Bertini ricorda che è stato assolto dall’accusa di frode mentre c’è un giudizio in corso per quanto riguarda le schede svizzere. Già, le schede svizzere sono, forse, il peso più grosso che grava sulla testa dell’ex arbitro di Arezzo, nonché di Paparesta e Pieri.
E qui Bertini parte di nuovo all’attacco: «Secondo gli inquirenti Luciano Moggi avrebbe posseduto un centinaio di queste schede da cui risulta qualche telefonata con Arezzo. Telefonata che è stata associata al mio nome. Punto primo: io non ho mai posseduto quelle schede e di conseguenza non ho mai parlato con Moggi. Punto secondo: nessun giudice, finora, è stato in grado di dimostrare il contrario. Fra l’altro se avessi parlato con Moggi dovevano accusarmi di illecito sportivo, invece sono stato incriminato per violazione dell’articolo 1, ovvero per comportamento scorretto. Un’accusa che mi fa cadere le braccia dal momento che agli arbitri non era vietato parlare con i dirigenti. Tanto è vero che Collina, intercettato in colloqui con Galliani e Meani del Milan, non solo non è stato rinviato a giudizio ma è stato nominato designatore arbitrale. La giustizia è uguale per tutti? Macchè, è vero l’esatto contrario».
Però anche la procura di Napoli contesta a Bertini il reato di associazione a delinquere finalizzato alla frode sportiva, nell’ambito dell’inchiesta penale su Calciopoli.
E qui l’ex arbitro aretino sputa tutto il veleno che è stato costretto a ingoiare in questi due anni: «Io mi domando: ci sono in Calciopoli partite comprate e vendute? No, assolutamente. E ancora: cosa c’entro io con le schede svizzere? Nulla. E infine: c’è una sola intercettazione telefonica in cui io pronuncio qualche frase compromettente? Neanche per sogno. Per esempio con i designatori Bergamo e Pairetto parlavo spessissimo e non c’è una parola che non sia corretta. Posso avere commesso, questo sì, errori tecnici. Un errore clamoroso, ad esempio, lo feci in Perugia-Inter danneggiando pesantemente la squadra nerazzurra. Faccio presente che la partita fu giocata a gennaio e da quel momento a fine stagione arbitrai solo due volte. Siccome ero diventato da poco arbitro internazionale non credevo che fosse applicata nei miei confronti una censura tecnica così pesante. Ciò sta a dimostrare, appunto, che non ero un privilegiato».
PAOLO BERTINI è un uomo che si sente travolto da un mare di ingiustizie: «C’è stato in questi giorni un patteggiamento fra Paparesta padre e figlio e la Juventus. Ebbene, io e il mio avvocato, assaliti da dubbi legittimi, abbiamo chiesto di vedere quegli atti e non ce li hanno fatti vedere. Le sembra giusto, le sembra corretto? Vede, mi vogliono distruggere ma io che al calcio ho dato tanto nel calcio voglio restare. Magari come dirigente di una squadra oppure in seno all’Aia. Ovviamente quando l’Aia si sarà liberata di personaggi come Gussoni e compagni. Sa perché vorrei restare dentro il calcio? Anche e soprattutto per avere un peso decisionale ed evitare che certe atroci ingiustizie non abbiano a ripetersi. Tutti finora hanno parlato, scritto, sentenziato. Adesso tocca a me. E non avrò riguardo per nessuno, proprio come hanno fatto gli altri con il sottoscritto».
di MARIO D’ASCOLI
QUOTIDIANO .NET

 
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Post N° 7

Post n°7 pubblicato il 29 Giugno 2008 da aiace_Ju29
Foto di aiace_Ju29

 
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